13 agosto 2020, una data che è già entrata negli annali di storia, sancendo l’inizio della fine del conflitto arabo-israeliano. Quel giorno Donald Trump ha comunicato che, dopo mesi di intensi negoziati, la diplomazia statunitense è riuscita a mediare tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele, ottenendo un accordo per la piena normalizzazione dei loro rapporti bilaterali.

Sulla base del documento, Israele si impegna a sospendere a tempo indefinito l’annessione di porzioni di territorio della Cisgiordania ed entrambe le parti si impegnano a riattivare in tempi rapidi i canali diplomatici e lavorare per lo stabilimento di rapporti fruttuosi in ogni settore. Come era prevedibile, la decisione di Abu Dhabi ha avuto riflessi immediati nell’intero mondo arabo, dando il via alla gara per la normalizzazione, e ampliando al tempo stesso la divisione con le potenze islamiche non-arabe, come la Turchia e l’Iran.

I prossimi Paesi in lista

All’indomani della storica scelta di campo di Abu Dhabi, che con questo accordo ha posto fine ad un’epoca di relazioni intrattenute segretamente, da una serie di Paesi, anch’essi cooperanti nell’ombra con Tel Aviv, hanno iniziato a circolare indiscrezioni riguardanti una normalizzazione in tempi brevi, nella consapevolezza che il cambio di paradigma è ormai una realtà.

I prossimi Paesi che potrebbero allinearsi ad Abu Dhabi sono il Bahrain, l’Oman, il Marocco e l’Arabia Saudita.

Il Bahrein è uno Stato insulare che giace nel golfo persico, a pochi chilometri di distanza dall’Arabia Saudita e dal Qatar, e poiché ha svelato al pubblico l’esistenza di rapporti bilaterali con Israele prima delle altre petromonarchie, a lungo si è creduto che da questo arcipelago sarebbe stato avviato il ritorno alla normalizzazione. L’avvicinamento ha subito un’accelerata negli ultimi due anni, palesato da eventi come la partecipazione al 101esimo giro d’Italia in Israele nel maggio 2018, le dichiarazioni del ministero degli esteri Khalid bin Ahmed al-Khalifa riguardanti il diritto di Israele all’autodifesa, e la visita a Manama dell’anno scorso del capo rabbino di Gerusalemme, Shlomo Amar, culminata in un incontro a porte chiuse con re Hamad.

L’Oman è il Paese che nell’ottobre 2018 ha ospitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, invitato dal sultano Qaboos bin Said per discutere di sicurezza regionale. Era dalla visita di Shimon Peres del 1996 che un capo di governo israeliano non si recava nel Paese, perciò la visita di Netanyahu ha avuto della storicità, sancendo la messa da parte definitiva di un antagonismo iniziato per via della seconda intifada. Nelle fasi immediatamente successive alla visita le rispettive diplomazie e agenzie di sicurezza hanno aumentato il dialogo, sebbene il regno continui a mantenere un’apparenza maggiormente neutrale ed equidistante negli affari regionali.

Il Marocco ha tradizionalmente rappresentato un caso atipico all’interno del mondo arabo per via del radicamento di lunga data dei sentimenti filosionisti all’interno della classe politica e della famiglia reale, probabilmente facilitato dalla presenza di un’influente comunità ebraica, la più folta nella regione. Fu re Hassan II a fare da intermediario tra Il Cairo e Tel Aviv negli anni ’70, rendendo possibile la visita a Gerusalemme del 1977 del presidente egiziano Anwar al-Sadat.

I rapporti, sempre ottimi, sono migliorati costantemente nel corso degli anni, e neanche lo scoppio della seconda intifada ha inciso in maniera particolare sulla linea politica della famiglia reale. La visita a Rabat del settembre 2003 dell’allora ministro degli esteri israeliano, Silvan Shalom, giunto per incontrare re Mohammed VI, è la prova inconfutabile di quanto sia stabilmente solido il partenariato israelo-marocchino.

Le relazioni bilaterali hanno registrato un ulteriore miglioramento durante l’era Trump. Ad esempio, l’anno scorso avrebbe dovuto avere luogo un incontro a tre a Rabat fra re Mohammed VI, il segretario di Stato Mike Pompeo e Netanyahu, poi annullato su iniziativa marocchina all’ultimo minuto. Ciononostante, i due Paesi non hanno smesso di dialogare e da parte israeliana hanno iniziato ad essere diffuse indiscrezioni riguardanti un compromesso allettante: riconoscimento marocchino di Israele in cambio del riconoscimento di quest’ultimo e degli Stati Uniti della sovranità marocchina sul Sahara occidentale.

