Il censimento è parte integrante della vita di un Paese, serve del resto a conoscere dimensioni e peculiarità di una popolazione. Ma lì dove la composizione etnica o religiosa, oltre a essere variegata, è stata spesso fonte di tensioni, i censimenti a volte sono dei veri tabù. In Libano l’ultimo censimento ufficiale risale al 1932, in Iraq al 1997. Ma a Baghdad qualcosa si muove: pur tra coprifuoco, strade blindate e scorte armate per i delegati, il Governo iracheno in questi giorni sta procedendo a un nuovo censimento. E non mancano le incognite.
Niente domande su etnia e religione
Dopo la caduta di Saddam Hussein, avvenuta per mano Usa nel 2003, un tentativo di portare avanti il censimento è stato fatto nel 2009. In quell’occasione però, il progetto non è andato a buon fine. Diversi addetti sono stati aggrediti, molte schede bruciate, il Paese ha rischiato ancora una volta di finire inghiottito dalla voragine delle tensioni settarie. Si usciva da poco dalla guerra civile del 2007, quella dove lo scontro tra sciiti e sunniti ha provocato migliaia di vittime tra miliziani e civili.
Ed è proprio lo scontro tra i due più importanti gruppi religiosi la principale preoccupazione delle autorità. L’Iraq è abitato per l’80% da arabi, divisi al loro interno tra sciiti, in maggioranza, e sunniti. Questi ultimi, al potere durante l’era di Saddam Hussein, sono malvisti da molti gruppi sciiti che recriminano per quanto accaduto prima della deposizione del rais. A differenza che nel 2009, nei questionari non ci saranno domande sull’appartenenza etnica o religiosa. L’obiettivo è quindi semplicemente contare la popolazione nelle varie città e province, senza specificare poi l’appartenenza comunitaria ed evitare quelle tensioni che per oltre un quarto di secolo hanno impedito all’Iraq di contare gli abitanti.
Un Iraq profondamente diverso
L’ultimo censimento, quello del 1997, ha contato 22 milioni di abitanti. Oggi le stime delle Nazioni Unite parlano di oltre 40 milioni di cittadini, quasi il doppio. Da qui l’esigenza per Baghdad di conoscere meglio la dislocazione della popolazione e capire la conformazione sociale dei vari territori. Anche se non verrà chiesta l’appartenenza comunitaria, il censimento fa ugualmente paura. Se per esempio, rispetto 27 anni fa, dovessero risultare incrementi della popolazione in aree tradizionalmente sunnite, allora i gruppi e i partiti sunniti chiederebbero maggior spazio nella struttura di potere irachena.
Il discorso si complica nel Nord del Paese, con i curdi che sperano di poter dimostrare un aumento della popolazione all’interno della regione autonoma in modo da far valere un più marcato peso politico al Governo centrale di Baghdad. La tensione è talmente alta in questi giorni che, nelle ore di attività degli addetti al censimento, è stato disposto il coprifuoco nelle principali città. Non solo, ma per prevenire raggiri e falsificazioni nei conteggi, sono stati disposti divieti di spostamento tra alcune aree. Molti infatti sospettano spostamenti di interi gruppi volti a far risultare più popolosa una regione rispetto a un’altra.
La questione yazida
C’è poi il caso particolare degli yazidi, minoranza di etnia curda e identificata soprattutto con l’appartenenza alla religione yazida. Si tratta di una popolazione che ha subito il genocidio ad opera dell’Isis nel 2014, quando il califfato ha occupato la principale città di riferimento della comunità, ossia Sinjar. Si stima che circa 360mila yazidi siano scappati dalle loro aree e abbiano trovato rifugio nella regione autonoma del Kurdistan. Di questi, soltanto in 160mila avrebbero fatto ritorno a casa e dunque in almeno 200mila potrebbero essere registrati come residenti nelle città curde.
Per ovviare al problema, il Governo ha consigliato alle famiglie yazide di inviare a Sinjar almeno un proprio membro, in modo da poter registrare il proprio nucleo familiare come residente in città. Il problema però è che a Sinjar la sicurezza è ancora precaria e non sono stati ristabiliti tutti i servizi necessari per incentivare il ritorno degli sfollati.

