L’estinzione dell’Unione Sovietica ha avuto ripercussioni epocali sul piano delle relazioni internazionali: non soltanto ha determinato la fine della guerra fredda, ma ha riscritto profondamente la geografia dell’Eurasia. Intere aree storicamente appartenute a Mosca hanno ottenuto l’indipendenza, dal Baltico al Turkestan, aprendo spiragli per una competizione tra potenze impensabile e impossibile prima del 1991.

Quel che è accaduto in Asia centrale a partire dal dopo-guerra fredda è stato il riavvio del cosiddetto Grande Gioco (Great Game), uno scontro egemonico per il dominio dell’area che ha coinvolto l’impero russo e l’impero britannico dalla metà del 19esimo secolo all’inizio del Novecento. Oggi, però, contrariamente al passato, la natura bipolare della competizione è divenuta multipolare e sono cambiati anche i moventi che guidano le azioni dei giocatori.

Negli –stan stanno affrontandosi il Giappone contro la Cina, la Russia contro gli Stati Uniti, l’Unione Economica Euriasiatica contro il Consiglio Turco, le petromonarchie wahhabite contro l’Iran e la Turchia, e quest’ultima è a sua volta in conflitto con l’asse russo-cinese poiché in parte agente per la, e rispondente alla, Casa Bianca. La maggior parte di queste potenze interessate ad avere una voce in capitolo nell’arteria del cuore della Terra mackinderiano è accomunata da un elemento, ovvero lo sfruttamento della diplomazia energetica quale mezzo di corteggiamento.

La nuova via della seta fotovoltaica

Il Kazakistan è la prima economia dell’Asia centrale ed è titolare dell’85% del potenziale fotovoltaico regionale. La Cina, che dal 2013 detiene il primato mondiale nella costruzione di impianti fotovoltaici, sta utilizzando le proprie competenze per sviluppare il settore dell’energia solare kazako e aumentare la propria influenza all’interno del Paese, che riveste un’importanza centrale ai fini della Belt and Road Initiative, volgarmente nota come la Nuova Via della Seta.

La strategia di Pechino per la conquista di Nur-Sultan si basa su un modello già collaudato altrove con successo: alternanza di prestiti, doni e servizi a prezzi convenienti. Un ruolo-chiave è stato svolto, nel 2018, dal regalo di un impianto solare da un megawatt al parco dell’innovazione di Alatau, localizzato nei pressi di Almaty, al quale hanno fatto seguito un contratto da 39 milioni di dollari alla Risen Energy di Ningbo per realizzare un impianto da quaranta megawatt a Karaganda e l’apertura di due maxi-fattorie solari a Zhangiztobe, da trenta megawatt, e Kapshagay, da cento megawatt, entrambe costruite dalla Universal Energy di Shanghai e inaugurate tra agosto e settembre dell’anno scorso.

Il dinamismo cinese ha alimentato la competizione nel settore con le altre grandi potenze interessate al destino della prima economia degli –stan. Nel 2018 tecnici e ingegneri russi si sono occupati di raddoppiare la capacità dell’impianto solare di Burnoye, mentre l’anno successivo è avvenuta l’entrata in scena di una potenza insospettabile: la Germania. Due compagnie tedesche, Solarnet e SES Saran, hanno ultimato l’edificazione dell’impianto fotovoltaico più grande e potente del Paese, a Saran, con una capacità di cento megawatt e dotato di un sistema protettivo che dovrebbe assicurare una regolare produzione di energia in condizioni climatiche avverse per un periodo di almeno quarant’anni.

Infografica di Alberto Bellotto

Il fattore Stati Uniti

Il primo ottobre di quest’anno l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID, US Agency for International Development) ha lanciato un ambizioso piano quinquennale da quaranta milioni di dollari, “Power Central Asia”, rivolto ai cinque –stan ex sovietici (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). Il programma servirà gli obiettivi di favorire l’integrazione e l’interconnessione dei mercati energetici regionali, in particolare quello dell’elettricità, di aumentare l’interscambio dei prodotti energetici, di aiutare le compagnie nazionali a raggiungere gli obiettivi di produzione e di accelerare la transizione verso il rinnovabile.

Nell’ultimo decennio l’Usaid ha svolto un ruolo determinante nel favorire la diversificazione energetica nell’Asia centrale ex sovietica e, inoltre, si è specializzata nella schermatura delle reti delle centrali elettriche per ridurre i danni provocati da possibili attacchi cibernetici.

Il ruolo sempreverde della Russia

La rottura tra il Cremlino e l’Occidente provocata da Euromaidan e dalla scia di eventi che gli ha fatto seguito, dal Russiagate al caso Navalny, ha avuto come principale riflesso il riorientamento delle priorità strategiche dell’agenda estera russa dall’Europa all’Asia. Nello specifico, oltre alla formazione di un asse di ferro con Pechino, Mosca ha anche dato impulso ai lavori all’interno dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e al recupero del terreno perduto nell’intera area ex sovietica.

