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In Sudan dopo il recente colpo di Stato vige ancora incertezza sul futuro del nuovo governo: gli ultimi rapporti riferiscono che l’ex presidente Abdallah Hamdok, liberato poco dopo il golpe, è in trattativa con il governo ad interim di Abdel Fattah al-Burhan in merito ad un eventuale suo ritorno al potere. Fonti vicine al deposto presidente hanno affermato che non è stato ancora raggiunto alcun tipo di accordo tra lui e i leader militari e che i colloqui sono ancora in corso.

In precedenza al-Arabiya, citando fonti anonime, aveva affermato che Hamdok aveva accettato di tornare a guidare un governo ma che avrebbe posto come clausola il rilascio di tutti i detenuti politici. La situazione, nonostante sembri in via di stabilizzazione, resta comunque tesa con proteste popolari che rischiano di degenerare.

Nel frattempo il nuovo governo di Khartoum si sta muovendo sul fronte diplomatico: in un’intervista esclusiva a Ria Novosti, al-Bhuran ha affermato di voler continuare a mantenere i legami tra il suo Paese e la Russia. In particolare si è parlato della ormai nota – e causa di mobilitazione internazionale – base navale sul Mar Rosso. Al-Bhuran ha riferito che la struttura, che dovrebbe essere costruita ex novo a Port Sudan, fa parte degli attuali accordi con Mosca, e che tra i due Paesi c’è in atto una trattativa in merito.

Qualcosa che già avevamo anticipato quasi all’indomani del golpe, ma la novità è che al-Bhuran ha detto che il Sudan è “impegnato in accordi internazionali e continueremo ad attuarli fino alla fine”. Il leader sudanese ha anche ribadito che Khartoum ha una cooperazione “di lunga data e continua” con la Russia e che “la sosterremo pienamente, perché la Russia è sempre onesta nelle sue relazioni con noi e cerca di sviluppare la cooperazione e le forze armate sudanesi”.

Da questo punto di vista è interessante sottolineare la presenza nel Paese di elementi del Gruppo Wagner, la più nota Pmc (Private Military Company) russa, che oltre ad avere compiti che riguardano la messa in sicurezza degli interessi minerari della Russia, ha anche fornito assistenza alle forze armate locali, molto probabilmente non solo per l’attività di addestramento. Risulta infatti che durante le sommosse del 2019 siano intervenuti direttamente per aiutare le forze governative a sedarle.

Una cooperazione che non riguarda solo l’ambito militare, pur considerato fondamentale più da Mosca che da Khartoum per questioni di bilancia commerciale. Al-Bhuran ha infatti ribadito che è stato intrapreso un percorso di dialogo con Mosca per cercare di attrarre investimenti nel Paese. Investimenti che andranno principalmente nel settore minerario, energetico e agricolo. Risulta infatti che M Invest e Meroe Gold, società prestanome riconducibili proprio al Gruppo Wagner, siano attive in Sudan con la finalità di aiutare le truppe governative a proteggere le miniere di oro, uranio e diamanti presenti nel Pase. Miniere che sono state scoperte di recente, nel 2015, e che rappresentano la nuova ricchezza del Sudan dopo che la sua parte meridionale, in cui sono presenti la totalità delle riserve petrolifere, si è separata nel 2011 divenendo lo Stato indipendente del Sud Sudan. Quello che sembra essere uno svantaggio si è trasformato in una opportunità per Mosca: il Paese separatista non ha infrastrutture che permettono di commercializzare le sue risorse di idrocarburi e dovrà fare affidamento sugli sbocchi a mare del Sudan, pertanto la Russia sta lavorando per costruire una raffineria.

Il Sudan però potrebbe non essere un partner affidabile per Mosca: alla continua ricerca di finanziamenti provenienti dall’estero potrebbe congelare gli accordi per la base navale così come ha già fatto lo scorso giugno. Del resto gli Stati Uniti, molto attenti alla penetrazione russa nel continente africano così come lo sono per quella cinese, avevano già stanziato circa 700 milioni di dollari per il Paese: fondi che poi sono stati “congelati” a seguito del recente colpo di Stato.

Washington ha quindi una leva molto importante per i suoi interessi in Sudan e non disdegna di “mostrare la bandiera” con quello che è lo strumento di proiezione di forza più importante: la marina militare. Ancora quest’anno, pochi mesi prima dell’annuncio della “revisione” degli accordi per la base navale russa, a Port Sudan aveva attraccato un cacciatorpediniere della U.S. Navy in visita di cortesia – peraltro negli stessi giorni in cui era presente un’unità navale russa – ribadendo quindi la volontà di Washington di proporsi come alternativa a Mosca.

Si capisce quindi il perché delle dichiarazioni della portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, che a poche ore dal golpe ha affermato che “l’interferenza straniera” ha fatto perdere fiducia nelle istituzioni locali. Una posizione che è stata particolarmente apprezzata da al-Bhuran, che sempre a Ria Novosti ha affermato che “accogliamo con favore la posizione della Federazione Russa secondo cui i governi e i popoli dovrebbero avere il diritto all’autodeterminazione” aggiungendo che “rispettiamo e apprezziamo la Russia: è prima di tutto un’amica dei sudanesi. La posizione della Federazione Russa è sempre sincera, guarda con gli occhi aperti, mentre altri vedono solo il bicchiere mezzo pieno”.

Una posizione che sembra più di una semplice, nuova, apertura verso il Cremlino. D’altronde a fronte del congelamento dei finanziamenti Usa, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea, la nuova Khartoum dovrà necessariamente, e in breve tempo, guardare altrove per cercare di accreditarsi davanti all’opinione pubblica e così stabilizzare il Paese. Del resto proprio questa palese dimostrazione della volontà di stringersi a Mosca potrebbe solo configurarsi come un’abile mossa diplomatica per fare in modo che l’Occidente torni a finanziare il Paese.