Il Pentagono è vicino a proclamare al mondo che le forze armate statunitensi non lanceranno per primi armi atomiche, sia in una guerra convenzionale che in risposta ad altri attacchi strategici.

Gli addetti ai lavori di Washington, infatti, ora sono tutti focalizzati anche sullo sviluppo di una clausola detta “dell’unico scopo”, la quale prevede che l’arsenale nucleare degli Stati Uniti verterebbe solo sulla deterrenza di un conflitto e non sul suo utilizzo.

A Washington non basta il “sole purpose”

Le politiche di Washington continuano a fare “la storia” ed a battere questa volta la notizia è la prestigiosa testata editoriale russa Tass, la quale riporta che la squadra del Presidente Usa esaminerà a breve tutte le possibilità, affinché la Casa Bianca possa adottare lo strumento del “No First Use”. Il-suo principio   esprime l’impegno di una potenza nucleare a non utilizzare l’atomica all’interno di un conflitto, fatta salva la possibilità di rispondere qualora fosse attaccata. Nel 1964 fu proprio la Cina la prima nazione a proclamare la sua adesione, ribadendo la stessa volontà nel 2005; 2008; 2009 ed ancora nel 2011. Il dragone, all’epoca della guerra fredda, era fortemente convinto di rimanere fuori dalla corsa all’atomica, optando di mantenere ridotte le dimensioni del suo arsenale nucleare. Le visioni cinesi infatti erano chiare, tanto da dichiarare testualmente che non sarebbero mai stati i primi ad usare tali-armamenti. Ma la geopolitica, negli anni, ha rimescolato le carte ed ora ha invitato al tavolo dei grandi anche Pechino, che oggi mette sul piatto del nucleare numeri e previsioni ben differenti rispetto al passato. Proprio sulla questione Nbc-news riporta che-la Cina, probabilmente intimorita dalla possibilità che Washington iniziasse un conflitto atomico prima del 2020, abbia accelerato il suo piano di produzione, in maniera così-esponenziale, tanto da arrivare a detenere oggi più di 200 testate nucleari. Sempre la stessa fonte, inoltre, rivela un rapporto dell’intelligence, intitolato: “Sviluppi Militari e sulla Sicurezza della Repubblica Popolare Cinese”, il quale esplicherebbe che Pechino sarebbe in grado di detenere non-solo più di 700 testate nucleari entro il 2027, ma di raggiungerne addirittura 1.000 entro il 2030. E proprio-tale proliferazione, secondo gli analisti, potrebbe essere, in-realtà, la spiegazione che-abbia indotto le-recenti-manovre del POTUS in questa-direzione.

Il braccio di ferro interno di Biden con il Pentagono

La posizione degli Stati Uniti, nei confronti del No First Use, si è-dimostrata nel-tempo molto-più-che-prudente. Le politiche interne al Pentagono, infatti, così come è anche confermato nella revisione pubblicata dalla Nuclear Posture Review il 6 Aprile 2010, si sono sempre riservate il diritto di utilizzare l’atomica. Dopo-la-seconda-guerra-mondiale, in-verità, il ruolo-degli armamenti nucleari Usa è stato, per-lo-più, quello di scoraggiare un attacco agli Stati Uniti ed ai suoi alleati”, sebbene le intenzioni di Washington siano-state-prettamente improntate al rispetto del principio di proporzionalità, così-come contemplato nel diritto-umanitario, ovvero a non utilizzare “testate” contro nazioni che non detengano capacità atomiche. Proprio-in virtù-di-ciò, la rivoluzione del Presidente Usa non è cosa da-poco. E il braccio di ferro con le politiche di sicurezza interna dell’edificio a-cinque-punte, si-sta-rivelando, infatti, molto duro e non privo di scontri. Nel contempo, però, le-manovre-di-Biden continuano a spingere l’accelleratore sulla clausola del “sole purpose”, che in teoria vedrebbe distendere le tensioni con la Russia, anche grazie ai trattati di riduzione delle armi strategiche che sono stati rinnovati per altri cinque anni.

Dall’analisi delle risorse, la stessa agenzia Tass riporta ad un interessante articolo della testata statunitense Politico, la quale mette bene in evidenza tutte le difficoltà di tale piano. Essa, infatti, riferisce che le percezioni degli analisti-interni, come quella dell’ex funzionario del Dipartimento di Stato R. Einhorn, già-membro operativo del Nuclear Posture Review sotto l’amministrazione Obama, evidenzino quanto oggi sia davvero “difficile” attuare il No First Use, proprio a causa-della-forte crescita di paesi antagonisti. Inoltre, a confortare questa tesi ci sarebbe anche il presidente del sottocomitato dei servizi armati della Camera che sovrintende alle forze strategiche, Cooper, il quale, sebbene abbia dichiarato che “tutti vorrebbero” raggiungere-questo traguardo, non fa mistero delle forti preoccupazioni interne per la sicurezza della nazione. Sulla stessa linea sembrerebbe-orientato, infine, anche il direttore esecutivo della Arms Control Association, il quale ha chiarito che, sebbene tutti gli esperti siano a lavoro per offrire a Biden una vasta gamma di opzioni, non-è-possibile-nascondere le tante perplessità su questa decisione finale che spetterà, comunque, solo al Presidente.

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