Donald Trump non è stato un incidente di percorso, ma un cigno nero che, traghettato alla Casa Bianca dall’America profonda e arrabbiata, ha lasciato un’impronta nella politica e nel complesso militare-industriale degli Stati Uniti destinata a restare. Impronta che Joe Biden, differenze ideologiche a parte, ha interiorizzato.
Trump ha creato, distrutto e continuato allo stesso tempo. Un innovatore sui generis che ha provato ad invertire la rotta valoriale ed ideologica degli Stati Uniti, la cui società si è da decenni incamminata verso il liberal-progressismo, ma che poco e nulla ha modificato della loro politica estera. Una e unica da quando hanno ereditato il trono dell’Anglosfera dall’Impero britannico: la guerra eterna con le potenze-guida dell’Europa continentale, i tornei di ombre con la Russia, il contenimento delle egemonie in ascesa dell’Asia e il controllo delle rotte della globalizzazione.
Biden, uomo dell’establishment e veterano della Guerra fredda, ha perseguito gli inalterabili imperativi strategici dell’agenda estera dell’Impero americano in maniera più ordinata del predecessore. Riportando al centro della diplomazia e della strategia la prevedibilità. E proseguendo, come da copione, la grande battaglia per la difesa del Momento unipolare dalle grinfie della Transizione multipolare.
Sleepy, sly Joe
Sleepy Joe, ovvero Joe l’addormentato, questo è il soprannome ridicolizzante che l’istrionico Trump aveva affibiato al suo sfidante nel corso dell’incendiaria campagna elettorale del 2020. Ma Biden si è rivelato il contrario di quell’epiteto: molto sly, cioè astuto, e poco sleepy.
All’alba del 2023, in quasi due anni di presidenza, Biden è riuscito nell’impensabile. Forse perché i suoi rivali, ingannati dalla propaganda trumpiana, avevano realmente creduto di avere a che fare con un uomo privo di polso, oltre che senza bussola, dimenticando la regola più importante: non è il presidente, ma chi lo circonda. E chi lo circonda è tanto capace quanto riluttante ad accettare l’ineluttabilità della transizione multipolare.
Lo stratega Anthony Blinken, in particolare, si è rivelato il jolly di Biden. Sceneggiatore di Euromaidan, e tra i fautori dell’eterodossa e innovativa politica del “contenimento duale” – il contrasto simultaneo di Mosca e Pechino, senza diplomazie triangolari di kissingeriana memoria –, Blinken ha giocato un ruolo-chiave prima e durante la guerra in Ucraina.
Sly Joe poco avrebbe potuto se al suo fianco non fosse stato presente Blinken. Blinken il cui sangue freddo gli ha fatto vincere la partita a scacchi con Vladimir Putin, del quale ha fatto naufragare la diplomazia delle cannoniere dopo averne osservato il funzionamento nel marzo-aprile 2021. E il cui genio gli ha permesso di massimizzare il profitto derivante dalle implicazioni dell’esaurimento nervoso del nemico: la formazione di una coalizione dei volenterosi 2.0, cioè l’alleanza di Ramstein, l’addormentamento dell’autonomia strategica europea, il silenziamento del partito della distensione, lo spegnimento del Nord Stream 2, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica. Sullo sfondo dei semi della zizzania piantati dallo stesso Putin, nel momento in cui gli scarponi delle truppe russe hanno toccato il suolo ucraino, in lungo e in largo lo spazio postsovietico, ivi inclusa la stessa Russia – dalle stanze dei bottoni ai suoi suburbi turco-turanici.
Joe il prevedibile
Biden, reduce della guerra fredda, lo abbiamo sempre definito un personaggio prevedibile. Aggettivo che, attenzione, vuole avere valenza neutrale. Prevedibile perché, come avevamo spiegato alla vigilia del suo insediamento, avrebbe provato a riproporre schemi guerrafreddeschi di competizione controllata al XXI secolo. Benzina sul fuoco nei rapporti già complicati con Russia e Cina. Battaglia all’internazionale conservatrice e illiberale. E proseguimento della guerra sotterranea con l’Europa a guida tedesca.
Biden, si scriveva sulle nostre colonne prima che la sua amministrazione si installasse alla Casa Bianca, “alla luce del suo passato, della sua appartenenza partitica e del suo credo, [è] in un certo senso prevedibile” e avrebbe riportato “la tensione con la Russia ai livelli del secondo mandato Obama”, “mantenendo in essere il regime sanzionatorio […] per congelare a tempo indefinito un ravvicinamento tra UE e Russia”. Nello specifico, aggiungevamo, avrebbe dedicato “un’attenzione di gran lunga maggiore rispetto all’amministrazione Trump ai paesi postsovietici”, proseguendo “lo spostamento a oriente della cortina di ferro”, incamminandosi “nella strada spianatagli dal predecessore nell’Asia centrale postsovietica” e tentando di cavalcare “l’autunno caldo russo per minare le fondamenta stesse dell’ordine putiniano”.
Era nostra opinione che Biden, tanto prevedibile quanto scaltro, avrebbe anche cercato di “disseminare ostacoli e trappole nell’intero spazio postsovietico e in Medio Oriente” allo scopo di sabotare il patto di “coesistenza russo-turco”. Nei riguardi dell’Unione Europea, invece, nessuna svolta: continuazione della guerra all’egemonia economica di Berlino e all’autonomia strategica caldeggiata da Parigi, ma in maniera “meno accesa e visibile”, persino “addolcita”, ricorrendo a strumenti come sanzioni e richiami all’unità. Coesione coercitiva.
Nell’attesa del redde rationem
Nel mondo secondo Biden, al momento schiacciato tra realtà e immaginazione, gli Stati Uniti continuano ad essere il jeffersoniano Impero della libertà autoinvestitosi del mandato divino di combattere la tirannide, in ogni sua forma e ovunque si trovi. Perciò la neo-reaganiana guerra alle autocrazie, nuovi imperi del male. Perciò il ritorno all’esportazione globale dei valori occidentali.
Nel mondo secondo Biden, facile da idealizzare ma difficile da costruire, l’Impero americano è ancora l’unica superpotenza del sistema internazionale. Sola, solitaria, incomparabile e ineguagliabile. Ma l’ascesa dirompente della Repubblica Popolare Cinese, la cui corsa verso la grandezza non sembra conoscere rallentamenti, è di ostacolo a questo anelito ed è vissuta, a ragione, come una minaccia sistemica finanche peggiore e superiore a quella costituita nel secolo scorso dalla Germania nazista e dall’Unione Sovietica. Per demografia, intelligenza, lungimiranza, passionarietà, risorse.
L’impantanamento della Russia, la latinoamericanizzazione dell’Europa e il divide et impera tra Heartland e Rimland del supercontinente mackinderiano sono obiettivi più che secondari rispetto allo scontro con il rinato Impero celeste. La sfida del XXI secolo.
Nel mondo secondo Biden, la Cina è un colosso i cui piedi di creta potrebbero essere amputati per mezzo della guerra economica, ma a patto di prepararsi a scenari apocalittici – da attacchi al dollaro alla militarizzazione delle terre rare –, e il cui corpo si potrebbe impietrire in una dimensione tellurica tramite la catena di isole, Medusa dell’Indo-Pacifico. È un mondo che si vuole costellare di mine, dall’Afghanistan all’Indosfera, nella speranza-aspettativa di spingere l’avversario a scoprire le sue carte, e che, presto o tardi, porterà Momento unipolare e Transizione multipolare al redde rationem.
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