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Islamabad gioca tutte le sue carte per conquistare il cuore dell’amministrazione Trump. L’esercito pakistano, guidato dal potente feldmaresciallo Syed Asim Munir, ha preso le redini della diplomazia, orchestrando un’offensiva di lobbying senza precedenti nella capitale USA. Con una crisi economica che strangola il Paese e il rischio di dazi americani fino al 29%, il Pakistan punta su terre rare, cooperazione militare e intelligence finanziaria per rinsaldare i legami con Washington, sfidando l’ombra lunga della Cina.

Negli ultimi mesi, Munir ha fatto la spola tra Islamabad e la Casa Bianca, con incontri di alto profilo, come il pranzo con Trump del giugno 2025, dove si è discusso di minerali strategici, intelligenza artificiale e sicurezza. Balochistan, la provincia pakistana ricca di rame, litio, oro e terre rare, è il piatto forte offerto agli USA. Il progetto Reko Diq, con le sue enormi riserve di rame e oro, è al centro delle trattative, un’esca per attrarre investimenti americani e ridurre la dipendenza da Pechino, che domina la regione con il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). “Pakistan sta giocando d’astuzia, sfruttando l’interesse di Trump per i minerali critici e il cripto-mining”, ha dichiarato Michael Kugelman dell’Asia Pacific Foundation, sottolineando la mossa strategica di Islamabad.

Ma non è solo una questione di risorse. Il Pakistan ha sguinzagliato una rete di società di consulenza, con contratti da capogiro – si parla di 450.000 dollari al mese con lobbisti legati a Trump, incluso l’ex guardia del corpo Keith Schiller – per aprire le porte di Capitol Hill e del Pentagono. Tra gli obiettivi, rafforzare la cooperazione in materia di difesa e intelligence finanziaria, con Islamabad che si propone come partner chiave contro il terrorismo e per il monitoraggio dei flussi illeciti, un tema caldo per l’amministrazione USA. La cattura di Mohammad Sharifullah, responsabile di un attacco del 2021 a Kabul, è stata sbandierata come prova del valore del Pakistan nelle operazioni congiunte con CIA e FBI.

Le terre rare, vitali per i sistemi di difesa USA come gli F-35 e i sottomarini Virginia, sono un altro asso nella manica. Con la Cina che controlla il 90% della raffinazione globale e ha imposto restrizioni all’export, Washington cerca alternative. Il Pakistan, con riserve stimate tra gli 8 e i 50 trilioni di dollari, si presenta come un’opzione allettante, ma il prezzo è alto: instabilità, insicurezza e corruzione rendono gli investimenti una scommessa rischiosa. Inoltre, le proteste dei leader baloch, come Mir Yar Baloch, che accusano Islamabad di “saccheggiare” le risorse della regione, complicano il quadro. “Questi minerali appartengono al Balochistan, non all’esercito pakistano”, ha tuonato Yar Baloch, denunciando un’operazione che alimenta terrorismo e instabilità.

Sul fronte della difesa, il Pakistan cerca di rilanciare la collaborazione militare, dopo il fallimento dell’acquisto di F-16 nel 2016 e il ritiro USA dall’Afghanistan. Le recenti visite del capo dell’aeronautica Zaheer Ahmed Baber Sidhu al Pentagono e al Dipartimento di Stato segnalano la disperazione di Islamabad di restare rilevante agli occhi di Washington. Ma i rapporti sono fragili: la storia di diffidenza, come il caso del lobbista Syed Ghulam Nabi Fai, legato all’ISI e accusato di attività illecite negli USA, pesa ancora.

Islamabad sa che il tempo stringe. Con la Cina che osserva gelosa e l’India pronta a sfruttare ogni passo falso, il Pakistan scommette tutto su minerali, lobby e intelligence per non restare schiacciato in un gioco geopolitico più grande di lui. Riuscirà a convincere Trump o finirà per provocare Pechino? La partita è aperta, e il rischio è altissimo

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