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Il quadro politico americano sembra fermo ma in realtà si muove parecchio: quella in corso è una fase decisiva per comprendere se Donald Trump possa o no rivendicare la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti per il 2024. Le elezioni di medio-termine sono ad un passo. Il sistema americano garantisce una rotazione continua e numerosi appuntamenti elettorali per misurarsi. In apparenza, sembra trascorso appena un giorno dalla vittoria di Biden.

Ma  il tycoon è già in campagna elettorale. Prima della tornata di metà mandato, i partiti statunitensi svolgono le primarie. The Donald ha i suoi candidati. Quelli a cui, spesso e volentieri, saranno contrapposti esponenti che vorrebbero la normalizzazione del Gop, ossia un salto all’indietro, nella direzione precedente a quella intrapresa con la discesa in campo dell’ex presidente degli Stati Uniti. Il momento è quindi più delicato di quello che si potrebbe immaginare.

La partita in Ohio è simbolica, ad esempio. Max Miller è un trumpiano doc, si direbbe un populista, mentre Anthony Gonzalez è un repubblicano che ha votato in favore dell’impeachment. Dovesse prevalere il secondo, per l’ex Commander in Chief sarebbe il primo segno di una crisi. Anche perché l’Ohio è uno di quegli Stati che gli ha rinnovato la fiducia alle presidenziali di novembre scorso. L’attivismo di Trump è quindi spiegabile.

Il leader populista sembra non voler perdere lo scettro di primus inter pares, altrimenti si sarebbe ritirato a vita privata, senza fare troppe storie. Immaginare oggi come possa presentarsi il Partito Repubblicano nel 2024 è un esercizio difficile. Le bocce sono più o meno ferme alla situazione che c’era durante la presidenza: i trumpisti sono maggioritari, ma l’ala moderata del partito, quella di Mitt Romney per intenderci, vorrebbe una contro-rivoluzone. Le cronache, poi, stanno condendo la situazione.

I “guai” di Donald Trump

Non è un periodo facile per Trump. Facebook ha confermato il blocco dell’utilizzo social sino al 2023. Conosciamo quanto e come l’attività sulle nuove piattaforme influenzi l’opinione pubblica. Ma questo è un risvolto di secondo piano rispetto a quello che potrebbe accadere in termini giudiziari. Come riportato dall’Adnkronos, la Trump Organization dovrà rispondere di frode e di altri reati fiscali. Trump la sta mettendo sul piano del “complotto”. Quasi come se esistesse un disegno ad personam teso a destrutturare il suo peso politico, pure attraverso le inchieste. Per la narrativa trumpiana, esisterebbe un trait d’union tra la sconfitta subita e le notizie delle ultime ore. Il tutto filtrato dalla pandemia, che sarebbe stata utilizzata a sua volta per scopi politici.

Nel corso dei prossimi mesi, sapremo se l’ex inquilino della Casa Bianca possa definirsi o no un attore di rilievo. Dietro l’angolo, del resto, c’è il rischio di una crisi di credibilità. Per quanto vada sottolineata l’unità dell’elettorato, che sembra essere rimasto fedele all’ex presidente degli Stati Uniti. Inchieste, battaglia interna al Gop e possibili mutamenti elettorali: questi sono i tre fattori di rischio che potrebbero ridimensionare il fenomeno trumpiano una volta per tutte.

Così Biden vuole cancellare Trump

Il presidente Joe Biden continua nel frattempo nella sua opera di cancellazione. Già con i primi provvedimenti, Biden aveva fatto capire le sue intenzioni: cancellare, oltre agli interventi legislativi, pure l’impostazione amministrativa trumpista. Dopo le aperture bioetiche su aborto e gender ed i cambiamenti relativi alle politiche migratorie, ora è venuta la volta delle esecuzioni federali, che sono state sospese. La sensazione è che se i Dem potessero, sceglierebbero una sorta di damnatio memoriae. Che poi, in termini metaforici, è quello che sta accadendo.

Non è il momento per fare previsioni per la Casa Bianca: è possibile che né Biden né Trump corrano tra tre anni. Nel momento in cui scriviamo, però, a contendersi la scena sono ancora loro due.