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Sabato, 9 novembre, ricorreva il trentennale della caduta del Muro di Berlino.

Nel giorno dell’inizio della sua costruzione, quel 13 agosto del 1961, il mondo era già diviso in blocchi: la famosa Cortina di Ferro che da Stettino, sul Baltico, scendeva verso Trieste – come ebbe a definirla Winston Churchill – era una realtà da più di un decennio.

Il muro però, è il simbolo reale, tangibile, di questa divisione. Di più. Il muro rappresenta perfettamente la distanza ideologica tra due mondi apparentemente incompatibili ma che, nella realtà dei fatti, hanno utilizzato gli stessi sistemi per imporsi nel resto del globo e hanno cercato, per quanto possibile, di combattersi senza intralciarsi troppo in modo diretto, come era nei principi della Conferenza di Yalta.

Quel muro, retoricamente e falsamente definito dall’apparato politico comunista come “muro di protezione antifascista”, in realtà è servito per chiudere, per blindare un confine, non per proteggere chi vi si trovava rinchiuso da un pericolo esterno, ma per intrappolare all’interno un intero popolo: un’enorme recinzione di un campo di concentramento ideologico, culturale, economico, perfino umano. Il muro, infatti, correva non solo a circondare Berlino Ovest, ma recinzioni, fossati, campi minati, torrette di guardia e bunker erano distribuiti lungo tutto il confine tra la Germania occidentale e quella orientale.

Oggi si ricorda quell’evento epocale che è stato la conseguenza di un processo che era già in atto e che ha portato successivamente alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ed in questo viene ricordato l’allora premier e segretario del Pcus, Mikhail Gorbachev, come artefice di questo cambiamento.

Gorbachev vittima del suo tempo

Chi scrive ha vissuto questo passaggio, sebbene in giovane età, e ricorda quando, proprio nel 1989 (il 7 ottobre), durante la visita ufficiale di Gorbachev a Berlino Est in occasione dell’anniversario della fondazione della Ddr, il premier sovietico ebbe a dire che “il pericolo grava su chi non reagisce al mondo reale” aggiungendo che “se ci si muove nella corrente del mondo reale, della società che si sta muovendo, se si usano questi principi per plasmare la propria politica, allora non ci sono motivi di temere difficoltà. Non c’è niente di strano in questo”.

Il riferimento è a due principi ben noti, uno più ideologico e l’altro più pragmatico, che Gorbachev stava attuando in Unione Sovietica: la glasnost (trasparenza) e la perestrojka (ristrutturazione). Il nuovo corso inaugurato dal premier sovietico era infatti volto a ristrutturare il monolite sovietico accelerando quelle riforme pensate già dai suoi predecessori in campo economico: uno dei cardini della perestrojka, ad esempio, era la decentralizzazione della gestione dell’economia e l’ampliamento dei diritti delle imprese. Una volontà riformista espressa già negli anni ’70 da alcuni elementi del Comitato Centrale.

Quella che ebbe connotati più rivoluzionari fu, però, la glasnost, che ebbe in Gorbachev il suo padre. La “trasparenza” era infatti una vera e propria rivoluzione nel sistema sovietico: sebbene in occidente, e in alcuni Paesi satelliti di Mosca, venisse intesa come “libertà di parola” – che è sempre mancata in Unione Sovietica – essa in realtà si prefiggeva di aprire la strada al dibattito, ampliando parzialmente la partecipazione rispetto alla ristrettissima cerchia degli uomini di “apparato”. Un dibattito che, però, era e doveva restare assolutamente interno al partito.

Gorbachev, del resto, non era affatto un liberale e mai si sarebbe sognato di esserlo. Il suo essere fedele ai principi marxisti lo condusse però verso la strada riformista come un novello Alexander Dubcek, il politico che, da segretario del partito comunista cecoslovacco, cercò nella metà degli anni ’60 di avviare una serie di riforme “antiautoritare” per staccarsi dal modello sovietico, provocando poi la reazione dell’Urss che risolse la questione inviando truppe e carri armati in Cecoslovacchia in quella che si ricorda come “La primavera di Praga”, che a tutti gli effetti fu una repressione anche sanguinosa.

Dubcek, in un certo senso, fu un precursore di Gorbachev (e di altri suoi coevi) in tempi che però non erano ancora maturi. Se analizziamo invece il quadro geopolitico degli anni ’80 possiamo capire bene perché si giunse non solo alla caduta del Muro e alla fine dell’Unione Sovietica, ma perché si resero necessarie riforme che, se non concesse, avrebbero molto probabilmente messo all’angolo il Comitato Centrale portandolo verso l’unica decisione che non potevano prendere in quel tempo: la repressione.

Il contesto storico politico

Gorbachev salì al potere in un momento in cui i rapporti tra Est e Ovest raggiunsero minimi storici come non si vedevano dai tempi della Crisi dei Missili di Cuba. In Europa, in particolare, la carta destabilizzante era stata calata con i missili nucleari a raggio medio e intermedio: l’Unione Sovietica aveva schierato, a partire dalla fine degli anni ’70, l’Rsd-10 “Pioneer” noto come SS-20 in codice Nato, capace di bersagliare basi e città europee con tre testate atomiche da 150 kilotoni e soprattutto lasciando pochissimi minuti di preavviso.

In risposta gli Stati Uniti dispiegarono diversi sistemi missilistici, da crociera o balistici, sul suolo europeo in quella che viene giornalisticamente definita la “Crisi degli euromissili”.