Infine vi è l’Arabia Saudita, la vera eminenza grigia che ha reso possibile la rivoluzione diplomatica. La famiglia reale ha cessato ogni antagonismo con l’Occidente all’indomani dell’assassinio di re Faysal, avvenuto nel 1975, avviando un canale di dialogo segreto con Israele in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979. Da quella data in poi i due Paesi hanno collaborato intensamente nel nome di un’agenda comune, il contenimento di Teheran, e Riad ha sfruttato l’influenza esercitata sulle petromonarchie limitrofe, convincendole a modellare la loro politica estera secondo i dettami di casa Saud.

La famiglia reale non ha mai potuto pubblicizzare le relazioni con Israele per via del ruolo georeligioso ricoperto, derivante dal fatto di esercitare sovranità sulla terra sacra, il luogo in cui l’islam è nato e dove si trovano le moschee più importanti e la Kaaba. L’avvento del nuovo secolo ha, però, determinato la fine di un’epoca, spingendo i sauditi ad abbandonare gradualmente la causa palestinese in favore di un maggiore avvicinamento con Tel Aviv in chiave anti-iraniana e, a latere, antiturca.

Il processo di normalizzazione è stato galvanizzato dalla nomina di Mohammed Bin Salman quale principe ereditario, avvenuta il 21 giugno 2017. L’agenda riformatrice di MbS ha funto da ispirazione per le petromonarchie del golfo, che come lui hanno deciso di attuare una normalizzazione rapida, coercitiva e imposta dall’alto.

MbS è colui che ha dato il via ad un processo di ripensamento integrale dell’identità saudita, gettando le basi per de-radicalizzazione del wahhabismo e per la fine della sua esportazione nel mondo, e illustrando al vicinato arabo il modus operandi: incontri di alto livello con delegazioni dell’ebraismo statunitense, e utilizzo strumentale dell’industria culturale e dell’intrattenimento per preparare l’opinione pubblica al cambiamento.

L’Arabia Saudita non ha un reale bisogno di normalizzare le relazioni con Israele, poiché la loro esistenza è un dato di fatto ed è grazie alla famiglia reale che un effetto domino è stato possibile sull’intero mondo arabo, e occorre tenere in considerazione che la sua posizione è più complicata rispetto a quella emiratina o marocchina per via della suscritta questione della sacertà. Non è da escludere, comunque, che una volta indebolito il clero e convinta l’opinione pubblica, i due Paesi possano ripristinare ufficialmente i rapporti bilaterali.

La spaccatura nel mondo islamico

L’accordo siglato fra Israele ed Emirati Arabi Uniti avrà un effetto travolgente sull’intero mondo arabo, accelerando il compattamento di un blocco di potere funzionale al contenimento simultaneo di Iran e Turchia. La sensazione di accerchiamento ha spinto Teheran e Ankara a unire gli sforzi in Medio Oriente negli ultimi mesi, segnalando la possibile nascita di un sodalizio, e la mobilitazione in massa del mondo arabo potrebbe dare impulso all’agenda del duo.

Entrambi i Paesi hanno criticato l’accordo del 13 agosto, e la Turchia ha ventilato la possibilità di sospendere le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti  e di chiudere l’ambasciata ad Abu Dhabi. Secondo fonti del The Telegraph, il governo turco avrebbe anche iniziato a concedere la cittadinanza a dei membri di alto livello di Hamas residenti a Istanbul, un gesto tanto simbolico quanto carico di potenziale destabilizzante.

Se da una parte la normalizzazione porterà alla formazione di un fronte vasto e coeso all’interno del mondo arabo, esteso dal mar Mediterraneo al golfo Persico, dall’altra si assisterà al consolidamento di uno spazio egemonico in Asia a guida turca, riunente potenze islamiche storiche, come Pakistan e Iran, ed emergenti, come la Malesia e l’Indonesia. Quest’ultimo blocco nasce un obiettivo: de-arabizzare l’islam, sia in senso identitario che politico, in maniera tale da spostarne il baricentro da Riad ad Ankara.

È in questo contesto di riscrittura della divisione del potere all’interno dell’universo islamico che si inquadrano le iniziative di Recep Tayyip Erdogan degli ultimi anni, dall’entrata in scena nella questione palestinese alle politiche perseguite in tutto il mondo a tutela dei musulmani, esemplificate nella riconversione in moschea di Santa Sofia, un’azione carica di significati erroneamente ritenuti diretti all’Occidente ma in realtà indirizzati alle potenze-guida della umma: la custodia dell’islam è tornata alla Sublime Porta.

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