Mancanza di lavoro, poche prospettive per il futuro, prezzi alle stelle e generale situazione di malessere. Sono questi i fili che legano le diverse proteste che da qualche mese a questa parte si succedono in diversi paesi del mondo arabo. Ed il pensiero immancabilmente va a quanto accaduto otto anni fa, quando dopo le primo dimostrazioni di piazza scatenatesi in Algeria e Tunisia, l’intero mondo arabo si infiamma generando conseguenze ancora oggi ben visibili tra guerre e destabilizzazioni. 

Le proteste nel nord Africa

Dal Marocco alla Libia, sono diversi i paesi che al loro interno affrontano in questo momento diverse manifestazioni da parte di centinaia di cittadini. Se la Tunisia è sempre apparsa nella lista dei paesi potenzialmente a rischio destabilizzazione, discorso decisamente diverso vale per il Marocco. Il paese nel 2011 risulta soltanto sfiorato dalle proteste della primavera araba, anzi il governo di Rabat spesso viene lodato per la sua stabilità interna e per gli investimenti e le riforme attuate in campo economico e sociale. Ed invece da qualche mese a questa parte diversi lavoratori, sia del comparto pubblico che privato, sono in stato di agitazione. Si chiedono salari più elevati, condizioni di vita più adeguate: ai ceti meno abbienti del Marocco, non sfugge il fatto che lo sviluppo economico sta avvantaggiando solo una parte del paese mentre operai e classi più povere arrancano con sempre più difficoltà. Lo scorso 17 dicembre un’importante manifestazione si è tenuta nella capitale Rabat, ma le proteste coinvolgono maggiormente la regione settentrionale di Al Rif. Anche nella confinante Algeria le cose non vanno meglio.

Qui il paese discute ancora circa l’annuncio della ricandidatura dell’anziano e malato leader Abdelaziz Bouteflika, nel frattempo però un’economia ancora fortemente in affanno manda sul lastrico sempre più famiglie. Ed il 25 dicembre scorso l’Algeria vive una delle giornate più difficili degli ultimi anni: un operaio infatti, Ayyash Mahjoubi di appena 31 anni, muore dopo essere stato intrappolato in un pozzo per sei giorni nella provincia di M’Sila. La rabbia per la morte dell’uomo è tale che i manifestanti scesi in piazza impediscono l’arrivo della delegazione governativa sul luogo dell’accaduto. Un segno di profonda insofferenza verso autorità considerate sempre più lontane dalla realtà dell’Algeria, una percezione di distacco pericolosa in un paese che negli ultimi decenni è protagonista di drammatiche storie di confronto interno. Dal giorno di Natale, sono diverse le manifestazioni sorte in tutta l’Algeria. Stesso discorso e stesso tempismo anche per la Tunisia, dove anche qui la morte di un ragazzo di 32 anni scatena nuove proteste. In questo caso si tratta del suicidio di Abderrazek Rezgui, giornalista della città di Kasserine. 

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In Libia invece la protesta parte dal sud, da quel Fezzan che da mesi si ritrova senza autorità e senza Stato e, soprattutto, senza alcun servizio basilare. Manca l’acqua, manca l’elettricità, manca anche la sicurezza. E così i giovani del gruppo “La rabbia del Fezzan” occupano da giorni il campo petrolifero di El Sharara, uno dei più grandi del paese. La speranza è che le richieste vengano accolte sia a Tripoli che a Tobruk, dove ha sede il parlamento. Al Fezzan arriva la solidarietà da parte di molti cittadini di altre parti della Libia: in molte città si tengono cortei e manifestazioni dove si fanno proprie le rivendicazioni dei giovani che vivono nel sud del paese. 

Le proteste in Sudan

Al momento le manifestazioni più clamorose riguardano il Sudan, paese guidato da anni da Omar Al Bashir. Clamorose sia per l’ampiezza dei movimenti di protesta, visto che 14 dei 18 Stati che compongono il paese sono investiti dalle manifestazioni, sia perchè raramente il paese nella storia recente ha lanciato così ampi segnali di insofferenza verso il governo di Al Bashir. Anche a Khartoum i manifestanti prendono di mira il presidente, soprattutto per via dell’elevata inflazione e dei prezzi alle stelle dei beni di prima necessità. Tutto in Sudan, secondo i manifestanti, è diventato più caro ed insostenibile. Da qui la rabbia di molti cittadini, sfociata in scontri molto duri con le forze di Polizia. Si contano almeno 20 vittime dall’inizio delle proteste. 

