L’Europa teme i dazi di Donald Trump? Ma con le regole di concorrenza se ne è già imposti di più duri e pesanti. Il deficit di competitività dell’Unione Europa rispetto agli Stati Uniti? Dettato da regole vetuste. L’energia? Un fattore di riduzione della capacità del Vecchio Continente di competere su scala internazionale. Mario Draghi scende in campo e, ora più che mai, indica un bersaglio: l’Europa di ieri, quella di cui lui stesso è stato un simbolo, forse il più noto a livello globale.
Si toglie i guantoni, il banchiere romano ed ex presidente del Consiglio, e lo fa per la terza volta in meno di un anno con l’uno-due del recente intervento sul Financial Times e del conseguente discorso in audizione al Parlamento Europeo. Lo fa dopo un durissimo discorso a Bruxelles del 16 aprile scorso e la pubblicazione del Rapporto sulla competitività europea che rivendica maggiori spazi di autonomia per il Vecchio Continente, l’abbattimento delle barriere interne, un maggior coordinamento centrale per il mercato e le politiche europee. Questa volta si va dritti al punto: non si auspica ciò che l’Europa dovrebbe fare, ma si mette nero su bianco ciò che l’Europa ha sbagliato a fare. E, dunque, un sostanziale mea culpa emerge.
La nuova agenda Draghi per l’Europa
Il banchiere centrale che col quantitative easing ha contribuito a spingere la forza dell’euro come piattaforma monetaria ideale per le esportazioni, ammette sul Ft che la quota di commercio sul Pil europeo nell’ultimo quarto secolo “è aumentato dal 31 al 55 percento nell’eurozona, mentre in Cina è aumentato dal 34 al 37 percento e negli Stati Uniti dal 23 al 25 percento”. L’Europa ha vinto la globalizzazione ma l’hanno persa le classi medie europee e “”mentre le barriere interne sono rimaste elevate, quelle esterne sono diminuite con l’accelerazione della globalizzazione”, perché “le aziende europee hanno guardato all’estero per sostituire la mancanza di crescita interna”. Il caso dell’Italia insegna.
Draghi ha detto sul Ft che “la diffusione della regolamentazione è stata progettata per proteggere i cittadini dai nuovi rischi tecnologici”, ma questo crea un problema di competitività e scala. Una versione morbida della critica mossa dal vicepresidente Usa J.D. Vance all’AI Act europeo che non lascia spazio a repliche. Oggi, parlando al Parlamento Europeo, Draghi ha rincarato la dose indicando in difesa, tecnologia, energia e mercato dei capitali il nocciolo duro della convergenza europea: “”Dobbiamo abbattere le barriere interne, standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sull’equity”.
Stop alla frammentazione del mercato della Difesa, creare un’Europa superiore alla somma delle parti nelle tecnologie critiche, mobilitare i capitali verso lo sviluppo dell’economia e gli investimenti necessari all’attuale contingenza di grandi necessità di spesa per l’Ia e altri settori, riformare radicalmente il mercato dell’energia garantendo “maggiore trasparenza, maggiore utilizzo di contratti di fornitura a lungo termine e acquisti a lungo termine di gas naturale, massicci investimenti nelle reti e nelle interconnessioni” oltre a puntare “sullo sviluppo di energie rinnovabili” per arrivare a un mercato comune europeo. Ecco la nuova dottrina-Draghi che sconfessa l’Europa di Ursula von der Leyen come già successo nell’ultimo anno con le uscite del banchiere romano.
La lezione di Keynes da riprendere
Di fronte alle uscite di Draghi, riprendiamo le domande chiave fatte su queste colonne in occasione della pubblicazione del Rapporto sulla competitività a settembre: come mettere in campo un’agenda tanto ampia in un contesto in cui nuove sfide, quotidianamente, emergono in Europa e in cui la riforma proposta da Draghi rischia di essere percepita come calata dall’alto? Come farlo, in sostanza, nel quadro di una serie di Trattati e regole la cui applicazione segue pedissequamente le regole di un mondo globalizzato sempre più in difficoltà? Come possono farsene interpreti, infine, coloro che, da Draghi a Von der Leyen, rappresentano una stagione ormai passata, con le sue luci e le sue ombre, dell’era europea?
Su quest’ultimo fronte, registriamo perlomeno un punto a favore di Draghi. Il banchiere romano applica il vecchio principio di John Maynard Keynes, analizzare i problemi provando a proporre soluzioni: “When the facts change, I change my mind. What do you do, sir?”. Questa domanda del padre dell’economia moderna dovrebbe essere rivolta come aperta a tutti i decisori del Vecchio Continente, dalla von der Leyen al sempre retorico e poco pratico Emmanuel Macron. “Cosa volete fare dell’Europa, signori?”. Draghi ha alzato la palla. A chi detiene le leve del potere decidere se schiacciarla o lasciarla cadere.
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