L’Ucraina, questo luogo che la storia ha investito dell’onere-onore di essere tutto e il contrario di tutto – da culla del mondo russo (Русский мир) ad appendice del mondo turcico (türk dünyası) –, da sette anni è la vena scoperta del Vecchio Continente, il punto di intersezione tra Occidente e Oriente, dove i destini di civiltà antitetiche si incontrano e scontrano, ivi sfogando tensioni accumulate altrove.

Strappata alla casa madre da Euromaidan, casus belli della nuova Guerra fredda tra Russia e Occidente e casus foederis dell’intesa cordiale fra l’Orso e il Dragone, l’Ucraina del 2021 è un membro mancato dell’Alleanza Atlanticaperché il processo di adesione è stato congelato a tempo indefinito dall’amministrazione Biden per esigenze tattiche, ovvero la pace fredda con la Russia –, ed un giocattolo già logoro per i Grandi dell’Unione Europea – la Germania, ad esempio, sembra esclusivamente interessata ad ipotecare il controllo di terreni e imprese nel nome di un Ostsiedlung 2.0 –, la cui voglia di rivalsa sta conducendo la presidenza Zelensky a siglare dei patti di ferro con chiunque voglia e/o possa offrirle amicizia e denaro.

Bistrattata dall’Europa che conta e costretta al basso profilo dagli Stati Uniti, l’Ucraina contemporanea ha ridotto i rischi dell’isolamento ripiegando sulla Turchia – dalla quale sta ricevendo supporto concreto e multiforme –, su quella potenza regionale in ascesa che è la Polonia e sulla Romania, nonché su partenariati insospettabili con i giganti dell’Asia, ovvero Cina e India.

Oltre le apparenze, però, c’è (molto) di più. Perché in questa terra disegnata per essere il punto di congiunzione tra Europa e Asia sin dai tempi della via variago-greca, dove il Dnipro costituisce una frontiera intercivilizzazionale naturale, non stanno operando soltanto grigi burocrati, celebri politici, anonimi diplomatici e spregiudicati imprenditori. Perché qui, più che altrove, il destino della nazione è ritenuto cosa sacra, dato che l’Ucraina è terra di incontro tra Cristianità, Islam ed Ebraismo, ragion per cui i figuri in giacca e cravatta sono sempre affiancati anche da quegli uomini in tunica che sono i popi, i preti, i rabbini e gli imam. Uomini come il Papa, che prossimamente potrebbe mettere piede nella linea di faglia più sensibile d’Europa.

La notizia del viaggio

Pontefice significa costruttore di ponti, e non v’è luogo migliore del Dnipro, in questo momento, per costruirne uno. Uno che sia lungo abbastanza da permettere ai cattolici dell’Ucraina occidentale e agli ortodossi dell’Ucraina orientale di incontrarsi, e che abbia resistenza a sufficienza da consentire a questa terra martoriata di divenire luogo di incontro e pace.

Di costruire un ponte sospeso sul Dnipro se ne discute da tempo, più precisamente dal 2016 – anno in cui l’allora presidente ucraino Petro Poroshenko invitò il Papa a recarsi in Ucraina –, ma la prima pietra non è ancora stata posata. Il 2021, però, sembra che sarà ricordato dai posteri come l’anno della svolta, l’anno dell’inizio ufficiale dei lavori. Se tutto dovesse andare come previsto, infatti, papa Francesco potrebbe mettere piede nella nazione ucraina nel 2022.

L’annuncio è stato dato da una delle personalità religiose più influenti d’Ucraina, l’arcivescovo metropolita di Leopoli Mieczysław Mokrzycki, e, sebbene non abbia ancora ricevuto una replica ufficiale, è emblematico il fatto che a riportarlo, in Italia, sia stato Il Sismografo, ovverosia il bollettino della sala stampa della Santa Sede.

Questa volta, rispetto alle indiscrezioni che riemergono a cadenza regolare da cinque anni, dietro all’annuncio potrebbe celarsi del vero; a suggerirlo è la stessa fonte da cui è provenuta la notizia. Perché Mokrzycki, invero, non è soltanto l’arcivescovo metropolita di Leopoli, egli è il capo de facto della Chiesa cattolica di rito latino in Ucraina e l’intercessore informale tra Vaticano, Kiev e Mosca.

Primo e principale uomo del Papa in quella trincea che è il Dnipro, Mokrzycki è, inoltre, un volto noto nelle stanze dei bottoni vaticane, avendo servito come segretario personale sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI. È colui che, in breve, non parla mai soltanto per parlare, perché foriero dell’erede di Pietro.

ll contesto generale

Il 2021 è stato l’anno della grande (dis)illusione per l’Ucraina, la quale, dopo aver sperato invano in un intervento euroamericano nel corso della crisi di aprile, è stata scaricata e sacrificata dall’amministrazione Biden sull’altare della distensione tattica con la Russia, come palesato dagli eventi di Ginevra e dalla benedizione riluttante al Nord Stream 2.

L’escalazione primaverile con il Cremlino è stata maestra di vita per Volodymyr Zelensky, che da quel momento, avendo compreso il peso proprio e la rilevanza effettiva dell’Ucraina per Europa e Stati Uniti – fante sacrificabile nella guerra fredda con la Russia –, ha cominciato a cercare altrove quel supporto venuto a mancare da ponente. Supporto che è stato trovato approfondendo ulteriormente il partenariato con Polonia e Turchia, levereggiando il fattore ebraico nella speranza-aspettativa di fare asse con Israele e rivolgendosi all’Impero dei due millenni e delle due dimensioni, terra e cielo, ossia la Chiesa cattolica.

Perché Zelensky confidi ciecamente in un intervento salvifico da parte del Papa può essere capito soltanto a partire dalla ricostruzione del contesto generale, che è il seguente:

  • Il cattolicesimo è la fede del 10% della popolazione.
  • La Caritas è il più grande ente benefico e caritatevole dell’Ucraina, dove è impegnata in prima linea nella lotta alla povertà, nell’erogazione gratuita di cure agli indigenti e nella fornitura di supporto medico alle vittime di Chernobyl.
  • La Caritas, di concerto con le diocesi ed altre entità cattoliche, ha aiutato più di un milione di ucraini dal 2016 al 2018 nell’ambito dell’iniziativa “Il Papa per l’Ucraina”.
  • La Caritas è il principale ente benefico non russo operante nel Donbass, dove distribuisce beni primari agli strati più vulnerabili della popolazione sin dal 2014.

È per il ruolo svolto dalla Chiesa cattolica nella società ucraina, nonché per lo stretto legame intercorrente tra l’attuale pontificato e il Cremlino – via Patriarcato di Mosca –, che Zelensky sta lavorando sin dall’insediamento al Marinskij ad un inserimento a gamba tesa del Vaticano nella questione Donbass. Un inserimento che Zelensky ha provato ad ottenere a mezzo di una strategia dello sfinimento a base di appelli periodici – l’ultimo il 20 aprile –, telefonate e udienze private, e che, sebbene non sia garanzia di successo – non è nella tradizione russa delegare a terzi la risoluzione dei propri problemi –, servirebbe quantomeno a portare pace e speranza in una terra tribolata come l’Ucraina, anche se solo per un momento.