Dal Libano all’Iraq, proteste anche in medio oriente

Già da mesi la Giordania risulta attraversata da importanti proteste, anche in questo caso il carovita e la disoccupazione fungono da detonatori dell’insofferenza della popolazione. Ma nel paese retto dalla monarchia hashemita i problemi riguardano anche la siccità, che nei mesi scorsi costringono le autorità ad importare ogni genere di alimenti, con tutto ciò che ne consegue per l’aumento dei prezzi. Da qualche settimana anche il Libano risulta investito da importanti manifestazioni, dovute anche in questo caso ad un livello dell’inflazione molto elevato. I manifestanti, scesi in strada a Beirut, chiedono la diminuzione del prezzo dei carburanti ed importanti riforme nel settore sanitario. Un altro paese da mesi interessato dalle proteste è l’Iraq. Qui manca di tutto: sicurezza, acqua, cibo, condizioni dignitose per i cittadini. Il paese risulta letteralmente dissanguato dalla guerra contro l’Isis ed oggi necessita di ingenti forze per ripartire, ma l’instabilità politica e la corruzione assottigliano sempre di più la fascia dei soldi che materialmente riescono ad essere investiti per migliorare le condizioni della popolazione.

La crisi riguarda soprattutto le regioni meridionali, dove si vive il paradosso di un aumento costante ed importante dell’estrazione di petrolio ma, al tempo stesso, di un altrettanto costante peggioramento della situazione. Nella scorsa estate nella provincia di Bassora si registrano anche casi di decessi dovuti a malnutrizione ed al mancato accesso all’acqua potabile. Ecco perchè la rabbia della popolazione diventa sempre più importante, con scontri e saccheggi che costringono Baghdad ad inviare le forze speciali sul campo per evitare il deterioramento della situazione. Ma i problemi restano, al pari di un’insofferenza che nei prossimi giorni potrebbe tornare a manifestarsi. 

Similitudini e differenze con la primavera del 2011

Indubbiamente ci sono alcuni elementi che richiamano le proteste di otto anni fa: inflazione, disoccupazione, in generale un’economia che svantaggio sempre di più i ceti meno abbienti. Anche sul finire del 2010 le proteste in Algeria, Tunisia ed Egitto si innescano a causa dell’aumento dei prezzi della farina e del carburante, con le popolazioni arabe che scatenano in piazza la propria rabbia. Ma rispetto a quella che poi si è rivelata come una drammatica stagione, ci sono anche importanti differenze. In primo luogo, le proteste sembrano slegate da un paese all’altro sotto il profilo organizzativo: nel 2011 tutto è sembrato molto più organico ed omogeneo, con la Tunisia che funge da detonatore e le altre nazioni subito pronte ad emulare nelle piazze quanto accaduto a Tunisi. In questo caso invece, si scende in strada in momenti e contesti diversi e le rivolte, guardando complessivamente al mondo arabo, appaiono diffuse “a macchia di leopardo”.

Inoltre otto anni fa si passa repentinamente da argomentazioni economiche a politiche: le manifestazioni già nel gennaio 2011 sono contro i sistemi politici instaurati da decenni nei vari paesi sconvolti dalle primavere arabe. Le tematiche diventano quelle della democrazia e delle richieste di dimissioni dei vari governi dei paesi arabi. Forse memori di quanto accaduto a seguito della caduta dei “rais”, al momento le richieste invece continuano a riguardare sempre e soltanto condizioni di vita migliori. Non si chiedono cambiamenti di regime, ma solo maggiori risorse per vite più dignitose. Ma ancora è presto per valutare la reale portata delle manifestazioni. Inutile nascondere il fatto che, nel prossimo futuro, ad incidere sulla prosecuzione o meno delle proteste potrebbero essere anche interessi ed interventi esterni. Proprio come otto anni fa. 

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