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Il Parlamento europeo dichiara guerra all’Ungheria di Viktor Orban governata dal 2010 dal partito del premier magiaro, Fidesz. E approvando la Relazione sulla Rule of Law in Ungheria relativa all’anno 2022 ha accusato Orban di aver edificato un “regime ibrido di autocrazia elettorale” e bacchettato la Commissione Europea di Ursula von der Leyen per non aver agito fino ad ora invocando, nei confronti di Budapest, l’applicazione dell’Articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea (Tue), il quale prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea (primo fra tutti il decisivo diritto di voto in sede di Consiglio con annesso potere di veto) in caso di violazione grave e persistente da parte di un Paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione. Tra questi: libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto.

Molti di questi principi sarebbero stati violati dall’Ungheria di Viktor Orban, nei cui confronti nel 2018 Strasburgo aveva già preso posizione con una risoluzione approvata il 12 settembre in cui contro Budapest venivano sottolineate le inadempienze sul fronte dell’indipendenza dei media, dell’autonomia della magistratura, della tutela dai crimini d’odio delle minoranze, della gestione dei migranti e delle garanzie nei diritti dei lavoratori e nella previdenza sociale. Media e giustizia sono oggi al centro della polemica del Parlamento Europeo, per il quale in Ungheria è emerso “un sistema costituzionale in cui si svolgono le elezioni ma manca il rispetto di norme e standard democratici” e i problemi rilevati nel 2018 si sono ulteriormente deteriorati grazie ai “tentativi deliberati e sistematici del governo ungherese” di creare un dualismo con Bruxelles, aggravati dall’inazione dell’Ue.

La Relazione è un colpo durissimo al governo conservatore di Budapest. Sul fronte giudiziario le preoccupazioni riguardano in particolare le sfide affrontate dal Consiglio giudiziario nazionale indipendente nel controbilanciare i poteri del Presidente dell’Ufficio nazionale della magistratura, vincolato al potere politico tramite lo scrutinio del ministero della Giustizia, le norme sull’elezione del Presidente della Corte suprema, condizionate dall’esecutivo, e la possibilità concessa ai vertici politici di prendere decisioni discrezionali riguardo le nomine e le promozioni giudiziarie, l’allocazione delle cause tra i tribunali e la concessione di bonus a giudici e dirigenti dei tribunali.

Sul fronte dei media, si rileva che l’organo di vigilanza nazionale – il Consiglio dei media – resta composto da membri tutti nominati dal partito al potere. Il Consiglio dei media è accusato di aver per fini politici promosso il rifiuto di rinnovare la licenza di trasmissione della stazione radiofonica indipendente Klubrádió, sulla base del  mancato rispetto da parte della stazione di alcuni obblighi amministrativi. Si denuncia inoltre l’incanalamento di importanti risorse statali verso i media filo-governativi in un contesto che non riesce dunque a creare condizioni di parità nel panorama mediatico ungherese.

Orban è dunque accusato di aver promosso un’autocrazia nel cuore dell’Europa e di aver volutamente continuato sulla sua strada nonostante gli avvertimenti del 2018. Gli eurodeputati chiedono al Consiglio Ue di agire, perché “qualsiasi ulteriore ritardo equivarrebbe a una violazione del principio dello Stato di diritto da parte del Consiglio stesso”. Dallo Stato di diritto alla famosa “legge anti-Lgbt”, negli ultimi mesi più volte su più temi Strasburgo aveva caricato a testa bassa Budapest, ma mai fino a chiedere esplicitamente il via libera all’Articolo 7 da parte del Consiglio.

La relatrice Gwendoline Delbos-Corfield, francese dei Verdi, sottolinea che “le conclusioni della relazione sono chiare e inequivocabili: l’Ungheria non è più una democrazia. Era fondamentale che il Parlamento prendesse posizione, tenendo conto dell’urgenza e della gravità degli attacchi contro lo Stato di diritto in Ungheria. Oltre a riconoscere la strategia autocratica di Fidesz”, espulso dal Partito Popolare Europeo e relegato tra i Non Iscritti a Strasburgo negli anni scorsi, “una grande maggioranza dei deputati sostiene questa posizione, che è una prima assoluta per il Parlamento. Dovrebbe essere un campanello d’allarme per Commissione e Consiglio”, ha concluso, rivendicando la necessità di operare, a suo avviso, l’applicazione dell’Articolo 7.

L’Articolo 7 prevede che su proposta di un terzo dei paesi dell’Unione europea o della Commissione o del Parlamento europeo, il Consiglio, deliberando a maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri e venendo confermato poi a maggioranza di due terzi in un voto a Strasburgo, può constatare l’esistenza di una grave violazione dei valori europei e privare, ai sensi dell’Articolo 354 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Tfue) l’Ungheria del voto in Consiglio fino alla risoluzione della violazione contestata. Nel caso, mai applicato finora, di attivazione di questa clausola contro un Paese, lo Stato in questione resta membro dell’Ue ma non partecipa alle votazioni di qualsiasi tipo, sia a maggioranza qualificata che richiedenti l’unanimità, sui regolamenti comunitari.

Logico pensare dunque che accelerare su questo fronte aprirebbe una breccia importante tra Ue e Ungheria ma al contempo potrebbe essere ritenuto un viatico fondamentale, per molti Paesi, per accelerare il processo decisionale su diversi scenari, come il tetto ai prezzi del gas e le sanzioni alla Russia, scavalcando il veto ungherese. E spezzerebbe definitivamente la prospettiva di una ricomposizione del malandato fronte di Visegraddato che l’accelerazione del contrasto all’Ungheria va di pari passo con la riduzione della foga politica contro la pur contestata (in passato) Polonia, divenuta sempre più strategica dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Mettere Orban all’angolo per consolidare l’Europa? A Bruxelles molti sono tentati da questa scelta. Ma va tenuto conto del fatto che una maggioranza di quattro quinti in Consiglio è difficile da ottenere. E si rischia di creare nuove fratture politiche e valoriali in un’Unione già frammentata da tempo.

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