Le consultazioni legislative nel Regno Unito si sono concluse con una cocente sconfitta per il Partito Laburista, che ha conseguito il peggior risultato elettorale dal 1935 ad oggi. I progressisti si sono fermati a 202 seggi sui 650 della Camera dei Comuni e non hanno superato il 32 per cento di voti popolari. La distanza con i Conservatori di Boris Johnson è siderale in termini di scranni, che sono ben 162, ma non così tanto per quanto riguarda la percentuale di consensi ottenuti: i Tories, infatti, si sono attestati al 43,5 per cento di suffragi, un risultato poco migliore di quello del 2017. Il Labour, in ogni caso, dovrà dare vita ad una profonda fase di riflessione interna e capire che direzione prendere e quale strategie politiche adottare nel prossimo futuro: qualora l’esecutivo Johnson completi il suo mandato, che scadrà nel 2024, i socialdemocratici avranno trascorso ben quattordici anni all’opposizione.

Un leader sotto accusa

Le ricadute della sconfitta, come è logico che sia, sono destinate a ricadere sulle spalle di Jeremy Corbyn, il controverso e discusso leader socialista che è stato eletto a furor di popolo alle primarie del 2015 e riconfermato nel 2016. Corbyn ha spostato nettamente a sinistra il baricentro politico del Labour, facendo compiere al partito una vera e propria rivoluzione copernicana che ha spazzato via la tradizione centrista instaurata durante il lungo predominio di Tony Blair e dei suoi epigoni. La sua fase, però, sembra giunta al termine e lui stesso ha dichiarato che non guiderà il movimento alle prossime elezioni generali, previste per il 2024. Non bisogna dimenticare, infatti, che il leader aveva già subito una sconfitta, di misura, alle consultazioni del 2017 da parte dei Tories di Theresa May.

Non è chiaro, però, chi potrà succedere a Corbyn e soprattutto se la futura guida politica avrà la capacità, la volontà e la possibilità di riportare il Labour sui binari della socialdemocrazia classica oppure del centrismo. La base dei sostenitori del partito, negli ultimi anni, si è molto spostata a sinistra ed il gruppo Momentum, che ha appoggiato il leader uscente e che conta su 40mila iscritti sul totale dei 500mila iscritti al movimento, potrebbe continuare ad esercitare il proprio ascendente politico in maniera predominante.

Le prospettive

Le strategie politiche adottate dai laburisti non hanno evidentemente pagato in sede elettorale. Le indecisioni mostrate dallo stesso Corbyn in tema di Brexit non hanno contribuito a dare lustro alla sua leadership mentre le posizioni radicali adottate su altri temi hanno spaventato i moderati e generato, probabilmente, un certo autocompiacimento tra la base dei sostenitori più progressisti ed accaniti. Questi ultimi, però, non sono stati sufficienti a proiettare il partito verso Downing Street perché, probabilmente, sono minoritarie nel Paese. Il Partito Laburista non deve di certo rinnegare le proprie origini ma, piuttosto, cercare di parlare alla fascia più ampia possibile dell’elettorato, compresi i centristi e reinventare un programma politico che possa essere progressista e convincente. Un’impresa difficile ma non impossibile che richiederà, in ogni caso, una lunga fase di transizione politica in cui le diverse fazioni del movimento si daranno battaglia per la leadership. Al momento non è comunque escluso che a guidare il movimento sarà proprio un epigono di Jeremy Corbyn ed in questo caso l’eredità politica del progressismo radicale sarà destinata a perdurare ancora per molti anni all’interno del Labour.