Da isola esotica, estranea alle logiche militari e lontana dalla più scottanti vicende geopolitiche, a nuovo perno di Aukus, la recente alleanza occidentale nata, in fretta e furia, per arginare la Cina di Xi Jinping. Bizzarro il destino dell’Australia, ritrovatasi di colpo ad essere baluardo dell’Indo-Pacifico, fortezza all’interno della quale organizzare la resistenza contro l’avanzata di Pechino, ormai diventata la minaccia principale degli Stati Uniti.

Le origini anglosassoni di Canberra sono riemerse dall’ombra quando Joe Biden e Boris Johnson hanno, di fatto, “battezzato” il premier australiano Scott Morrison come terzo scudiero nel braccio di ferro occidentale contro la Cina. I giornali australiani sono tuttavia rimasti perplessi quando, in occasione della conferenza stampa tenuta per annunciare la nascita di Aukus, Biden si è rivolto a Morrison con una lunga perifrasi (“Voglio ringraziare quel tizio laggiù”), probabilmente per nascondere la dimenticanza del nome del suo omonimo. La Casa Bianca ha in seguito cercato di rimediare alla gaffe, ma le spiegazioni ufficiali non sembrano aver convinto i media di Canberra. Se non altro perché Biden, nella vicenda del ritiro dall’Afghanistan, si era già dimostrato a dir poco approssimativo con il povero Morrison, avvisato con una telefonata ritardataria rispetto agli altri leader.

Tutto questo è utile per analizzare le relazioni politiche tra Stati Uniti e Australia, fino ad oggi abbastanza approssimative. Siamo di fronte ad un’alleanza solida, certo, ma forse usurata dal passare del tempo, tra diffidenza e reciproca indifferenza. Aukus nasce appositamente per invertire la tendenza. La domanda è: sarà davvero così?

Una posizione delicata

L’Australia è situata in Asia ma ha radici che la legano profondamente all’Occidente, a cominciare dalle origini europee di circa il 90% dei suoi abitanti. Canberra fa inoltre parte del Quad, ed è sempre stata una fida alleata di Washington, anche se troppo spesso lasciata al suo destino. Due terzi del suo interscambio si svolge con l’Asia, e la Cina, da sola, è destinataria del 30% dell’interscambio australiano. Morale della favola: il governo australiano è schierato saldamente a favore delle democrazie liberali, ma non può neppure ignorare l’importanza economica di Pechino, partner commerciale prediletto.

L’economia australiana, fatto salvo il rallentamento dovuto al Covid, cresce dal 1991, anche se in questo lasso di tempo ha dimostrato di dipendere troppo dalla Cina, rischiando, come accaduto qualche mese fa, pericolose rappresaglie. Il governo cinese, infatti, in seguito a dichiarazioni considerate offensive, ha più volte “punito” la controparte australiana smettendo di esportare prodotti di vario genere. Risultato? La mossa ha causato ingenti danni economici all’Australia. Insomma, Morrison sa bene quanto sia importante consolidare l’alleanza con Stati Uniti e Regno Unito, ma sa anche che, nel caso in cui Pechino dovesse agitarsi, sarebbe il suo Paese a pagare il prezzo più elevato. Non Washington e neppure Londra.

Il nuovo ruolo di Canberra

Per questo è interessante interrogarci sul ruolo che assumerà Canberra nella Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina. Ad esempio, Aukus prevede di fornire all’Australia una flotta di sottomarini a propulsione nucleare (niente a che vedere con le armi nucleari). Una mossa, questa, che ha allertato la Cina, visto che mezzi del genere possono navigare nel Mar Cinese Meridionale, creando non pochi problemi alle autorità cinesi già immersi in acque agitate. Come si comporterà Morrison? Scenderà in prima linea, assumendo il rischio di essere colpito per primo da rappresaglie cinesi tanto economiche quanto politiche?

Difficile rispondere con esattezza, anche se, un anno fa, l’Australia era stata chiara. Dopo aver sopportato in silenzio l’espansione dell’influenza cinese nell’indo-pacifico, Canberra ha pensato bene di rivedere le strategie difensive e aumentare le spese militari. L’obiettivo, sulla carta e da attuare da qui ai prossimi dieci anni, consiste nell’investire la bellezza di 165 miliardi di euro per sfornare nuove armi a lungo raggio (prodotte dagli Usa e dotata di un raggio d’azione di 370 chilometri), nuove piattaforme, come ad esempio i droni, e altri strumenti per la cyber-guerra.

Al netto della citata diffidenza nei confronti degli Stati Uniti, al fine di salvaguardare il proprio “cortile di casa” dalle mire cinesi, l’Australia ha fatto il primo passo in avanti. Adesso è l’America che ha risposto presente, venendo incontro alle esigenze australiane, seppur con una certa indifferenza. Canberra diventerà un avamposto occidentale strategico nello scontro tra Cina e Stati Uniti, nonché uno degli attori più importanti della nuova guerra per la conquista dell’Indo-Pacifico, proprio come per decenni lo è stato l’Italia per la geopolitica del Mar Mediterraneo.