Tv, supermercati, immobiliare: viene dal business Al Zaidi, il premier scelto per dare un nuovo corso all’Iraq

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Così come spesso accaduto negli ultimi anni, la principale preoccupazione dei legislatori iracheni dopo il voto è stata quella di trovare una figura di mediazione. Costituzione e consuetudini consolidatesi nel dopo Saddam parlano del resto chiaro: il presidente della Repubblica deve essere curdo, il presidente del Parlamento invece sunnita, infine la principale carica esecutiva rappresentata dalla figura del primo ministro deve appartenere alla maggioranza sciita. Così, risolte le prime due pratiche, nei giorni scorsi il Parlamento è riuscito a trovare la quadra sul nuovo capo dell’esecutivo: si tratta diAli Al Zaidi, nome uscito a sorpresa e non poteva essere altrimenti.

Come sottolineato in precedenza, la priorità è stata data alla ricerca figure di mediazione. La rosa dei papabili primi ministri quindi, difficilmente in tal senso può comprendere figure politiche già consolidate e alla guida di movimenti e partiti. Al Zaidi ha 48 anni, è uno dei premier più giovani quindi nell’Iraq moderno, è un imprenditore e un uomo d’affari. Con la politica ha avuto poco a che fare fino a pochi anni fa e questo, per i motivi prima sottolineati, ha forse costituito un altro punto a suo favore. A lui il compito, entro fine maggio, di formare un governo e di prendere le redini di un Paese su cui gravano come macigni la crisi in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz.

La mediazione interna

La necessità di trovare una figura di mediazione è duplice in quel di Baghdad. Occorre infatti preservare due ordini di equilibrio: uno interno e uno esterno. Sotto il profilo interno, il punto di partenza è rappresentato dalla frammentazione del parlamento iracheno. Sono 20 le liste che hanno ottenuto almeno un seggio nel voto di novembre, nessuna di loro ha i numeri per imporre il proprio peso e la propria linea. C’è poi la questione legata al dualismo emerso all’interno del mondo politico sciita. Da un lato c’è il premier uscente Al Sudani, capace con il suo partito “Ricostruzione e Sviluppo” di guadagnare 46 seggi e dunque la maggioranza relativa. Dall’altro c’è un altro ex premier, Nuri Al Maliki, sostenuto soprattutto dalle liste sciite più vicine a Teheran e comprese all’interno della “Coalizione per lo Stato di diritto”.

Entrambi per mesi hanno coltivato velleità di nomina a primo ministro. Al Sudani ha rivendicato il successo della propria formazione, nonché un certo sostegno elettorale ricevuto a Baghdad e in buona parte delle regioni meridionali del Paese. Quelle cioè a maggioranza sciita, lì dove soltanto a Bassora non è riuscito a imporsi quale principale partito. Dal canto suo però, Al Maliki ha goduto per diverse settimane dell’appoggio di una larga fetta del panorama politico sciita. Nei vari incontri parlamentari, si è presentato come volto di esperienza e come unico rappresentante politico capace di gestire l’Iraq in questa fare di grave crisi regionale in medio oriente. L’impossibilità di entrambi di raggiungere la maggioranza tra le forze sciite, ha fatto quindi virare verso una figura di mediazione. Il 27 aprile scorso, sia Al Sudani che Al Maliki hanno annunciato l’intenzione di sostenere la candidatura di Al Zaidi come premier. Aprendo così la strada al 48enne imprenditore.

La mediazione esterna

C’è un motivo ben preciso per cui Al Sudani e Al Maliki non hanno ottenuto il consenso necessario per diventare nuovamente premier. Questa volta la rivalità in questione ha origine al di fuori dei confini iracheni e riguarda da vicino il conflitto, prima solo politico ora anche militare, tra Stati Uniti e Iran. Al Maliki, una volta designato da un’ampia fetta del quadro di coordinamento sciita, ha ricevuto un vero e proprio veto da parte degli Stati Uniti. La Casa Bianca, per bocca dello stesso presidente Donald Trump, ha esplicitamente considerato l’eventuale nomina di Al Maliki come motivo di rottura diplomatica tra Washington e Baghdad. I motivi di una così forte presa di decisione sono essenzialmente riconducibili alla vicinanza dell’ex premier alle forze filo iraniane. Vicinanza resa palese secondo gli Stati Uniti durante gli otto anni di suo mandato, svolto tra il 2006 e il 2014. Anni cioè dove i rapporti tra l’Iraq e la Repubblica Islamica iraniana sono diventati molto più fitti.

Il “no” degli Usa alla nomina di Al Maliki, ha automaticamente messo fuori gioco anche Al Sudani. Quest’ultimo infatti dall’altra parte della barricata, quella iraniana, ha iniziato a essere visto come potenzialmente filo-statunitense. Anche Teheran quindi ha emesso il suo veto e ha imposto ai partiti più vicini alle proprie posizioni, soprattutto quelli espressione delle Forze di Mobilitazione Popolari (Pmf) costituitesi durante la lotta all’Isis, di non sostenere in alcun modo Al Sudani. Anche in questo caso, l’unica soluzione possibile è stata quella di trovare una figura di mediazione. Al Zaidi, in tal senso, ha accontentato tutti: piace agli Stati Uniti perché non è Al Maliki, piace all’Iran perché non è Al Sudani.

Ma chi è Al Zaidi?

Si è parlato principalmente dei due ex premier iracheni, solo un cenno è stato fatto al vero protagonista attuale della politica irachena. Non è certo un caso: la figura di Al Zaidi, con i suoi trascorsi e i suoi percorsi economici e politici, è secondaria nonostante il suo nuovo ruolo. Tuttavia, il neo primo ministro presenta alcune caratteristiche interessanti. Ha iniziato la sua scalata economica nello scorso decennio, quando ha accumulato una serie di incarichi in svariate società irachene. Tra tutte, spicca la presidenza della holding Al Watania, impegnata in svariati settori commerciali. C’è poi la sua nomina a capo dell’Università Al Shaab, all’istituto medico Ishtar, ma soprattutto all’Al-Janoob Islamic Bank: quest’ultima è una banca raggiunta nel 2024 da sospetti statunitensi circa un possibile riciclaggio di denaro a favore delle milizie sciite filo iraniane. Occorre però specificare che dall’incarico di presidente dell’istituto bancario, Al Zaidi si è dimesso nel 2019 e quindi ben prima delle indagini di Washington.

Le più importanti fortune imprenditoriali del neo premier sono comunque legate all’Al-Oways Group, holding di cui è proprietario e con il quale è impegnato in diversi settori. Dall’immobiliare fino a quello agricolo, passando per quello commerciale e della grande distribuzione grazie al controllo della catena di ipermercati Taawon. Con il suo gruppo inoltre, Al Zaidi gestisce la tv satellitare Dijlah Tv e altre iniziative editoriali. In poche parole, Al Zaidi è arrivato al vertice del governo senza un proprio peso specifico politico ma non si tratta comunque di una figura debole o destinata ad accontentarsi di un mero ruolo di transizione. Proverà, al contrario, a costruire un proprio spazio politico e ad evitare eccessive fratture nel delicato equilibrio istituzionale iracheno. Senza creare dissapori a Washington e a Teheran.