Le relazioni tra Chiesa cattolica e Cina non sono mai state semplici nel corso della storia, neanche durante l’epoca imperiale, ma la rivoluzione comunista ha complicato ulteriormente il quadro e ridotto sensibilmente le opportunità di cooperazione. Al clima di gelo sta tentando di porre fine l’attuale pontefice, Francesco I, salito al soglio pontificio nel lontano 2013, la cui svolta a Oriente ha prodotto dei risultati storici come l’accordo sulla nomina dei vescovi e il mutuo sostegno durante la prima fase della pandemia.

La grande stampa, rilanciando con stupore alcune dichiarazioni del Papa sullo Xinjiang contenute in un libro di prossima uscita, sta mostrando di non comprendere quanto sia elevata la posta in palio nello scacchiere cinese e, soprattutto, di non saper distinguere tra prese di posizione e ordinaria amministrazione. Non saranno alcuni commenti rilasciati ad un giornalista nell’ambito della scrittura di un libro a comportare l’annullamento di sette anni di intensi sforzi diplomatici; in gioco, infatti, vi sono la transizione multipolare e la fuga del cattolicesimo dall’Occidente scristianizzato all’Asia.

Le dichiarazioni del pontefice

Il Vaticano non si è mai espresso ufficialmente sulla questione controversa della presunta persecuzione degli uiguri musulmani nello Xinjiang, i quali sarebbero vittime di rieducazione coercitiva in campi di prigionia, cacce all’uomo in tutto il pianeta e abusi di vario tipo. Il motivo del silenzio è da ricercare sia nella consapevolezza che nello Xinjiang si sta combattendo una guerra al terrorismo, più che una guerra alla religione, sia nella volontà dell’attuale pontificato di instaurare un dialogo con Pechino che sia destinato a durare nel tempo e che possa aiutare a migliorare le condizioni di vita dei cristiani cinesi.

Fino alla giornata del 24 novembre, quando sono state rese pubbliche alcune righe di un libro-intervista di prossima uscita, il Vaticano aveva mantenuto il più rigoroso silenzio stampa sull’argomento Xinjiang ed evitato di cadere nella trappola della politicizzazione della questione. Un’anticipazione de “Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore”, co-scritto con il giornalista e scrittore britannico Austen Ivereigh, però, ha svelato che lo Xinjiang non è stato del tutto trascurato dal pontefice.

Il passaggio che è stato contestato dal governo cinese viene anticipato dal seguente: “Se si vuole vedere il mondo com’è davvero, bisogna andare in periferia. Ho sempre pensato che dalla periferia il mondo appare più chiaro, ma in questi ultimi sette anni da Papa ne ho avuto l’evidenza definitiva. […] Quando Dio ha voluto rigenerare la creazione, ha scelto di andare nella periferia: nei luoghi di peccato e miseria, di esclusione e sofferenza, di malattia e solitudine. Erano anche luoghi pieni di possibilità: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Romani 5, 20)”.

Quelle periferie, che il pontefice definisce dei luoghi di miseria e sofferenza, ma anche di possibilità e grazia, si trovano al di fuori del mondo sviluppato e vengono localizzate in Africa e Asia, due continenti dove il costo di guerre e persecuzioni viene pagato frequentemente dalle minoranze religiose, a volte appartenenti al cristianesimo e altre volte all’islam. Ed è a questo punto, dopo aver introdotto il lettore all’esistenza delle periferie dimenticate del globo, che il Papa spiega a Ivereigh di pensare “spesso ai popoli perseguitati: i rohingya, i poveri uiguri, gli yazidi – ciò che il Daesh ha fatto loro è stato indicibilmente crudele – o i cristiani in Egitto e in Pakistan, uccisi dalle bombe esplose mentre pregavano in chiesa”.

La reazione di Pechino

Il portavoce ufficiale del ministero degli Esteri della Cina, Zhao Lijian, ha approfittato di una conferenza stampa avvenuta nella stessa giornata per replicare al passaggio della discordia. Lijian ha definito come “totalmente senza fondamento” l’idea che gli uiguri siano un popolo perseguitato, spiegando che “ci sono cinquantasei gruppi etnici in Cina, e il gruppo etnico degli uiguri è un membro alla pari della grande famiglia della nazione cinese. Il governo cinese ha sempre trattato [tutti] i gruppi minoritari allo stesso modo e ha protetto i loro legittimi diritti e interessi”.

Sebbene le dichiarazioni del Papa siano significative, in quanto rappresentano una prima storica sull’argomento Xinjiang, è lo stesso tono della replica di Lijian a suggerire che la grande stampa occidentale abbia montato un caso ad arte, creando un incidente diplomatico inesistente, perché non è stata la durezza a connotare l’intervento del portavoce della diplomazia cinese. La conferenza stampa, infatti, è stata utilizzata più per reiterare la posizione di Pechino sul tema che per sferrare un attacco alla Santa Sede.

Il Papa, decidendo di rilasciare un commento sugli uiguri a margine di un libro, soddisfa contemporaneamente due obiettivi: accontentare coloro che stanno esercitando pressioni sul Vaticano affinché si spenda a favore dei diritti umani nello Xinjiang e non irritare la Cina con prese di posizioni pubbliche e ufficiali. Lijian, ossia il Partito Comunista Cinese, attraverso quella replica sobria, moderata e squisitamente tecnica, conferma di aver recepito il messaggio e di non aver frainteso la strategia papale.

Quel che è accaduto, in breve, è che non si è verificato nessuno scandalo; si è trattato di ordinaria amministrazione tra due imperi che, rispondendo a domande ed esigenze tanto interne quanto esterne, devono trovare il modo di coniugare perfettamente pressioni e interessi in maniera tale da portare avanti la loro ambiziosa agenda di avvicinamento.

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