Multilateralismo. È questa la parola-chiave che il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, scandisce durante l’apertura dei lavori del G20 di Roma.

Certo, il premier non poteva utilizzare una termine diverso nel momento in cui accoglieva i rappresentanti dei venti più potenti Paesi del mondo. Ma l’incontro di Roma segna senza dubbio una tappa importante nell’esperienza politica dell’ex presidente della Banca centrale europea, oggi sul trono di Palazzo Chigi. Una doppia veste, di presidente del Consiglio e di guida del G20, che però possiede un’unità di intenti espressa sia a margine degli incontri bilaterali che durante l’apertura del summit internazionale.

L’agenda Draghi sembra essere quella di sostenere un sistema internazionale che sia progressivamente integrato rispetto a problemi generali del mondo contemporaneo. Si parla di “governance” globale su problemi finanziari, sulla tassazione, sulla sanità e sul clima. Su questi punti, ritenuti impossibili da tutelare in base alla sola visione nazionale, Draghi consegna l’immagine di un presidente del Consiglio fortemente orientato a una condivisione dei problemi e delle soluzioni. Lo si capisce già dal discorso di apertura dei lavori del G20, quando il presidente del Consiglio ha affermato che il mondo ha “affrontato”, quindi come avversari, “il protezionismo, l’unilateralismo, il nazionalismo”.

Il punto di partenza è la reazione internazionale alla pandemia

Ma l’idea è che si sia di fronte a un giro di boa su alcuni elementi ritenuti ormai globali e a cui Draghi ritiene sia necessario dare una risposta eminentemente internazionale. Un auspicio che segna la presidenza draghiana e che si era compreso già dal G7 in Cornovaglia di questa estate.

Epurato dalla retorica, necessaria a tradizionale in un consesso come il G20, la visione del mondo di Draghi va però proiettata sia nell’interesse nazionale sia nella sfida internazionale che si gioca all’ombra della Nuvola (di Fuksas). La cosiddetta “governance globale” esprime un concetto di armonizzazione sovranazionale delle reazioni dei singolo Stati a problemi comuni. Ma la messa in pratica di questa ambizione poggia su fragili equilibri diplomatici che il vertice di Roma non sembra avere placato. E di cui il premier non è certo ignaro. Insistere sul concetto di “multilateralismo”, ad esempio, può essere considerato un modo per esprimere l’idea che i Paesi del mondo debbano iniziare a coordinarsi se vogliono dare risposte certe a questioni transnazionali, tuttavia va fatta una precisa distinzione tra questa idea e quella del multipolarismo perorata, per esempio, in altre sedi e da altri leader.

Multilaterale non è multipolare, e questo lo si intuisce collegando non solo la formazione atlantica di Draghi ma anche i più recenti vertici internazionali (tra cui in particolare l’ultimo G7). In quell’occasione, l’impressione fu di una visione statunitense e occidentale fortemente orientata a imprimere una svolta nelle relazioni con gli altri “poli” del mondo, a cominciare dalla Cina. E quella ferma convinzione nel creare un blocco delle democrazie – questo il desiderio di Joe Biden – che imponesse una rotta al mondo svelava una presa di posizione che il G20 non ha certamente sconfessato. Tantomeno Draghi, che ha anzi ribadito che il perno geopolitico dell’Italia restano atlantismo ed europeismo, inscindibili nell’ottica del presidente del Consiglio.

Di qui l’idea di comprendere il “mondo di Draghi”, che deve essere scisso inevitabilmente dalle necessarie aperture a quell’Oriente della grandi potenze con cui l’Occidente ha necessità di dialogare. Perché se è vero che il mondo deve rispondere a esigenze comuni in modo unitario, è altrettanto vero che il problema resta quello di capire chi può imporre la propria visione al resto dei Paesi. E in questo senso, l’assenza del presidente russo, Vladimir Putin, e del leader cinese, Xi Jinping, è un’immagine altamente significativa delle sfide della globalizzazione e sulla globalizzazione. I nodi, senza Cina e Russia, resteranno irrimediabilmente irrisolti. E se gli Stati Uniti possono accettare un’Europa più forte saldamente ancorata al sistema Nato, diverso è il caso di due superpotenze come Mosca e Pechino con le quali ha ingaggiato una sfida dai contorni ancora poco chiari.

L’Italia non è estranea a questa sfida. Il premier ha già fatto intendere la sua chiave di lettura del mondo e le sue convinzioni (atlantismo ed europeismo espressi a chiare lettere nel suo primo discorso alle Camere). Ma è chiaro che la complessità dei fenomeni impone anche scelte meno drastiche e sfumature che nel passaggio da ex presidente Bce a leader di un Paese anche Draghi ha saputo far sue. L’exploit dell‘Erdogan “dittatore necessario” ha ceduto il passo a un progressivo silenzio fino al bilaterale al margine dell’apertura dei lavori. L’invito – declinato – a Putin e Xi e l’apertura ai due Paesi, come all’Iran, per la soluzione della crisi afghana ha fatto intendere la presa di coscienza che il mondo occidentale non poteva più fare a meno di chi è a Est dell’immaginaria e nuova “cortina di ferro“. L’Africa è una partita tra potenze in cui si devono calibrare bene i propri interessi e le proprie scelte, specialmente se il naturale europeismo viene tradito dagli interessi nazionali di altre potenze ben più ambiziose e pronte a cogliere le opportunità degli errori di Roma. Nel mezzo la partita europea, dove l’uscita di scena di Angela Merkel potrebbe non essere il tappeto rosso che tanti osservatori distendono verso l’ascesa di Draghi nella leadership europea. Francia e Germania ringraziano Draghi come garanzia di stabilità dell’Eurozona e dell’Italia, ma come avviene al G20, anche in Ue c’è una forma da mantenere e una sostanza da tutelare.

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