Il confine tra il Messico e gli Stati Uniti d’America divide i due paesi dall’Oceano Pacifico al Golfo del Messico, per circa 3100 chilometri. La realizzazione delle barriere lungo la frontiera tra i due Paesi risale al 1994, sotto la presidenza di Bill Clinton, e si è articolata in tre diverse operazioni denominate Gatekeeper in California, Hold-the-Line in Texas e Safeguard in Arizona, portate avanti per porre freno all’immigrazione clandestina e al traffico illegale di stupefacenti. Attualmente quel muro – che il neo-presidente Donald Trump vorrebbe estendere per tutti gli oltre 3100 chilometri – raggiunge le 580 miglia (ovvero 930 chilometri).Il muro sognato dal neo-presidente Trump al centro del dibattitoIl progetto, presente nel programma elettorale del tycoon, è stato oggetto di demonizzazioni e di pesanti critiche nel corso dell’ultima campagna elettorale presidenziale, in primo luogo da parte di papa Francesco: “In America non servono muri” – aveva affermato il Santo Padre in un video-messaggio dello scorso novembre che sembrava indirizzato proprio a Donald Trump. Si è spesso detto che i messicani, in maggioranza assoluta, siano fermamente contrari alla proposta avanzata dal neo-presidente repubblicano e ciò, probabilmente, è vero. Tuttavia, una recente inchiesta di Reuters mette in luce una verità molto più complessa di quella raccontata fino ad oggi.  È il caso emblematico di Ciudad Juárez , una città da più di un milione di abitanti sita nello stato messicano del Chihuahua, sulle rive del Rio Grande, di fronte alla città texana di El Paso.Secondo una statistica è considerata la città più pericolosa del mondo, davanti a Miami, Caracas e New Orleans: un triste primato dovuto alla diffusione capillare del narcotraffico, con quasi 1000 bande armate presenti a spartirsi il territorio cittadino. Qui, tra il 2007 e il 2010 – ben prima dell’avvento di Trump – gli Stati Uniti hanno eretto un muro che divide le due città  confinanti, che formano un’unica grande area metropolitana.Il muro ha ridotto il narcotrafficoCome rileva Reuters, l’opinione del muro che hanno i residenti di Ciudad Juárez è molto più diversificata  di quanto si possa pensare. Alcuni sostengono infatti che la barriera abbia reso la vita a migliore, deviando il traffico di droga e di esseri umani verso zone più remote, dove attraversare la frontiera è più facile. Altri, al contrario, sostengono che la recinzione alta abbia generato un nuovo tipo di crimine in città, favorendo gli spacciatori locali, impossibilitati nell’attraversare il confine. Il sindaco neo-eletto di Juárez, Armando Cabada, riconosce aspetti positivi e negativi rispetto al muro.Egli sostiene che le recinzioni, le telecamere, i sensori e i controlli più severi sui ponti al confine abbiano contribuito a cogliere i trafficanti in flagrante e ciò ha rappresentato un durissimo colpo per il narcotraffico tra Stati Uniti d’America e Messico. Ma se per gli Usa e il Texas si tratta di una buona notizia, per Juárez ciò ha significato, secondo il sindaco, l’avvio di una guerra infernale tra i cartelli che ha reso la città la capitale dell’omicidio nel mondo. Se, nel 2007, gli omicidi in città furono 336, quando i lavori del muro iniziarono, nel 2010, a opera conclusa, i morti per omicidio sono saliti a 3.057. Numeri completamente antitetici rispetto a El Paso, dove gli omicidi nel 2010 sono stati solamente due, e che la rendono una delle città più sicure degli Usa. Il consumo di sostanze stupefacenti a Juárez è tra i più alti in Messico, come le indagini sanitarie del governo messicano hanno ampiamente dimostrato.Favorevoli ad un ampliamento della recinzioneCome riporta Reuters c’è poi chi, tra i messicani che vivono al di là del muro, è persino favorevole all’ampliamento e potenziamento della recinzione. E’ il caso di Esteban Sabedra, operaio che vive ad Anapre, nella parte occidentale della città, in un tratto in cui la recinzione è datata e facilmente superabile e che ora sarà sostituita con un muro di 2 chilometri circa in acciaio. Esteban accoglie con favore la nuova struttura, sostenendo che questo “dovrebbe scoraggiare i trafficanti di droga nel passare da quelle parti a intimidire i residenti”.Nessun dietrofront da parte di Donald TrumpNel frattempo, come evidenzia il New York Times, Donald Trump non abbandona la sua idea di voler far pagare al governo messicano la costruzione del muro, incluse le fatture di spese di quest’anno. “Stiamo per ottenere il rimborso delle spese”, ha affermato Trump nel corso di una breve intervista telefonica. “Ma non voglio aspettare così a lungo”. Nessun dietrofront, dunque: il tycoon vuole portare avanti una dei punti più discussi e criticati del suo programma elettorale. E per il Paese che l’ha votato ed eletto ciò sembra essere un dato positivo, confermato dai numeri.Interessante in merito l’opinione del noto giornalista e analista americano Andrew Spannaus, autore del libro “Perché vince Trump”, secondo cui l’idea di prolungare il muro con il Messico ha, in realtà, radici ben profonde: “L’idea del muro con il Messico ha provocato reazioni forti nella classe politica messicana, naturalmente, ed è servita per monopolizzare la discussione nei media. Tuttavia, come al solito nel caso di Trump, i media rispondono alla provocazione, ma la loro analisi è troppo superficiale. Infatti, chi legge attentamente la proposta constaterà che anche qui si pone l’attenzione sul problema dei posti di lavoro produttivi”.

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