Creare un blocco geopolitico alternativo rispetto a quello incarnato dagli Stati Uniti. Possibilmente capace di attrarre altri Paesi satelliti, costruire un sistema valoriale ben definito, amalgamare tutto grazie alla magia commerciale della Belt and Road Initiative e lasciare da parte vecchie ruggini. Russia e Cina hanno ben poche altre strategie alternative da abbracciare, soprattutto adesso che Washington ha inserito entrambe in cima alla lista dei problemi da risolvere, con le buone o con le cattive. Se Pechino può vantare un’economia mastodontica, un ricco mercato interno e – nonostante la pandemia di Covid-19 – sorprendenti percentuali di crescita economica, Mosca deve fare i conti con i soliti, grandi limiti.

Due contesti differenti

La Federazione russa soffre della solita sindrome del gigante dai piedi d’argilla, la stessa che la attanaglia da prima dei tempi dell’Unione Sovietica. L’economia russa continua a dipendere dall’esportazione di risorse energetiche e materie prime e, al netto di un apparato militare di tutto rispetto, fatica a gettare solide fondamenta sulle quali programmare un’ascesa concreta, come ha invece fatto il vicino cinese. A proposito di Xi Jinping, il presidente cinese non ha problemi simili.

Il Dragone, che, secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, nel corso del 2021 vedrà la propria economia crescere dell’8.4% (a fronte del 6% dell’economia globale), è impegnato a sostituire il paradigma della quantità con quello della qualità. Il processo era in atto da anni, ma adesso – visto e considerando i dissidi con la Casa Bianca – è impossibile rimandare oltre.

Da questo punto di vista, la strategia della doppia circolazione è emblematica delle intenzioni cinesi. Pechino si affiderà in primis al mercato interno, poi alle relazioni economiche con il resto del pianeta. Relazioni, si badi bene, che continueranno a esistere, e anzi saranno rafforzate in base ai target ricalibrati dal Partito Comunista cinese. Detto altrimenti, gli investimenti stranieri non dovranno più coincidere con il principale motore di crescita nazionale.

Ritorno di fiamma

È su queste premesse che assisteremo al ritorno di fiamma dell’asse Pechino-Mosca. Xi Jinping e Vladimir Putin sanno che l’unico modo per silenziare i tentativi di Joe Biden di imporre il sistema valoriale americano a tutto il mondo – compresi i Paesi tradizionalmente alleati o vicini a Cina e Russia – consiste nel mettere al sicuro le rispettive sfere geografiche di influenza. Il cortile di casa cinese può esser fatto coincidere con le nazioni a ridosso dei confini della Repubblica Popolare.

Dunque: Vietnam, Cambogia, Laos e, più in generale, il sud-est asiatico. Prima grazie alla carta economica della BRI, poi alla diplomazia dei vaccini, la Cina sta cercando in tutti i modi di guadagnare il consenso di importanti governi, molti dei quali a metà strada tra Washington e Pechino. Il Dragone punta moltissimo al Pakistan, perfetta pedina da utilizzare in chiave anti Indiana, con Nuova Delhi sempre più alleata americana. La Russia, invece, è più attenta a tutelare i propri interessi in Asia centrale, negli “Stan”, fino all’Europa orientale.

Partner e alleati

Esistono regioni chiave per il dispiegamento della Via della Seta cinese che sono anche fondamentali per la visione geostrategica russa. Pensiamo ad esempio a due Paesi chiave del Grande Medio Oriente, come Turchia e Iran. La Cina li vede come partner imprescindibili per rafforzare la connettività euroasiatica, promuove lo sviluppo di partnership bilaterali, infrastrutture, investimenti, l’integrazione di Ankara e Teheran nei grandi spazi che già in passato videro l’Anatolia e la Persia crocevia dei commerci tra Oriente e Occidente. Laddove un tempo passavano spezie e seta, ora si immagina il passaggio di treni ad alta velocità, merci, energia.

