Il fatto che Vladimir Putin, di fronte alla proposta di una tregua di trenta giorni, non abbia detto né sì né no può stupire solo due categorie di persone: quelli che hanno scelto con tanta intensità di abbracciare la causa di Kiev da sposarne anche la propaganda; e quelli che si sono persi gli eventi dell’ultimo anno. I primi hanno dato per scontato che l’accordo raggiunto a Gedda tra la delegazione della Casa Bianca e il presidente ucraino Zelensky equivalesse a una “tregua”. Dimenticando che le tregue non si firmano con gli alleati, quali tuttora sono gli Usa per l’Ucraina, ma con i nemici. I secondi forse non hanno capito che nell’ultimo anno la Russia (e non è che la cosa ci piaccia, perché violare i trattati internazionali e invadere un Paese altrui è cosa che non avrebbe raccogliere premi) ha vinto la guerra: non è crollata sotto le sanzioni internazionali, non è stata isolata nel mondo, la sua macchina bellica ha mostrato di potersi contrapporre a quelle occidentali riunite e sul campo ha conquistato il 20% del territorio ucraino riuscendo nel contempo a cacciare dalla regione di Kursk le truppe ucraine che ne avevano occupato un pezzo nell’agosto dell’anno scorso e che l’hanno sempre più faticosamente difeso (pare che l’operazione sia costata circa 70 mila uomini tra morti, feriti e prigionieri) fino ai giorni scorsi.
Che noi pensiamo questo conta poco, anzi nulla. Il problema è che lo pensano sia Putin sia i russi, come le rilevazioni del Centro Levada, di cui abbiamo di recente parlato, chiaramente dimostrano. Il 72% dei russi è convinto che il Paese stia vincendo la guerra, che il negoziato sia desiderabile (60%, contro il 30% di chi vorrebbe continuare a combattere) ma che la trattativa vada condotta solo a certe condizioni, ovvero: Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia restano “nuove regioni” russe, l’Ucraina non entri nella Nato, in Ucraina siano garantiti certi diritti alla minoranza russofona e alla Chiesa ortodossa russa e che l’Occidente elimini le sanzioni contro la Russia. Miscelate in un modo o nell’altro, queste condizioni sono ritenute irrinunciabili dal 70-80% dei russi. E se non sarà così, dicono loro, tirare dritto e fregarsene delle sanzioni (77%).
Il possibile reset con gli Usa
Per il Cremlino è importante che il sentiment della popolazione sia allineato alla condotta politica dei vertici e i contenuti della propaganda di Stato. Ma Putin è troppo astuto per non aver capito che la posta in palio, a questo punto, non è prendersi un 5% in più o in meno di Ucraina, e nemmeno ottenere la testa di Volodymyr Zelensky, ormai costretto a fare le acrobazie (lettera di scuse a Donald Trump compresa) per non entrare del tutto in urto con la Casa Bianca, con quel che ne potrebbe conseguire. In palio c’è un reset dei rapporti con gli Usa che avrebbe per la Russia un valore politico, economico e strategico enorme. Un riallineamento delle relazioni che nella guerra in Ucraina trova il suo banco di prova più evidente ma che in ipotesi si affaccia anche su altri fronti, per esempio nella disponibilità russa a favorire i contatti tra gli Usa e l’Iran sullo scottante tema del nucleare.
Donald Trump su questo è stato adamantino e, alla sua maniera, anche onesto. Soprattutto coerente: è forse l’unico tema su cui in questi primi 50 giorni di seconda presidenza non si sia mai contraddetto o non abbia cambiato idea. Francamente: Putin può lasciar passare un treno così invitante? Proprio nel momento in cui, tra l’altro, tra il capostazione americano e i casellanti europei i rapporti sono così freddi da provocare la brina? Proprio quando le teste più fini del suo entourage (a cominciare da Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale di Russia, una della mani più fatate della finanza internazionale) da tempo lo avvertono che i miracoli stanno finendo ed è giunta l’ora di riportare l’economia russa su piste più normali? Proprio quando da ogni parte (dalla Casa Bianca apertamente), NATO compresa, gli arriva il messaggio che l’Ucraina nella NATO non entrerà mai e, con questi chiari di luna, chissà se riuscirà mai a entrare almeno nella Ue? A Mosca, ovviamente, c’è chi non si fida. Chi ricorda gli Accordi di Minsk e le recenti dichiarazioni della Angela Merkel e di Francois Hollande, non due qualunque, che si sono vantati di aver usato quelle trattative solo per dar tempo agli ucraini di armarsi. Chi pensa che se la Russia ce l’ha fatta finora potrà farcela anche in futuro. Ma Putin?
Putin è più freddo di così. A dispetto delle sciocchezze di cui si nutre l’informazione europea, Putin è un politico che non rinuncia certo alla guerra come strumento di soluzione dei problemi internazionali ma che non fa guerre a caso, o solo per il gusto di farle. La spietata spedizione contro la Cecenia, la guerra in Georgia e la guerra in Ucraina avevano un senso preciso: salvare a qualunque costo la coesione della Federazione Russa, impedire all’Occidente di installarsi (militarmente e non solo) troppo vicino a quelli che il Cremlino considera i confini più “sensibili”. Come in Georgia nel 2008, quando George Bush assicurò a Mikheil Saakashvili un’assistenza che non si materializzò mai, anche in Ucraina Putin ha stabilito il suo punto.
Adesso, però, non può non sentire l’esigenza di guardare avanti. L’irruzione di Trump sulla scena di fatto glielo impone. Ma se Trump, politicamente parlando, è un quarteback del football americano, abituato a fiondare in avanti i suoi attaccanti, Putin è un judoka: cerca di sfruttare per i propri fini lo slancio e la forza dell’avversario. Per questo ora traccheggia: perché dovrebbe sbrigarsi q rinunciare al vantaggio fin qui accumulato? Quando dice che la tregua si può fare, però che succederà con le forze armate ucraine e con la mobilitazione, chi controllerà il fronte lungo duemila chilometri, chi garantirà che l’ucraina non venga riarmata ecc. ecc. Putin sta in realtà dicendo a Trump una cosa sola: che cosa mi dai? E Trump, che è pur sempre quello di “The Art of the Deal”, l’ha capito benissimo e infatti ha detto che quelle di Putin sono “dichiarazioni promettenti ma incomplete”. Nessuna rottura, morbido l’uno e morbido l’altro, si tratta e chissà quante ne vedremo ancora. Un altro che ha capito benissimo è Zelensky, che come astuzia ha poco da imparare e che, infatti, si è subito arrabbiato. Perché dentro quel “che cosa mi dai?” potrebbe esserci anche il suo scranno da Presidente e della benevolenza di Trump lui non è più così sicuro.