I rapporti con il Turkmenistan, la terza economia più importante nello spazio stan, sono entrati in una nuova fase dopo anni di turbolenze e dispute energetiche. Il processo di allontanamento, in larga parte dovuto al quasi-inglobamento di Ashgabat nell’orbita cinese, sembra essere stato interrotto l’anno scorso con la riesumazione delle esportazioni di gas turkmeno verso la Russia, ponendo fine ad un gelo durato tre anni.

La Russia, oggi, sta occupandosi di sviluppare l’industria chimica turkmena, via investimenti e invio di specialisti, e da alcuni mesi sono in corso trattative per la formulazione di un protocollo di cooperazione nel campo energetico. Il documento, del quale è stata raggiunta una bozza preliminare a maggio di quest’anno, fungerà da quadro di riferimento per “la costruzione della linea di trasmissione di energia ad alta tensione Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan, l’interazione del sistema dell’energia elettrica dell’Asia centrale e la formazione del mercato comune dell’energia elettrica dell’Uee entro il 2025”.

Per quanto riguarda le relazioni generali tra la Russia e gli stan, il 15 ottobre si è tenuto l‘ultimo video-vertice del formato “Asia centrale+Russia”, anche noto come “CA+1”. L’evento, che è nato con l’obiettivo di trattare gli stan come se fossero un monolite unico e coeso, si è focalizzato sul miglioramento dei rapporti e della cooperazione nei settori strategici, tra i quali l’energia.

Le petromonarchie

L’Arabia Saudita, affiancata dalle altre petromonarchie del golfo, in primis gli Emirati Arabi Uniti, è presente nello scenario centroasiatico sin dall’immediato post-guerra fredda e ha utilizzato il più efficace strumento diplomatico che ha a disposizione per ossificare il proprio ruolo: i petrodollari. Riyad ha giocato un ruolo molto importante nel consentire agli stan di ampliare la rete infrastrutturale per il trasporto di idrocarburi di eredità sovietica, investendo nella costruzione di nuovi gasdotti ed oleodotti bypassanti i territori russi, sia per ridurre la dipendenza da Mosca che per abbattere il prezzo finale del prodotto legato ai costi di passaggio.

L’ampliamento della rete energetica è avvenuto sia per mezzo di investimenti che di maxi-prestiti. Proprio un finanziamento saudita ha consentito al Turkmenistan di iniziare i lavori per l’ambizioso gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) che, se completato, sarà uno dei principali successi di Riyad ottenuti nell’area stan e anche nell’Asia meridionale.

Il 5 marzo di quest’anno Uzbekistan e Arabia Saudita hanno concluso tre accordi di collaborazione strategica dal valore di oltre due miliardi di dollari nei settori dell’elettricità, dell’eolico e della formazione professionale. Gli accordi hanno una portata storica: Tashkent ha scelto Riyad per la costruzione di un maxi-impianto per la generazione di energia elettrica dalla capacità di 1500 megawatt e di un impianto per la produzione di energia eolica dalla capacità di 500-1000 megawatt; due strutture che accelereranno sensibilmente il ritmo della corsa uzbeka verso l’autosufficienza energetica.

Il principale motivo per cui l’Arabia Saudita e le altre petromonarchie sono interessate ad espandere il raggio d’azione nell’Asia ex sovietica è il contenimento dell’Iran. Teheran è entrata negli stan dapprima che l’Unione Sovietica implodesse, galvanizzando la rinascita islamica che sul finire degli anni ’80 avrebbe accelerato il crollo del comunismo ma anche lo scoppio di sanguinose guerre civili fra le forze politico-sociali laiche e quelle religiose.

Lo scopo anti-iraniano della penetrazione petromonarchica si è palesato nel tempo: laddove aumenta l’esposizione saudita, lì cresce l’ostilità delle istituzioni verso l’Iran. Il Tagikistan è il caso più emblematico: la stretta sull’islam radicale inaugurata dal presidente Emomali Rahmon, che negli ultimi tre anni ha portato alla chiusura di circa 2mila moschee in tutto il paese, ha colpito essenzialmente i luoghi di culto e i centri culturali vicini tanto ai Fratelli Musulmaniquindi alla Turchia, che all’Iran.

Non è da escludere che l’Arabia Saudita e i suoi surrogati, in qualità di custodi integerrimi degli interessi statunitensi nel mondo, in futuro possano spostare il focus delle loro agende dal contenimento anti-iraniano e antiturco al bilanciamento dell’influenza di Russia e Cina. Sarà il modo in cui gli –stan decideranno di muoversi nell’ambito dell’Uee e della Belt and Road Initiative a mostrare quali sono gli obiettivi delle petromonarchie nei confronti di Mosca e Pechino.