Sa parlare un inglese fluente, retaggio di una breve esperienza universitaria ad Oxford, ed è considerato un veterano della diplomazia. La caratteristica però più interessante di Liu Jianchao è forse un’altra: quella di saper difendere a spada tratta le posizioni della Cina e del Partito Comunista Cinese (Pcc) senza ricorrere ad una retorica aspra o mostrarsi eccessivamente combattivo.
Liu dirige il Dipartimento di Collegamento Internazionale, un’agenzia incaricata di stabilire e mantenere relazioni con partiti politici e organizzazioni straniere. È insomma a capo del braccio diplomatico del Pcc, un organismo che promuove l’ideologia e l’influenza dello stesso Partito oltre i confini nazionali.
Negli ultimi mesi ha effettuato numerosi viaggi oltre la Muraglia. A New York, ha detto a un pubblico di studiosi e uomini d’affari che la Cina non cerca di riscrivere l’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. A Parigi ha affermato che la modernizzazione cinese andrebbe a beneficio dell’Europa e del mondo intero. In Italia ha parlato di business ed economia. A Pechino ha incontrato l’ambasciatore dell’India, un rivale regionale della Repubblica Popolare Cinese, spiegandogli che la Cina spera che le relazioni tra i due Paesi “tornino su un percorso sano e stabile”.
Altro che Lupo Guerriero, termine usato per indicare gli aggressivi diplomatici dell’era Xi Jinping: Liu è l’esatto contrario di queste figure. Almeno nei modi di porsi. Ma non nella sostanza.
Il braccio diplomatico della Cina
Gli impegni delicatissimi portati a termine da Liu suggeriscono che possa diventare il prossimo ministro degli Esteri cinese. In tal caso – ma ne sapremo di più a primavera inoltrata – andrebbe ad occupare il ruolo ricoperto dal potente Wang Yi dopo la misteriosa scomparsa di Qin Gang dalle scene pubbliche.
Il presente ci dice tuttavia che, di fronte al calo degli investimenti esteri in patria, la Cina ha cercato di ammorbidire la propria immagine negli Stati Uniti e in Europa, oltre che di apparire ancor più gentile con alcuni dei suoi vicini. Ebbene, Mister Liu ha svolto un ruolo importante nel cambiamento di tono di Pechino e ne è uno degli artefici principali.
Chi ha avuto modo di incontrarlo racconta che l’alto funzionario cinese è più informale e coinvolgente di tanti suoi colleghi abituati a muoversi all’interno di un copione politico prestabilito. Attenzione però, perché Liu è anche un lealista del Partito. In passato ha contribuito a condurre una controversa campagna denominata Operazione Fox Hunt, con la quale si ritiene che il governo cinese abbia riportato in patria uomini d’affari e funzionari corrotti che avevano trovato rifugio all’estero.
In ogni caso, nel corso del suo ultimo viaggio negli Stati Uniti Liu ha minimizzato la gravità del rallentamento economico della Cina, difeso i legami di Pechino con Mosca e descritto il suo Paese come una nazione pacifica, che non ha alcun interesse a cambiare l’attuale ordine internazionale, né a crearne uno nuovo.
Rassicurazione e fermezza: il possibile nuovo ministro di Pechino
Liu è insomma in grado di unire in sé, da un lato, la fermezza delle più importanti posizioni (geo)politiche incarnate dal Pcc, e dall’altro una singolare rassicurazione necessaria per far digerire le prime agli interlocutori stranieri previo apposito filtraggio.
La sua carriera è eccellente: è cresciuto tra i ranghi del ministero degli Esteri, prima come traduttore e poi come portavoce, guadagnando importanza e lavorando con i media stranieri durante le Olimpiadi di Pechino del 2008. In seguito ha servito come ambasciatore nelle Filippine e in Indonesia, per poi diventare vice ministro tra i ranghi della temuta Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, l’agenzia anti corruzione interna del Pcc.
Qui, Liu ha mostrato le sue capacità di negoziazione, recuperando ingenti somme di denaro sparite nel nulla e catturando fuggitivi di alto profilo (come Lai Changxing, un uomo d’affari cinese e miliardario fuggito in Canada). Nel 2017 è stato nominato massimo funzionario anti corruzione nella provincia costiera dello Zhejiang – non una provincia qualunque, ma quella dove un tempo Xi era leader del Partito – mentre un anno più tardi è diventato vicedirettore dell‘Ufficio della Commissione centrale per gli affari esteri, un ufficio di Partito formato nel 2018 con il quale Xi ha cercato di dare al Pcc un controllo ancora maggiore sulla strategia delle relazioni internazionali della Cina.
Nel 2022 Liu è stato nominato nel ruolo che ricopre adesso, e cioè a capo del citato Dipartimento di Collegamento Internazionale. In passato, quest’organo aveva il compito di mantenere stretti legami con i partiti comunisti di altri paesi dalla Corea del Nord al Vietnam, ma Liu ha infranto le tradizionali convenzioni incontrando i ministri degli Esteri di tutto il mondo. In nome della Cina e del Partito. “Est, ovest, sud, nord e centro: il Partito guida tutto”, aveva del resto dichiarato Xi nel 2017.

