Nuova ondata di proteste e scontri ad Addis Abeba e diverse città dell’Oromia, che hanno causato sedici morti e diversi feriti. Nonostante il Nobel per la pace al premier Abiy Ahmed, le tensioni interne permangono. Negli ultimi giorni sono migliaia i manifestanti scesi per le strade al grido di “Abiy down!”, a supporto del giornalista e attivista politico Jawar Mohammed.

Meno di due settimane fa Ahmed era insignito del premio Nobel per la pace grazie al suo impegno nella distensione dei rapporti fra Etiopia ed Eritrea. Molti hanno rilevato, giustamente, i passi in avanti compiuti dal governo etiope nell’ultimo anno, con la nomina di Ahmed. Dopo anni di proteste e rivolte, potremmo essere davanti ad un cambio di passo decisivo per la democrazia etiope. Vi saranno libere elezioni nel 2020, è avvenuto il rilascio di numerosi prigionieri politici, è partito il dialogo tra le parti sociali. E nel frattempo, sono tornati i leader dell’opposizione esiliati da decenni. Il riconoscimento internazionale ha riacceso tra i media esteri la scintilla dell’ “Abiymania”, generando letture semplicistiche, che si discostano di molto dalla complessa realtà socio – politica etiope. Se è vero che ci sono state aperture da parte del governo, assolutamente improbabili prima di Abiy Ahmed, è vero anche che la strada per la pace interna è ancora lunga. Come testimoniano le recenti manifestazioni a sostegno di Jawar Mohammed.

Accuse reciproche

Tutto inizia quando il primo ministro etiope dichiara di voler prendere seri provvedimenti contro gli organismi mediatici che alimentano i conflitti inter-etnici, aggiungendo che chi non ha un passaporto etiope, a differenza di altri, può lasciare il paese in ogni momento, evitando qualsiasi ripercussione per i suoi comportamenti. Quest’ultima affermazione è un chiaro e diretto attacco a Jawar Mohammed. L’attivista politico, infatti, è in possesso di un passaporto statunitense e privo di quello etiope, ritiratogli nel 2008 quando fu esiliato. Negli anni Jawar si è distinto per il suo attivismo a favore degli Oromo, etnia maggioritaria che ha guidato le proteste del 2016 – 2017. Il suo apporto è stato fondamentale per la nomina di Abiy Ahmed, primo Oromo a ricoprire quest’incarico. Durante l’esilio fonda e gestisce l’Omn (Oromo Media Network), la principale fonte d’informazione dei movimenti di protesta antigovernativi e oggi sotto accusa da parte del governo etiope. Grazie ad Abiy, nel 2018, torna in Etiopia dove fonda il National Youth Movement for Freedom and Democracy, meglio conosciuto come Qeero, caratterizzato da un’ideologia che antepone gli interessi della popolazione oromo a quelli etiopi. Proprio per il suo attivismo politico, fin dal suo ritorno Jawar è sorvegliato da una scorta che, evidentemente, ha il duplice compito di protezione e controllo.

In seguito alla dichiarazione di Abiy, Jawar Mohammed risponde sui social attaccando durante il governo, che nella notte tra martedì e mercoledì ritira la scorta al giornalista.  In poche ore la residenza di Jawar ad Addis Abeba e circondata da centinaia (alcuni dicono migliaia) di manifestanti che inneggiano all’attivista mentre bruciano Medmer, il libro pubblicato da Abiy Ahmed. Nascono manifestazioni spontanee Qeero in altre città della regione dell’Oromia, Adama, Ambo, Shashamane, Jimma e a Harar. Il bilancio provvisorio è di diversi feriti e sedici morti, le cui cause sono ancora da chiarire.  I governatori oromo hanno avviato indagini riguardo all’operato delle forze di polizia. Alla luce della rapida escalation degli scontri, Jawar ha tenuto una conferenza stampa in cui invita le parti in causa alla riconciliazione.

Etiopia 2020

Queste manifestazioni, tanto improvvise quanto intense, giungono a pochi giorni dal nobel ad Abiy Ahmed. Un onore, ma soprattutto un onere per il giovane premier etiope, su di cui pendono enormi aspettative. In Etiopia le divisioni politiche si alimentano e sfruttano le differenze etniche. La scelta di Abiy di aprire un confronto politico franco, pur ottenendo risultati postivi, ha generato una mobilitazione etnica senza precedenti, cui si aggiunge la debolezza di uno Stato federale in cui le regioni acquisiscono sempre maggior potere e gli apparati di sicurezza sono in rivolta.  L’Erpdf, il partito che governa l’Etiopia dal 1991, è strutturato su base etnica e sta affrontando una fase di profonda rimodulazione. Se lo scontro tra l’Amara, i Tigrini e gli Oromo era sotto gli occhi di tutti, vedi il colpo di Stato di Giugno, meno evidenti erano le divisioni intere alla fazione degli Oromo. Gli ultimi scontri hanno dimostrato quanto questa spaccatura sia netta e facilmente manipolabile. Jawar Mohammed ha più volte smentito le voci circa la sua candidatura nella prossima tornata elettorale, ma il confronto fra due personalità così forti e influenti, rischia di disperdere il consenso dell’ODP (Oromo Democratic Party). Un monito per Abiy Ahmed e un serio ostacolo per il dialogo nazionale. Le elezioni del 2020 si avvicinano, ma non c’è pace per l’Etiopia, ancora alla ricerca della concordia tra le sue molteplici anime.