Lo scontro egemonico fra Stati Uniti e Cina ha assunto in soli quattro anni i connotati di una vera e propria guerra fredda civilizzazionale simile ed equiparabile a quella che nella seconda parte del Novecento ha contrapposto l’Occidente al Secondo Mondo a trazione sovietica. La guerra commerciale, ossia i dazi, era un mezzo per un fine, il modo migliore con cui dare il via alle ostilità, che, molto rapidamente, si sono estese a macchia d’olio nei settori delle telecomunicazioni, dell’alta tecnologia e dell’energia, e che non sono state interrotte neanche dallo scoppio della pandemia di Covid19.

La coesistenza competitiva è divenuta una rivalità egemonica, e quest’ultima sta gradualmente trasformandosi in uno scontro di civiltà di stampo huntingtoniano; questo, almeno, è quel che traspare dalle ingerenze crescenti della Casa Bianca negli affari interni cinesi, in particolare nei dossier Xinjiang, Hong Kong, Tibet e libertà religiosa, e dal recupero di un lessico da guerra fredda da parte della dirigenza statunitense. È altamente probabile che quest’ultima tendenza, che ha caratterizzato gli ultimi mesi di vita dell’amministrazione Trump, verrà raccolta e proseguita dalla presidenza Biden, in quanto ideologicamente appartenente all’internazionalismo liberale, aggravando ulteriormente il carattere del confronto sinoamericano.

Il mondo libero contro la nuova tirannia

La simbiosi innaturale e antistorica fra Stati Uniti e Cina, che lo storico e politologo Niall Ferguson aveva ribattezzato “Chimerica“, è naufragata sotto il peso delle mille contraddizioni su cui si reggeva. Venuto meno il perno esistenziale dell’alleanza, ovvero l’Unione Sovietica, la storia ha ripreso il suo corso e l’antagonismo ha infine prevalso tra Washington, impero della libertà sin dai tempi di Thomas Jefferson, e Pechino, superpotenza in divenire con aspirazioni di egemonia nella sinosfera e di rivalsa nei confronti dell’Occidente per il secolo dell’umiliazione.

Jefferson è stato riportato alla Casa Bianca dall’amministrazione Trump, più precisamente dal segretario di Stato, Mike Pompeo, in data 23 luglio 2020. Quel giorno, presso la biblioteca presidenziale dedicata a Richard Nixon, Pompeo ha tenuto un discorso dal titolo eloquente, “La Cina comunista e il futuro del mondo libero”, il cui contenuto lo rende un vero e proprio manifesto politico.

La Cina, spiegava Pompeo, è una minaccia “per la nostra economia, per la nostra libertà e per il futuro delle democrazie libere in tutto il mondo”. La strategia di Henry Kissinger non si è rivelata fruttuosa nel lungo termine, non ha comportato vantaggi reciproci e uguali e non ha condotto a quel “futuro che prometteva cooperazione e rispetto”. Inoltre, rincarava la dose il diplomatico, il Partito Comunista Cinese è responsabile della pandemia e “della repressione a Hong Kong e nello Xinjiang” che ogni giorno fornisce nuova materia per la stampa.

Il popolo americano, ma in generale la comunità occidentale, ha una sola maniera di affrontare con successo la minaccia esistenziale posta al “mondo libero” dalla “nuova tirannia”, ossia “dobbiamo ammettere a noi stessi una dura verità, che dovrebbe guidarci negli anni e nelle decadi a venire, ovvero che se vogliamo avere un 21esimo secolo libero – non il secolo cinese che sogna Xi Jinping – il vecchio paradigma dell’impegno cieco con la Cina dovrà semplicemente finire. Non dobbiamo perpetuarlo e non dovremo recuperarlo”.

Imperialismo morale o disaccoppiamento etico?

Il significato del discorso di Pompeo, che è rapidamente entrato nell’elenco delle arringhe miliari dell’era Trump, verrà compreso pienamente a partire dal 2021, l’anno in cui – ha preannunciato e promesso Joe Biden – “l’America tornerà” al centro dell’arena internazionale e verrà decretata la fine dell’eterodossa linea trumpiana basata su unilateralismo, ritirate strategiche e simil-isolazionismo.

L’ascesa di Biden determinerà il ritorno degli Stati Uniti al ruolo di poliziotto globale, ossia di sceriffo che interviene ovunque nel mondo per imporre la propria morale, consacrando il probabile inizio di una lotta senza quartiere ai regimi non-liberali che potrebbe condurre, tra i differenti scenari, ad un “disaccoppiamento etico”, ossia alla divisione del pianeta in blocchi caratterizzati dalla presenza di sistemi valoriali uniformi e omogenei.

La comunità euroatlantica, in questo contesto, tornerebbe ad essere quel che è stata a partire dal secondo dopoguerra, ossia il mondo libero e il cuore pulsante di un modello civilizzazionale enfatizzante la democrazia, lo stato di diritto, l’individualismo, la proprietà privata e i cosiddetti nuovi diritti (dal sesso all’ambiente). Il mondo libero, in quanto costruzione dell’impero morale e americano-centrico di elaborazione jeffersoniana, ha una vocazione intrinsecamente universale, ragion per cui attori di primo piano come Stati Uniti, Germania e Francia, stanno legando in maniera crescente – con qualche eccezione – affari, etica e politica.

Lo stesso Trump ha mostrato un disinteresse asimmetrico verso democrazia e diritti umani, ossia ignorando l’ascesa di regimi ibridi e illiberali nell’Unione Europea, o il crescente autoritarismo della Turchia, ma attaccando e sanzionando la Cina a causa di una serie di dossier di competenza interna. Biden raccoglierà la sfida del confronto con quella che Pompeo ha ribattezzato la “nuova tirannia” e porrà fine al breve capitolo del disinteresse asimmetrico trumpiano dando nuovo vigore al mondo libero, blocco delle “potenze etiche” ed “alleanza tra democrazie”.

La nomina da parte di Biden di Katherine Tai quale nuova Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti è l’ulteriore prova del percorso di imperialismo morale su cui si incamminerà la potenza-guida del blocco occidentale. La Tai, di origini taiwanesi, è una sostenitrice del multilateralismo formatasi tra l’università di Yale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, presso la quale si è occupata essenzialmente di rapporti con la Cina. Il suo mandato potrebbe sancire il ritorno ad un maggiore coordinamento tra le due sponde dell’Atlantico in tema di politica commerciale su scala globale, che verrebbe (ri)utilizzata come strumento di pressione sul resto del mondo per raggiungere obiettivi politici.

Un numero crescente di Paesi si troverà, nei prossimi anni, davanti a un bivio: sottostare ai dettami delle potenze etiche, sacrificando i propri modelli organizzativi e civilizzazionali in cambio del benessere economico, o evitare le catene dell’imperialismo morale attraverso un disaccoppiamento progressivo dalle economie del mondo libero; fatto, quest’ultimo, che accelererebbe il ritmo di fusione degli stati della comunità euroatlantica.

Per la Cina, la Russia e tutte quelle potenze che, contrariamente all’Occidente, non hanno mai ancorato le relazioni bilaterali a temi come stato di diritto e democrazia, l’eticizzazione della politica e dell’economia presenterebbe tante sfide quante opportunità: le prime provocate dalle maggiori pressioni provenienti dalla comunità euroamericana, le seconde offerte da quei Paesi, alleanze e blocchi continentali, insofferenti verso l’imperialismo morale e favorevoli ad un disaccoppiamento teso a salvaguardare le proprie specificità culturali e civilizzazionali.