A margine, ma fondamentale per capire il perché della necessità di riforme e di trasparenza, c’è da considerare quanto stava accadendo in Europa dell’Est, con movimenti come Solidarność, il sindacato libero che si costituì nella Polonia comunista nel 1980, in seguito agli scioperi operai dei cantieri di Danzica, che svolse un ruolo fondamentale di catalizzazione e diffusione del dissenso verso un sistema oppressivo ed ermetico ad ogni tipo di cambiamento. Soprattutto nel caso polacco, e poi per la diffusione che ebbe in Europa Orientale, va anche considerato il ruolo di un papa che, forse non a torto, viene ritenuto essere uno degli artefici della fine del comuismo: Giovanni Paolo II.

Il movimento di Lech Wałęsa, che fu messo fuori legge dal regime e costretto alla clandestinità sino al 1989, era infatti caratterizzato da una prevalente ispirazione cristiana.

Il seme del dissenso era stato quindi gettato e stava germogliando un po’ ovunque. In considerazione del clima di politica internazionale la repressione sul modello ungherese o cecoslovacco non era più un’opzione praticabile per Mosca: in quegli anni c’era il serio rischio di una escalation atomica ed il trattato che allontanò, per quasi trent’anni, lo spettro dell’olocausto nucleare, il Trattato Inf, doveva ancora essere siglato (1987). Un intervento dell’Armata Rossa, o anche un giro di vite nel blocco orientale, avrebbe molto probabilmente allarmato la Nato e gli Stati Uniti e si temeva che avrebbe fornito il pretesto per l’invio di una qualche forma di aiuti ai rivoltosi dato il nuovo corso politico in atto con Reagan alla Casa Bianca (l’invasione di Grenada è lì a dimostrarlo).

L’Unione Sovietica di Gorbachev non aveva altra scelta che non fosse quella di venire incontro alle “correnti” citate dal Segretario Generale a Berlino nel 1989. Una repressione, sul modello di quella cinese avvenuta proprio lo stesso anno a piazza Tienanmen, non era minimamente ipotizzabile sebbene alcuni elementi ultraconservatori la caldeggiassero. La Cina è lontana, l’Europa e vicina, e reprimere il dissenso diffuso a macchia d’olio e le riforme avvenute in meno di in decennio in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia sarebbe stato controproducente oltre che impossibile proprio per la loro contemporaneità. Il caso della Romania, poi, è ancora più sintomatico: retta da Ceausescu con metodi stalinisti, non aveva conosciuto quel periodo di riforme degli altri Paesi dell’est europeo e la popolazione aveva scatenato una vera e propria rivoluzione nell’inverno tra 1989 e 1990 terminata violentemente con la morte del dittatore e della consorte.

La caduta dell’Urss e Gorbachev

L’Unione Sovietica, intesa come entità politica/economica non c’era già più in quel tempo, qualcuno dirà, ma in realtà la sua caduta, avvenuta nel 1991, non fu determinata dalla politica riformista di Gorbachev, visto da alcuni come un traditore proprio per questo, ma da un evento ben preciso frutto della reazione dell’ala intransigente del partito comunista: il tentato golpe dell’agosto del 1991 che ebbe l’effetto di eliminare dalla scena politica il premier e consegnare quello che restava dell’Urss a Boris Eltsin, che smantellò gli ultimi apparati del sistema sovietico.

Sebbene Gorbachev si stesse apprestando a siglare il nuovo patto federativo dell’Urss che, di lì a poco, avrebbe mutato la propria denominazione ufficiale da Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche in quella, presumibilmente, di Unione degli Stati Sovrani, per cercare di mantenere unite quelle repubbliche più prossime a Mosca a fronte della fine del Comecon e del Patto di Varsavia – che rese indipendenti i Paesi dell’Europa Orientale – nei suoi piani non c’era affatto la fine del sistema comunista, ma la sua trasformazione in un socialismo “aperto”, come poi fece la Cina.

In una recente intervista alla Tass, proprio Gorbachev ammette che non si pente della perestrojka e ritiene che uno dei suoi componenti più importanti sia stato il nuovo pensiero di politica estera. “Era impossibile vivere come prima. E una parte essenziale della perestrojka era il nuovo pensiero di politica estera, che comprende sia i valori universali e il disarmo nucleare, sia la libertà di scelta” ha detto l’ex premier. Non è solo una normale giustificazione del proprio operato però, sono le parole di un uomo assolutamente convito della possibilità che possa esistere un socialismo diverso, sempre e fermamente di stampo marxista, ma privo di quegli aspetti totalitari e autoritari che caratterizzavano, e hanno sempre caratterizzato, i Paesi “comunisti”. Del resto l’esempio cinese e di altre realtà come quella vietnamita gli danno ragione.

Gorbachev così prosegue nella sua dichiarazione al media russo: “coloro che hanno organizzato il colpo di stato nell’agosto 1991, e dopo il colpo di stato hanno utilizzato la posizione indebolita del presidente dell’Urss, sono responsabili della fine della perestrojka e del crollo dell’Unione Sovietica”. Queste non sono le parole di un uomo che si sta giustificando sentendosi colpevole, ma quelle di un uomo che da sempre è stato organico al sistema comunista e che ne ha abbracciato i principi cercando di riformarlo per farlo sopravvivere a fronte dei cambiamenti epocali di quegli anni.

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