Il parlamento di Israele prende a calci Usa, Europa e Onu e seppellisce l’idea di uno Stato palestinese

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Mentre il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, appare sempre più confuso sulla sua campagna elettorale e commissariato dal suo Partito, da Israele è arrivato mercoledì sera l’ennesimo schiaffo ai Democratici. La Knesset, il parlamento israeliano, ha votato a favore di una risoluzione che rifiuta ufficialmente la possibilità di una “soluzione dei due stati” e quindi la formazione di uno stato palestinese in futuro. Sembra una vicenda scontata: questa è di fatto la posizione mantenuta da molti anni dal primo ministro di estrema destra Benjamin Netanyahu e dalla grande maggioranza delle forze politiche israeliane, ma non era mai stata votata una risoluzione così dura ad esplicita.

Una scelta che isola ancora di più Israele e che coinvolge tutto l’arco parlamentare israeliano, o quasi. Dei 120 deputati hanno votato a favore 68, e solo 9 hanno votato contro, mentre tutti gli altri si sono astenuti. Incluso il leader di centrosinistra Yair Lapid all’opposizione, per paura di non disturbare un elettorato sempre più radicalizzato. Tra i contrari si registra qualche comunista e laburista isolato e un gruppo islamista conservatore. Una scelta che manda al macero definitivamente gli accordi di Oslo del 1993, quando i leader palestinesi e israeliani concordarono sulla necessità di fondare uno stato palestinese indipendente e sovrano.

Il passo indietro coinvolge a questo punto non solo il governo Netanyahu, che ha fatto di tutto per sabotare gli sforzi democratici palestinesi di dotarsi di una classe politica accettabile e ha rafforzato invece la controparte più impresentabile in Occidente, ossia Hamas (come riconosciuto anche dall’uscente responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Josip Borrell) ma che tocca anche la sinistra cosiddetta “moderata” israeliana, che in Italia ha trovato sponde in alcune correnti del PD, eppure sempre più prigioniera dell’estremismo nazionale. Benny Gantz, che è visto da molti in Occidente come una controparte più moderata di Netanyahu, ha votato a favore con tutto il suo partito. Nel passato la Knesset aveva già votato per rigettare la possibilità di creare uno stato palestinese dopo la fine della guerra, senza il coinvolgimento di Israele. Ora Israele si oppone all’ipotesi in qualsiasi caso, perché «rappresenterebbe un pericolo esistenziale per Israele e i suoi cittadini, perpetuando il conflitto israelo-palestinese e destabilizzando la regione». «Sarebbe solo questione di tempo prima che Hamas [il gruppo radicale islamista che controlla la Striscia di Gaza dal 2005] assumesse il controllo dello Stato palestinese e lo trasformasse in una base terroristica», si legge nel testo.

Tutto questo avviene a pochi giorni dalla controversa visita del premier israeliano a Washington, invitato dai capogruppo Democratici e Repubblicani nello sconcerto di molti osservatori. Netanyahu ha due obiettivi principali: dimostrare che il rapporto con gli Stati Uniti è solido come non mai, nonostante i moniti dell’amministrazione Biden a Netanyahu affinché rispetti le convenzioni di guerra nella sua rappresaglia. E, in secondo luogo, guardare al futuro, e puntare il dito contro l’incombente minaccia iraniana raccogliendo consensi tra i trumpiani, visti come probabili vincitori delle prossime elezioni presidenziali.

È una prova di forza della destra estrema al governo di Israele ma soprattutto uno smacco all’Occidente democratico, che per voce non solo di Biden, ma anche di Re Carlo d’Inghilterra, del neoeletto premier britannico Keir Starmer e dell’ONU aveva ribadito nelle ultime settimane la necessità di proseguire con la soluzione a due stati, mentre Gaza continua a essere smantellata. Se la scusa ufficiale è la minaccia islamista che sorgerebbe nei territori palestinesi occupati in caso di ritiro israeliano, il vero obiettivo è spiegato in un altro passaggio della risoluzione: «Promuovere [la soluzione a due stati] in questo momento sarebbe una ricompensa per il terrorismo e sarebbe vista come una vittoria per Hamas e i suoi sostenitori».

Dal 7 ottobre non può arrivare che vendetta e un’ulteriore restringimento della sovranità palestinese, sembra dire le Knesset, che di fronte al disastro di Israele, della sua comunicazione presso il mondo si tappa le orecchie di fronte e dice no a chi vuole fare del massacro di Gaza l’occasione per cambiare le cose, e riformare lo status quo. Questa è la logica della destra sionista, ma anche di parte della sinistra filoisraeliana.

Quel che è certo è che la soluzione a due Stati è stata tenuta in piedi da un’illusione: l’idea che l’Occidente, appoggiandosi al diritto internazionale, favorisse la deportazione dei coloni violenti dalla Cisgiordania e la riduzione dei loro insediamenti illegali. La realtà sul campo ci dice che da decenni, e cioè almeno dal fallimento di Oslo, è successo tutto il contrario: la Cisgiordania palestinese trasformata in un arcipelago sempre più ridotto, e Gaza in una prigione a cielo aperto. Il voto della Knesset rende, semmai, sempre più palese l’urgenza un intervento esterno. Anche da parte di quella parte d’Europa che nella soluzione a due Stati ha detto di crederci davvero. Visti la storia recente, ci vorrebbe un miracolo.