Il Mossad, l’Istituto, è stato a lungo il modello tipo di servizio segreto: enigmatico, operante nell’ombra, con una predilezione per l’anonimato e per l’acribia, ma, soprattutto, micidiale. Negli anni del carismatico e capace Yossi Cohen, però, il servizio segreto più segreto del mondo ha subito un cambiamento di aspetto molto radicale, come dimostrano le “firme” lasciate sui luoghi del delitto, le strategie per il futuro date in pasto alla stampa e la pubblicizzazione di incontri, almeno sulla carta, di natura ultra-riservata.

Le ragioni per cui il Mossad ha mutato la propria forma, iniziando a porsi volutamente sotto la luce dei riflettori e ad aumentare la propria esposizione su piattaforme sociali, cinema e televisione, sono da ricercare primariamente nell’accresciuto senso di sicurezza di Israele, risultante dal progressivo indebolimento dell’Iran e dalla normalizzazione con il mondo arabo, e secondariamente nella volontà di aggiornare e rendere accattivante la propria immagine agli occhi della gioventù.

Obiettivo: attrarre nuove reclute

Musica, spettacolo, cinema, televisione, ma anche piattaforme sociali come Facebook e applicazioni come Tik Tok; non c’è luogo che, negli anni 2020, sfugga a strumentalizzazioni – spesso anche inconsapevoli – funzionali alla conduzione di operazioni psicologiche (psyops). Il Mossad, che da Cohen è stato proiettato con forza e lestezza nel 21esimo secolo, sta ricorrendo ad ogni mezzo possibile e disponibile per suscitare nei giovani israeliani quel senso di fascinazione necessario ad aumentare i reclutamenti.

La “svolta social” del Mossad è stata spiegata nel dettaglio dal The Washington Post in un approfondimento intitolato “Israel’s Top-Secret Mossad looks to recruit via Netflix, Hulu and Apple TV“. La trasformazione di Israele nella cosiddetta “start-up nation“, la nazione delle imprese emergenti, avrebbe avuto ricadute negative per l’apparato della sicurezza: i cervelli migliori, infatti, soprattutto nei campi dell’alta tecnologia e della sicurezza cibernetica, verrebbero letteralmente strappati dalle mani del Mossad dai privati. Una carriera nei servizi segreti comporta dei rischi, specie per coloro il cui teatro operativo è l’estero, mentre le aziende offrono sicurezza, mobilità sociale e stipendi competitivi.

Un’arma chiamata Netflix

L’Istituto, sotto la guida del saggio Cohen, avrebbe trovato il modo di aggirare gli ostacoli della concorrenza salariale e di una carriera irta di pericoli: ingegneria del consenso. Applicando le ultime scoperte delle neuroscienze alla pubblicità, alla formazione delle opinioni e al processo decisionale, spiega il The Washington Post, gli esperti di comunicazione del Mossad hanno infiltrato gli studi di produzione cinematografica e televisiva, la cultura popolare e lo spettacolo, dando impulso allo sviluppo di prodotti di intrattenimento di successo come il thriller “The Operative” e le serie “The Spy“, “Prisoners of War“, “Fauda” e “Teheran“. Quest’ultima, la cui straordinaria accoglienza ha convinto gli autori a confermare una seconda stagione, segue le vicende di una spia sotto copertura del Mossad nella capitale iraniana; un argomento di stringente attualità.

I prodotti di intrattenimento che dovrebbero e potrebbero aiutare il Mossad a svecchiare la propria immagine, spronando la gioventù a scegliere la carriera dell’agente segreto, vengono realizzati secondo dei canoni precisi e predeterminati. La rappresentazione dell’opera è di tipo chiaroscuro, ovvero la riproduzione dei personaggi segue una logica manicheistica che stereotipizza gli antagonisti e approfondisce il carattere e gli scopi dei protagonisti, contornando le loro azioni e la loro missione di pathos, e la distribuzione avviene frequentemente attraverso piattaforme di streaming, in primis Netflix e Apple TV, poiché permettono che il prodotto venga consumato rapidamente e risulti accessibile ad un pubblico vasto.

I rischi della strategia

Orna Klein, ex agente del Mossad, raggiunta dal The Washington Post, ha spiegato che la via della sovra-esposizione mediatica non poggerebbe su un supporto unanime all’interno dell’agenzia a causa dei pericoli che la accompagnano. La donna ha spiegato che “ai miei tempi, nessuno parlava di niente: né con i giornali né con chiunque altro”, perché “non è quello il lavoro”. Come lei, la penserebbero altri agenti operativi ed in pensione iniziati, cresciuti e fedeli alle regole dell’ombra e del silenzio.

La via dell’anonimato, infatti, è fondamentale ai fini del successo di operazioni sotto copertura e traguardi diplomatici, e la spettacolarizzazione del mestiere dell’agente segreto comporterebbe il rischio intrinseco di reclutare una generazione di spie non all’altezza del ruolo, poiché impreparate ad affrontare il carico psicologico del lavoro e interessate più alla notorietà che alla sicurezza nazionale.