Alla fine, ciò che da giorni viene temuto, accade puntualmente. A Pristina il parlamento vota a favore della costituzione di un esercito kosovaro, riuscendo nell’impresa di irritare nello stesso momento sia Belgrado che la Nato. La costituzione di un esercito in Kosovo infatti, viola sia la stessa costituzione del paese balcanico che assegna le funzioni di difesa alla Kosovo Security Force, così come la risoluzione Onu 1244 che è la stessa che autorizza la missione dell’Alleanza Atlantica nella regione. Su 120 deputati, ben 107 votano a Pristina favorevolmente alla creazione di un esercito. Gli altri 13 sono quelli della minoranza serba. Questo la dice lunga sul clima che si torna a respirare nei Balcani.
La reazione da Belgrado
“Siamo preoccupati dalle decisioni unilaterali di Pristina sui dazi e sull’ esercito. Gioco pericoloso: basta un piccolo incidente per accendere un incendio”. Sono queste le parole, affermate ad un’intervista su La Repubblica, del premier serbo Ana Brnabi. La stessa Brnabi, già nei giorni scorsi, non ha affatto escluso l’uso della forza a seguito della continua tensione nel Kosovo. Nel corso dell’ultima intervista non si parla di armi e di ricorso all’esercito, ma si esprime ugualmente preoccupazione per l’escalation degli ultimi mesi. Prima lo screzio sull’interpol, con il Kosovo che accusa la Serbia di aver avuto un ruolo decisivo nel mancato ingresso di Pristina nell’organizzazione, poi l’aumento deciso unilateralmente da parte kosovara dei dazi sui prodotti serbi, che adesso ammontano al 100%. Infine, la minaccia oggi concretizzatasi del voto parlamentare a favore della creazione dell’esercito. Un fatto questo che preoccupa le autorità di Belgrado, nonostante le rassicurazioni kosovare: “Haradinaj (premier kosovaro, ndr) ha detto che l’ esercito del Kosovo servirebbe per difendere l’ Iraq, è ridicolo – esclama ancora Brnabi – Faccio appello a Haradinaj, Thaci e Veselj (premier presidente e presidente del Parlamento, ndr) a ripensarci”.
A Belgrado l’imperativo è uno solo: difendere i serbi in Kosovo. Il timore è che con il nuovo esercito i kosovari possano adottare piani per costringere i serbi a lasciare la regione od a vivere in condizioni ancora più difficili: “Già dal 21 novembre – fa notare il premier – Non possono leggere giornali della loro stessa lingua”. Se comunque le autorità, anche nell’ottica di un dialogo con la Ue per l’ingresso della Serbia, mantengono aperta la via del dialogo, l’80% dei serbi vorrebbe già da adesso l’adozione delle prime contromisure.
La reazione della Nato
Anche l’Alleanza atlantica si mostra scettica e perplessa davanti la decisione presa in queste ore dal parlamento kosovaro. “La Nato dovrà rivedere il livello del suo impegno con la missione Kfor”, afferma il segretario Jens Stoltenberg. Secondo il numero uno dell’alleanza atlantica la decisione del Kosovo, pur rientrante nelle prerogative di Pristina, viene ritenuta “inopportuna”. “La Nato – continua Stoltenberg, come si legge su AgenziaNova – Sostiene lo sviluppo delle Forza di sicurezze del Kosovo nell’ambito del suo attuale mandato, ma, con il cambio di mandato, il Consiglio Nord Atlantico dovrà ora riesaminare il livello dell’impegno della Nato con la Forza di sicurezza del Kosovo”.
È bene ricordare che la Nato è presente nella regione dal 1999, a seguito degli accordi di Kumanovo con il quale si sancisce la fine della guerra del Kosovo e dei raid della stessa alleanza atlantica su Belgrado e la Serbia. Da allora, in attesa della definizione dello status ed a seguito del ritiro delle forze serbe, è la missione Kfor della Nato a vigilare sulla sicurezza in Kosovo. Questo anche dopo l’indipendenza unilateralmente dichiarata da Pristina nel 2008, non riconosciuta da tutti i paesi della Nato.
Pristina sicura del sostegno Usa
Ma in tutto il Kosovo, come si legge su AnsaMed, oggi è un via vai di auto con il clacson e festeggiamenti. L’inizio della trasformazione delle attuali forze di difesa in un esercito vero e proprio, viene visto da buona parte della popolazione come un evento. Ed al fianco delle bandiere kosovare, campeggiano anche quelle americane. I vessilli a stelle e strisce si trovano sui tetti della auto che sfrecciano in segno di festa, così come nelle facciate di molti palazzi sia a Pristina che in altre città kosovare. Questo non è soltanto il segno lasciato dalla guerra del 1999, che fa degli americani come degli eroi in grado di garantire la liberazione dai serbi, ma anche il segno della sicurezza dell’attuale governo kosovaro di avere il sostegno di Washington.
Nonostante le parole, prevedibili, di malcontento ed insofferenza da Belgrado, così come nonostante le parole anch’esse contrarie della Nato, da Pristina si guarda soltanto all’appoggio dato dagli Usa al progetto. Un sostegno reso esplicito sia dai Tweet delle ultime ore dell’ambasciatore statunitense in Kosovo, Philip Kosnett, e sia anche dal comunicato ufficiale dalla stessa ambasciata: “Gli Usa sostengono il via al progetto della trasformazione delle forze di difesa in esercito – si legge – Queste leggi non apportano cambiamenti immediati alla struttura, alla missione o alle operazioni della forza, ma rappresentano l’inizio del lavoro concreto e in corso per la costruzione di una forza trasparente, multietnica e NATO-interoperabile che serva tutte le comunità del Kosovo, in conformità con il piano di transizione decennale del governo del Kosovo. Chiediamo però al governo del Kosovo di continuare il suo stretto coordinamento con gli alleati e i partner della NATO”.