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Politica

Il modello di Hong Kong è a un bivio. E la Cina minaccia: “La fine è vicina”

Si tratta dell’avvertimento più esplicito lanciato dalla Cina ai manifestanti di Hong Kong, che anche nello scorso weekend, il tredicesimo dall’inizio delle proteste, hanno messo a ferro e fuoco l’ex colonia britannica ancora una volta. Un articolo apparso sull’agenzia cinese...

Si tratta dell’avvertimento più esplicito lanciato dalla Cina ai manifestanti di Hong Kong, che anche nello scorso weekend, il tredicesimo dall’inizio delle proteste, hanno messo a ferro e fuoco l’ex colonia britannica ancora una volta. Un articolo apparso sull’agenzia cinese Xinhua è chiarissimo: “Sta arrivando la fine per coloro che tentano di sconvolgere Hong Kong e attaccare la Cina”. Nel pezzo non viene citata alcuna azione specifica portata avanti da Pechino per interrompere le violenze, ma vengono menzionate tre linee “che non devono essere superate”.

In poche parole, la Cina sembra voler avvertire, per l’ultima volta, i riottosi hongkonghesi delle conseguenze cui rischiano di andare incontro. Eccole, queste tre linee. La prima: “nessuno dovrebbe danneggiare la sovranità e la sicurezza nazionali”; la seconda: “nessuno dovrebbe contestare il potere delle autorità centrali”; la terza: “nessuno dovrebbe usare Hong Kong per minare la terraferma”. L’articolo in questione analizza poi le origini delle proteste collegando la violenza alla mano invisibile di soggetti esterni: “Dietro il caos di Hong Kong c’è un elaborato schema dei rivoltosi e dei loro protettori, il cui reale intento è ora chiaramente esposto”.

L’ultimo avviso di Pechino

Difficile dire cosa potrà succedere a Hong Kong, ma è facile ipotizzare un’imminente fine delle proteste. Il tono usato dai media statali cinesi è stato emblematico di come la pazienza del Partito comunista sia ormai agli sgoccioli. Carrie Lam, su invito delle autorità cinesi, potrebbe indire lo stato di emergenza, una condizione che consentirebbe la discesa in campo dei militari cinesi, pronti a ripristinare l’ordine nell’ex colonia britannica. Anche perché se nelle scorse settimane le proteste iniziavano e finivano nell’arco temporale del weekend, oggi i disagi per la vita cittadina sono proseguiti.

Gli studenti hongkonghesi non si sono presentati nelle aule delle loro classi nel primo giorno del nuovo anno scolastico dopo la pausa estiva. Un discreto numero di ragazzi –  almeno 10.000 – si è radunato davanti alle rispettive scuole, indossando maschere antigas e protestando contro la polizia: sciopereranno un giorno ogni settimana finché le richieste dei dimostranti pro democrazia non saranno accolte.

L’università di Hong Kong ha invece annunciato una grande manifestazione davanti ai cancelli dell’ateneo, mentre il resto degli istituti ha previsto un boicottaggio delle lezioni di due settimane. John Lee Ka-chiu, il segretario alla Sicurezza di Hong Kong, ha lanciato un monito ai cittadini: “Chiedo alla popolazione tutta di rifiutare la violenza perché la situazione è sul punto di finire fuori controllo”.

Studenti in campo

Quando in Cina scendono in campo gli studenti, nubi oscure si accumulano all’orizzonte. La sindrome di Tienanmen è ancora fresca e il timore di una repressione militare è alta, nonostante sia altrettanto alta la volontà degli hongkonghesi di non piegarsi al sistema cinese. Per capire meglio il motivo delle proteste si possono fare analisi sociologiche ed economiche, ma è utile dare uno sguardo anche al modello politico della città che vuole smarcarsi dal giogo di Pechino. Carrie Lam viene definita dai media “governatrice” anche se la definizione corretta per descriverne il ruolo è “chief executive”. Le sue funzioni assomigliano più a quelle di un’amministratrice delegata di un’azienda che non alle mansioni tipiche di un soggetto politico.

Una città azienda

In effetti Hong Kong può essere vista come una città-Spa. Qui le decisioni, concretizzate in seguito al voto, vengono prese da un comitato formato dai lobbisti delle corporazioni e anche da “non umani”, come banche, imprese e società più importanti della città. La Cina, pur garantendo a Hong Kong una certa autonomia, controlla gli affari e sceglie i commissari elettorali, e controlla pure il Parlamento per una buona metà dei seggi. Alla fine, Hong Kong si presenta come una democrazia guidata da un consiglio di amministrazione deciso da Pechino, e dove si svolgono regolari elezioni. Tuttavia il voto degli elettori ha un peso relativo, visto che alla fine la decisione conclusiva sulla carica di chief executive arriva da oltre la Muraglia. I cittadini di Hong Kong sono stanchi di vivere in una democrazia a metà. O democrazia piena o sottomissione completa: le vie di mezzo hanno stancato tutti.





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