Di recente, una decisione in particolare ha suscitato scalpore sia all’interno dell’Egitto che all’estero: a Il Cairo, la banca centrale ha deciso di aumentare i tassi d’interesse del 6%, portandoli al 27,25%. Una mossa che può essere interpretata in due direzioni: da un lato, è il segno delle enormi difficoltà dell’economia egiziana, dall’altro però potrebbe essere l’avvio di un essenziale percorso di risanamento per le casse del Paese arabo, considerando anche lo sblocco del piano di aiuti concordato nei mesi scorsi dal governo del presidente Al Sisi con l’Fmi.
Tra i corridoi diplomatici, vige una significativa certezza su un punto in particolare: l’Egitto è il classico esempio di un attore internazionale “too big to fail“, troppo grande per fallire. A confermarlo anche una fonte diplomatica sentita da InsideOver: “Il Cairo non verrà lasciato fallire”. Il prezzo però che sarà pagato da Al Sisi potrebbe essere molto salato: “Aumento dei prezzi, diminuzione del potere d’acquisto delle classi medie, aumento della povertà – ha sottolineato la fonte diplomatica – potrebbero destabilizzare la società egiziana”.
I faraonici investimenti di Al Sisi
“Se il prezzo del progresso implica il non poter né mangiare e né bere, allora non mangeremo e non berremo”: a pronunciare questa frase è stato, nel corso di un convegno tenuto a Il Cairo alcuni anni fa, lo stesso presidente Al Sisi. Parole piuttosto emblematiche: l’Egitto, secondo questa visione, deve dotarsi di nuove infrastrutture e nuove opere per proiettarsi al futuro. Costi quel che costi. In effetti, il prezzo pagato dal Paese è molto esoso: si calcola che l’esposizione debitoria de Il Cairo sia aumentata notevolmente, sforando quota 150 miliardi di Dollari. Circostanza che ha alimentato anche una spirale inflazionistica importante, arrivata a toccare lo scorso anno anche il 40% prima di scendere al 29% registrato nello scorso mese di gennaio.
Da quando si è insediato alla presidenza nel 2014, Al Sisi ha investito miliardi su progetti importanti e che, almeno secondo le stime del suo governo, dovrebbero garantire al Paese la disponibilità futura di risorse in grado di rilanciare l’economia. Si tratta soprattutto di mega opere infrastrutturali. Quali, tra tutte, la costruzione della nuova capitale amministrativa a 50 km da Il Cairo: una metropoli sorta dal nulla che dovrebbe essere ultimata nei prossimi anni e che dovrebbe garantire il decongestionamento dell’attuale capitale. Il costo è stimato in circa sessanta miliardi di Dollari.
Ci sono poi i lavori per le nuove ferrovie tra il Mar Rosso e Alessandria d’Egitto, quelli per l’allargamento e il raddoppio del canale di Suez, nonché le opere per altre “new town” sparse per il Paese. Nei progetti futuri, ci sono poi nuovi canali idrici per portare le acque del Nilo in aree aride e creare nuovi terreni coltivabili. Infine, negli ultimi cinque anni l’Egitto si è dotato di nuove autostrade come, non ultima, quella a otto corsie poco fuori Il Cairo destinata a essere la prima parte di una lunga dorsale panafricana per collegare il Mediterraneo con il Sudafrica.
La piaga economica
Il ragionamento alla base del pensiero di Al Sisi è tutto sommato semplice: all’Egitto servono nuove opere per rilanciare l’economia e occorre investire per costruirle. Ci sono problemi di sovrappopolamento e allora ecco gli assegni di svariati miliardi di Dollari per impiantare nuove città, c’è la seria questione legata alla progressiva perdita di risorse idriche e allora via libera ai progetti per nuovi canali. Il problema però è che, nel bel mezzo della corsa per dotarsi di opere essenziali per il futuro, l’Egitto potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba. Spendendo risorse ed energie per progetti che, in alcuni casi, appaiono come il riflesso della megalomania della mente che li ha partoriti.
