La geopolitica della corsa allo spazio
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Emmanuel Macron, dopo aver vinto le presidenziali francesi per la seconda volta consecutiva, ha incaricato il nuovo governo, che però potrà avere una durata più o meno lunga a seconda di quello che succederà nelle urne tra poche settimane. Due sono le questioni che possono balzare subito agli occhi.

Anzitutto le tempistiche: l’inquilino dell’Eliseo, rispetto alla tradizione, ha impiegato davvero molto per procedere con l’indicazione dei ministri. Con buone probabilità, l’ex enfant prodige della politica d’Oltralpe ha voluto più possibile avvicinarsi in linea temporale alle legislative, consentendosi una mossa, tanto politica quanto comunicativa, a ridosso di un appuntamento elettorale importante per la tenuta dello stesso governo. Le elezioni avranno luogo in due turni, ossia il 12 ed il 19 giugno.

In secundis, il leader de La Reinassance ha voluto, con la scelta dei capi di Dicastero, confermare uno spostamento dell’asse verso destra, avvalorando la tesi secondo cui il presidente della Repubblica francese sarebbe ormai un leader politico post-ideologico o comunque non etichettabile con un’identità progressista. La composizione della prossima Assemblea legislativa sarà fondamentale. E Macron, conti e previsioni alla mano, non deve badare tanto alla sua destra, dove Marine Le Pen, Eric Zemmour saranno più divisi che mai (mentre i parlamentari Repubblicani – vista anche la composizione di questo esecutivo – dovrebbero sostenere un esecutivo macroniano), ma alla sua sinistra, dove il cartello elettorale massimalista che è guidato da Jean Luc Mélenchon sembra davvero poter puntare alla maggioranza degli scranni parlamentari.

Il vertice della France Insoumise sta conducendo questa campagna elettorale domandando ai cittadini di eleggerlo premier. Il capo dell’esecutivo deve del resto contare sul consenso dell’Assemblea legislativa. Dipendesse da Macron, l’ipotesi coabitazione dovrebbe essere scongiurata e il governo appena stilato resterebbe in carica. Ma al momento non è escludibile che il prossimo governo della Francia sia collocabile, ideologicamente parlando, a sinistra. E che i nomi che stiamo per fare non ricoprano per molto tempo i ruoli assegnati. Premesso questo, diviene comunque utile elencare quante e quali scelte abbia messo in campo il presidente della Repubblica francese in questa fase così delicata.

Elisabeth Borne, premier donna incaricata, dovrà soprattutto contare sui ministri che Macron aveva già individuato durante il primo mandato. Le rotture rispetto al passato riguardano due dicasteri specifici: quello dell’Energia e quello dell’Ecologia. In particolare, il dicastero dell’Ecologia è quello che il presidente francese ha promesso di rendere centrale, mentre cercava (e ci è riuscito) di convincere l’elettorato di Mélenchon a preferirlo alla Le Pen per il secondo turno. Amélie de Montchalin, una donna che, come ha specificato pure l’Ansa, è considerabile di destra si occuperà di Ecologia, mentre Agnès Pannier-Runacher, che è di sinistra, avrà il compito di gestire la materia energetica.

Passiamo ai ministeri centrali. Se il ministro dell’Interno e quello dell’Economia resteranno gli stessi, cambierà invece la persona delegata ad abitare gli uffici di quella che in Italia chiameremmo Farnesina: Catherine Colonna, che è una repubblicana, sarà il nuovo ministro degli Esteri. Il che rappresenta un altro segnale della analizzatissima svolta post-ideologica.

Una figura che sta animando il dibattito tra le parti è quella di Pap Ndiaye, che è divenuto il nuovo ministro dell’Educazione nazionale. Sappiamo quanto il dibattito sulle minoranze animi la politica francese, e conosciamo anche quanti e quali messaggi sulla presunta “sostituzione” abbia lanciato la destra transalpina nel corso dell’ultimo decennio. Ecco, Pap Ndiaye è il simbolo dell’impostazione contraria ai sostenitori della linea dura sull’immigrazione e non solo.

Questo esecutivo potrebbe avere il tempo di porre soltanto le basi o di lavorare per un lungo periodo di tempo: dipenderà dai cittadini francesi. La trasversalità, e quindi la post-ideologia, è comunque il trait d’union delle nomine che Macron ha ufficiliazzato.

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