E Mosca segue a ruota dialogando con dei partner su cui l’ascendente è sicuramente notevole per quanto sempre incerto: con la Turchia la Russia ha un rapporto di inevitabile dualismo, fatto di una latente rivalità sempre pronta a trasformarsi in scontro aperto nei settori di più elevata distanza (dal Caucaso al Mar Nero), della malcelata animosità per l’adesione di Ankara al campo atlantico e dei sospetti frutto di secoli di scontri tra gli imperi degli zar e i sultani di Istanbul, ma d’altro canto è stata in grado di siglare negli ultimi anni con la Turchia intese strategiche ad ampio raggio che vanno dalla de-escalation in Siria alla ricerca di una sinergia economica fondata sul gasdotto TurkStream. L’Iran è partner sistemico per Mosca, partner militare e alleato di fatto, ma la Russia resta preoccupata dal solipsismo con cui Teheran si muove nella “mezzaluna sciita” posta tra l’Iraq e il Mediterraneo. La Cina intende fare da trait d’union e plasmare le relazioni di questi Paesi-chiave grazie all’attrattività del suo progetto euroasiatico.

Il fronte africano e l’America Latina

In Africa la Russia domina il mercato delle armi ed è il primo fornitore di Algeria, Egitto, Sudan e Angola. Oltre A questo settore, estremamente proficuo, Mosca ha creato una vera e propria ragnatela invisibile che tocca vari ambiti, dalla cultura all’energia, dallo sfruttamento delle risorse minerarie all’antiterrorismo. Basti pensare che nel 2019, in occasione della prima edizione del Summit Russia-Africa, sono stati siglati accordi dal valore di 12,5 miliardi di dollari. Nel Continente Nero, la Cina è ancora più inserita del partner russo.

Pechino considera la regione strategica ai fini della BRI, ha costruito strade, gasdotti, porti, stadi, case e mantiene ottimi rapporti con i governi africani. La Repubblica Popolare è anche il creditore numero uno dell’Africa, con ben 143 miliardi di dollari di prestiti versati nel periodo compreso tra il 2000 e il 2017. In America Latina il discorso è simile, con l’aggiunta che, da un punto di vista geografico, ci troviamo a pochi passi dal rivale americano. Dunque, ottenere alleati regionali rappresenta un valore aggiunto per insidiare da vicino i piani di Washington.

La scacchiera europea

Per quanto riguarda l’Europa la situazione si fa estremamente complessa. Complice la natura “euroasiatica” dell’alleata Russia e la parallela presenza di forti sentimenti ostili all’Orso moscovita negli spazi geopolitici dell’Europa orientale Pechino ha voluto plasmare un rapporto con i Paesi del Vecchio Continente che fosse basato il più possibile sulla valorizzazione delle relazioni commerciali. Mettendo in secondo luogo nella narrazione, ma non dimenticando, gli interessi geopolitici legati alla Nuova via della seta. In Europa si nota con grande forza la natura asimmetrica del rapporto sino-russo, in quanto Pechino ha potuto mettere in campo con grande efficacia accordi commerciali e operazioni bilaterali con Paesi che promuovono politiche fortemente anti-russe.

È il caso di Polonia e Lituania, due dei Paesi membri dell’Iniziativa 17+1 fondata sulla cooperazione tra Pechino e 17 Paesi compresi tra il Mar Baltico, il Mar Nero e il Mare Adriatico (quello spazio che Varsavia definisce Trimarium). Nei Balcani e nelle aree immediatamente limitrofe, invece, che si intersecano i soft power delle due potenze, con la Cina particolarmente attiva in Ungheria e in Serbia, e la Russia attenta, tra gli altri, a Moldavia, Bosnia ed Erzegovina, Armenia e Bielorussia.

Il caso di Italia e Germania

Un altro Paese attenzionato dalle mire cinesi è stata l’Italia, divenuta nel 2019 il primo Paese membro del G7 a aderire alla Belt and Road Initiative, ma il Paese su cui maggiormente convergono le aspirazioni russo-cinesi è senz’ombra di dubbio la Germania. Berlino da tempo è ritenuta partner imprescindibile per Mosca, che con i tedeschi ha costruito una relazione bilaterale fondata sulla complementarietà dei sistemi economici: la Germania ha fame di energia russa a buon mercato, la Russia di tecnologia avanzata tedesca e di beni consumo per la popolazione.

Su larga scala, questo è anche il canovaccio su cui la Cina ha plasmato i rapporti con Berlino anche se, sul medio-lungo periodo, il governo di Angela Merkel ha iniziato a vedere come un rivale il colosso orientale in settori ad alto valore aggiunto come quelli di matrice tecnologica. Vero è che il paradigma di “GeCina” come sviluppo di “GeRussia” rimane l’incubo strategico per eccellenza degli Stati Uniti, non a caso allarmati delle Mosse di Pechino e Mosca nel loro “impero europeo” e desiderosi di contenerle con il richiamo agli alleati alla scelta di campo atlantica.