A questo, occorre aggiungere anche una buona dose di sfortuna per Il Cairo: gli investimenti sono stati effettuati in una delle fasi più critiche e difficilmente prevedibili della storia recente. Prima il Covid, poi la guerra in Ucraina hanno contribuito a far mancare introiti nelle casse dello Stato e a richiedere maggiori esborsi per sussidi e per acquisti di materie prime e di viveri. In seguito, è arrivata anche la guerra a Gaza a complicare il quadro, al pari delle azioni degli Houthi che stanno decimando il valore del traffico marittimo lungo il canale di Suez.
“Se ci si fa caso – ha sottolineato la fonte diplomatica sentita ai nostri microfoni – basta guardare una cartina e ci si accorge che l’Egitto è letteralmente circondato da conflitti”. A ovest c’è infatti una Libia instabile dalla caduta di Gheddafi, a sud c’è un Sudan alle prese da circa un anno con la guerra civile, a est c’è Israele e la questione relativa alla Striscia di Gaza. Infine, come accennato in precedenza, c’è la questione legata all’instabilità del Mar Rosso causata dalle iniziative delle milizie filo sciite degli Houthi nello Yemen.
L’Egitto si è quindi ritrovato senza due delle principali fonti di guadagno: il turismo e il canone per l’attraversamento del canale di Suez. Questo ha portato non solo a difficoltà nel pagare il deficit, ma anche al quasi totale esaurimento delle riserve di valuta estera. Circostanza che ha messo in allarme non solo Al Sisi, ma l’intera regione.
Un salvataggio esoso
In queste condizioni, Il Cairo rischierebbe di avvicinarsi inesorabilmente verso il default. Tuttavia, come sottolineato dallo studioso Giuseppe Dentice del CeSI su AgenziaNova, l’Egitto non verrà mai lasciato fallire. “Il concetto – si legge nelle dichiarazioni di Dentice – non è più ‘too big to fail’, ma ‘too important to fail’: questo garantisce all’Egitto, almeno nel breve termine, una certa stabilità sui mercati anche finanziari e nella gestione delle partite correnti”.
Pur di non lasciare allo sbaraglio Il Cairo, i Paesi della regione hanno deciso di sborsare parecchi soldi. Da un fondo emiratino, sono arrivati almeno 35 miliardi di Dollari. Dall’Arabia Saudita invece, dovrebbero arrivare altri 15 miliardi di Dollari. L’aumento dei tassi di interesse, è poi propedeutico per un piano da dieci miliardi di Dollari da parte dell’Fmi. Piano che dovrà però prevedere tagli alla spesa e controllo dei prezzi. Anche perché all’Egitto, per scongiurare definitivamente la crisi, servono riforme strutturali in grado di riequilibrare nel lungo periodo la situazione. Diversamente, terminata la boccata d’ossigeno garantita dai prestiti, a Il Cairo si tornerà a parlare di bancarotta.
Cosa rischia Al Sisi
I primi costi politici per il presidente egiziano riguardano la politica estera. I prestiti ricevuti da Abu Dhabi e Riad rischiano di ancorare a tempo indeterminato la linea de Il Cairo ai due Paesi finanziatori: “I soldi in arrivo dal Golfo – sottolinea la fonte diplomatica – non sono certo beneficenza”. Conseguenze importanti però potrebbero arrivare anche a livello interno. Al Sisi dovrà affrontare un periodo dove l’aumento dei prezzi e il taglio delle spese potrebbero potenzialmente suscitare molto più di un semplice malumore.
La sfida più importante in tal senso potrebbe arrivare dall’apparato più legato all’attuale presidente, quello militare. L’Egitto potrebbe infatti essere costretto a rivedere le proprie spese in termini di difesa, circostanza che non verrebbe di certo gradita dai generali e dalle tante aziende che ruotano attorno al sistema militare.
L’attenzione sull’Egitto sarà quindi massima nei prossimi mesi soprattutto da parte delle cancellerie internazionali, sia in medio oriente che in Europa. Del resto il governo de Il Cairo è strategico per diversi motivi: immigrazione, mediazione con Hamas, non ultimo anche gas e risorse energetiche. Argomenti che interessano da vicino l’Italia, con Giorgia Meloni volata in queste ore proprio alla corte di Al Sisi.

