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C’è un nuovo vicino che impensierisce Israele e non è l’Iran. La Turchia starebbe lavorando dietro le quinte per prendere il controllo della base aerea di Tiyas, conosciuta anche come T4, per diventare il principale partner in materia di difesa della Siria post-Assad. L’indiscrezione è stata lanciata da Middle East Eye, sebbene il Governo turco non abbia confermato i suoi appetiti per la struttura militare; i sospetti, tuttavia, sono bastati per far storcere il naso in quel di Tel Aviv dove la collaborazione tra Ankara e Damasco è vista come una minaccia.

Dopo la cacciata di Bashar alAssad e l’ascesa al potere dell’islamista Ahmad al-Shara, più comunemente noto al mondo intero con il suo nome di battaglia Mohammed al-Jolani, gli storici alleati della Siria laica, ovvero Mosca e Teheran, hanno fatto un passo indietro lasciando un vuoto politico che ha risvegliato una certa fame espansionistica nelle nazioni limitrofe.

Le ambizioni della Turchia  

La base di Tiyas si trova vicino a Palmira, nel centro del Paese, e occupa una posizione strategica per il coordinamento delle operazioni militari. Dato il contesto, pare che le autorità di Ankara vogliano installare nell’area un sistema di difesa aerea messo a punto da menti turche, ossia HISAR-O+ finalizzato a intercettare e distruggere minacce provenienti dal cielo. Non è tutto, però, perché il progetto è molto più ambizioso dato che si prevede di ricostruire e ampliare la struttura schierandovi per giunta dei droni dotati di funzionalità sviluppate di attacco, facendo di questa un avamposto in una regione piuttosto disarticolata militarmente.

I turchi sono consapevoli che le Forze armate siriane stanno vivendo un momento di disorientamento a causa della transizione politica avvenuta dopo circa 14 anni di sanguinosa guerra civile, trovandosi così tra le mani un’occasione troppo golosa per la loro industria bellica. Il Governo di Recep Tayyip Erdogan ha intrattenuto relazioni con Al-Jolani sin dal 2017 quando l’attuale Presidente ad interim della Siria dettava legge con la sua formazione nei territori nordoccidentali del Paese e Ankara aveva stretto una collaborazione per contenere l’afflusso di migranti da oltre confine. A dicembre 2024, con l’insediamento degli islamisti a Damasco, il presidente Erdogan ha incontrato una delegazione della nuova classe dirigente per concordare azioni mirate contro le cellule terroristiche ancora presenti in territorio siriano e, secondo diversi analisti, la mossa è parsa sin da subito un tentativo di accreditamento agli occhi dell’Occidente.

Il nervosismo di Israele  

Dopo la fine della dinastia degli Assad, lo Stato ebraico ha alzato il tiro dando attuazione ai suoi piani espansionistici: occupazioni territoriali della cosiddetta “zona cuscinetto” e raid aerei contro obiettivi specifici come la base T4. Dietro ai bombardamenti mirati, da una parte, si cela la preoccupazione israeliana per le radici culturali dei jihadisti che ora governano il Paese, come evidenziato dal Comitato per la valutazione del bilancio dell’apparato di difesa e dell’equilibrio di potere – organo deputato alla formulazione di raccomandazioni per il ministero della Difesa in merito al coinvolgimento diretto o indiretto di Tel Aviv in aree di conflitto – secondo cui: “Questa minaccia potrebbe assumere la forma di una forza sunnita estrema che si rifiuterebbe anche di riconoscere l’esistenza stessa di Israele”. 

Il Comitato ha anche aggiunto che la presenza di agenti e truppe turche in Siria aumenterà le tensioni tra Ankara e Tel Aviv non escludendo di giungere a uno scontro diretto, motivo per cui “è necessario adottare una politica di eliminazione totale delle minacce e massimizzazione della risposta”. Un funzionario del Governo israeliano ha riferito al Jerusalem Post che l’installazione di una base militare turca, come potrebbe diventare la T4, rappresenterebbe un danno per la libertà di azione dello Stato ebraico nel Paese levantino. 

Non è tutto, perché la matassa si fa ancora più aggrovigliata per gli israeliani. Ankara sarebbe pronta a smantellare il sistema di difesa aerea S-400 brevettato dai russi e trasferirlo in una struttura al di fuori dei confini anatolici in modo da rientrare nel programma di sviluppo dei caccia F-35. Nel 2019 la Turchia era stata esclusa dal progetto perché aveva acquistato gli strumenti bellici da Mosca ma i recenti colloqui tra Erdogan e il presidente degli Usa Donald Trump sarebbero prodromici di una riammissione se il Sultano – appellativo affibbiato dai media al leader turco –   si libererà del sistema russo. A Tel Aviv, di conseguenza, temono che le attrezzature S-400 possano essere spostate nella base di Tyias rendendola de facto una roccaforte inespugnabile a cui si potrebbe aggiungere l’impiego degli F-35, che darebbero ad Ankara un inestimabile vantaggio militare.

Nell’intricato quadro del Medio Oriente, la Siria è tornata al centro dei giochi in quanto è considerata la terra di mezzo tra due nazioni che hanno troppi interessi nella zona e di cui entrambi hanno bisogno per cementare i rispettivi equilibri interni e accrescere la propria influenza in una regione sul punto di sfaldarsi.  

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