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L’Europa di domani sarà radicalmente diversa dall’Europa di ieri e di oggi. Dalla Germania alla Francia, passando per Ungheria e Bulgaria, innumerevoli sono le nazioni dell’anziano e sterile Vecchio Continente il cui volto e la cui anima potrebbero subire delle modifiche profonde e (forse) permanenti a causa della combinazione di una pluralità di fattori endogeni (inverno demografico, invecchiamento, emigrazione, bassa natalità) ed esogeni (flussi migratori in entrata costanti e regolari).

L’argomento della sparizione dell’Europa storica continua ad essere trattato alla stregua di un tabù, ingiustamente relegato all’ambito del cospirazionismo dell’estrema destra, ma i numeri, che sono imparziali e apolitici, delineano uno scenario (quasi) ineluttabile. E quei numeri, provenienti da centri di ricerca, anagrafi, ospedali e università, suggeriscono che vari Paesi europei potrebbero sperimentare delle transizioni etno-demografiche nel prossimo futuro, nei prossimi decenni.

Nuova composizione etnica, o etno-religiosa, potrebbe equivalere a nuovi valori, nuovi costumi e nuova mentalità. Nuovi codici comportamentali e sistemi valoriali che, naturalmente, abbisogneranno di forze politiche in grado di comprenderli, accoglierli e valorizzarli. E quelle forze politiche, che sono lo specchio della nuova Europa che va avanza, stanno silenziosamente nascendo davanti ai nostri occhi. Perché, mentre nell’Europa centro-orientale pullulano i partiti dei rom per i rom – riflettenti la progressivazione romizzazione di questa regione –, nell’Europa occidentale e settentrionale vanno crescendo i partiti di ispirazione islamica – rispecchianti la graduale ascesa delle minoranze musulmane.

Nel club ristretto – ma in espansione – dei Paesi europei che possono vantare un partito di musulmani per musulmani, di recente, è entrata la Svezia. Qui, nella fu terra dei vichinghi che nelle prossime decadi potrebbe essere investita da un cambio di paradigma etno-religioso, il partito della mezzaluna e stella promette di far discutere e premette di essere antesignano del venturo cambiamento.

Il turco che vuole entrare nel Parlamento svedese

Uno svedese di origini turche sta costringendo la Svezia a fare i conti con una realtà che non può più essere trascurata: l’ascesa dirompente della minoranza islamica. Composta da circa 810mila persone (100mila delle quali di origine turca) – cioè l’8,1% della popolazione totale – e demograficamente inarrestabile – entro il 2050 quell’8,1% potrebbe diventare un 11,1-30,6% –, la comunità islamica di Svezia è alla ricerca di portavoce che ne difendano le istanze in sede di governo. Quel portavoce potrebbe essere stato trovato in Mikail Yüksel, il giovane fondatore di Nyans, un partito fondato due anni or sono per rappresentare tutti, pur riservandosi di dedicare attenzione speciale ad alcuni in particolare – gli “svedesi di seconda classe”, ovvero quelli di fede musulmana e/o di origine araba, mediorientale e africana.

Giunto in Svezia nel lontano 2001, Yüksel è sempre stato interessato alla politica. Nel 2018, ad esempio, avrebbe voluto candidarsi con il Partito di Centro (Centerpartiet), ma non poté traslare in realtà il proprio sogno perché accusato di doppia lealtà, ovvero di avere legami con la Turchia, a causa di vicende familiari. Rigettato ogni addebito, Yüksel, dopo un anno sabbatico, ha dato vita a Nyans, un partito che anela ad “impedire che la Svezia diventi un’altra Francia“.

La ricetta di Nyans per evitare che la nazione scandinava diventi una nuova Francia – perché i segni premonitori vi sono già, ovvero periodiche rivolte dei ghetti e guerra tra narco-bande – prevede l’implementazione di politiche a favore della vera integrazione, una riforma dello stato sociale in direzione dei dimenticati delle periferie, la criminalizzazione dell’islamofobia e dell’afrofobia e la trasformazione di musulmani e afro-svedesi in minoranze riconosciute dallo Stato. Il partito, inoltre, sembra avere le idee chiare anche in materia di politica estera: moderatamente europeista, fermamente filopalestinese.

L’ombra della Turchia

Yüksel ha sempre respinto ogni accusa di essere una longa manus dello Stato profondo turco, dichiarando di aver fondato Nyans per dare una voce a chi una voce non ce l’ha, ma alcuni fatti ed eventi sembrano indicare il contrario.

Perché se è vero che un indizio non fa una prova, lo è altrettanto che tre, secondo Agatha Christie, una prova la costituiscono eccome. E, nel caso di Yüksel, gli indizi abbondano: costretto alle dimissioni dal Partito di Centro a causa della vicinanza ai Lupi Grigi ai quali il padre è affiliato –, ospite fisso sulla stampa turca che conta – in particolare l’islamista Yeni Şafak e il filogovernativo Daily Sabah – e vincitore di una campagna pubblicitaria in madrepatria – manifesti a supporto di Nyans hanno cominciato ad apparire per le strade turche nel luglio di quest’anno.

Le probabilità di riuscita

Sarà possibile fare una disamina sul fenomeno Nyans soltanto nel 2022, quando si terranno le prossime parlamentari – alle quali Yüksel vorrebbe ottenere almeno il 4%, cioè circa 23mila voti, mirando semplicemente a superare l’antipatica soglia di sbarramento –, ma un pronostico del possibile andamento potrà essere realizzato entro la fine di quest’anno. Yüksel, invero, a inizio luglio ha lanciato una raccolta fondi funzionale e propedeutica al finanziamento della campagna elettorale di Nyans, fissando come obiettivo la raccolta di tre milioni di corone – poco meno di 300mila euro. Come e quando si chiuderà la raccolta del denaro – se positivamente e in anticipo per via dell’alta partecipazione o se negativamente e in ritardo per via della bassa affluenza – sarà estremamente indicativo del potere attrattivo esercitato da Nyans sui nuovi svedesi.

Non è da sopravvalutare, inoltre, il peso di quella che sarà la prestazione di Nyans a livello nazionale. Perché in Francia, ad esempio, i partiti islamisti riscuotono percentuali irrisorie alle elezioni generali, ma competono egregiamente con i grandi partiti tradizionali agli appuntamenti locali – come conseguenza del radicamento territoriale e delle nuove geografie etno-religiose dei distretti francesi.

Ultimo ma non meno importante, non è da escludere a priori un eventuale messa al bando di Nyans se dovessero emergere dei legami effettivi con la Turchia. Le autorità svedesi hanno dimostrato di seguire e conoscere la famiglia Yüksel e, inoltre, la stampa turca filogovernativa sta eccedendo con la copertura mediatica del caso Nyans. Se il giovane politico dovesse superare l’invisibile linea rossa, dalle stanze dei bottoni di Stoccolma potrebbe giungere un alt perentorio e inappellabile.