Su chi gravava la responsabilità, in quel tragico 22 febbraio, di garantire la sicurezza all’ambasciatore italiano Luca Attanasio? Quel giorno il nostro rappresentante diplomatico nella Repubblica Democratica del Congo è stato ucciso in un agguato avvenuto nella regione del North Kivu. Assieme a lui sono morti l’autista congolese Mustapha Milambo e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Subito dopo l’imboscata sono sorte polemiche proprio sui dispositivi di sicurezza che avrebbero dovuto garantire l’incolumità di Luca Attanasio. Un caso che è diventato anche politico. La svolta delle indagini arrivata dalla procura di Roma, la quale ha messo sotto inchiesta un funzionario del Programma Alimentare Mondiale (Pam), ha orientato le attenzioni sulle responsabilità dell’Onu.

Il rebus sulla sicurezza

Il Pam è un’agenzia delle Nazioni Unite il cui compito è quello di promuovere progetti di assistenza alimentare nei Paesi più poveri. Un tema molto caro a Luca Attanasio, da settembre 2017 ambasciatore dell’Italia nella Repubblica Democratica del Congo, una delle nazioni in cui la fame rappresenta ancora oggi uno dei problemi più avvertiti. Per questo il diplomatico ha promosso diversi progetti di solidarietà, un impegno riconosciuto a livello internazionale tanto da ricevere, nel dicembre 2020, anche il premio “Nassirya per la pace”. La mattina dello scorso 22 febbraio Attanasio si è messo in viaggio da Goma, capoluogo del North Kivu, a Rotshuru. Qui avrebbe dovuto prendere parte a un evento organizzato dal Pam. L’ambasciatore era quindi in viaggio non per impegni relativi all’attività diplomatica ma per una manifestazione umanitaria dell’agenzia Onu. Ed è in questo contesto che scatta il primo rebus sulla sicurezza. Attanasio era in viaggio scortato da Vittorio Iacovacci, carabiniere in servizio presso la nostra ambasciata di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo.

La regione del North Kivu è una delle più tormentate del Paese africano. Lungo la N2, la strada tra Goma e Rotshuru, da anni sono attivi gruppi terroristici legati ai ribelli ruandesi. L’asperità del territorio non ha mai favorito un controllo capillare dall’area da parte delle forze governative. Difficoltà riscontrate anche dai militari della missione Onu Monusco, presente da diversi anni per dar manforte alle autorità locali. Da qui il rebus: a chi spettava la sicurezza del convoglio Pam su cui viaggiava anche Luca Attanasio? Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, nell’informativa sulla morte dell’ambasciatore resa al Senato il 24 febbraio, ha richiamato alle responsabilità dell’Onu: “Faccio presente che – si legge nelle sue dichiarazioni – in qualità di capo missione, l’ambasciatore Luca Attanasio aveva piena facoltà di decidere come e dove muoversi all’interno del Paese. La missione si è svolta su invito delle Nazioni Unite. Quindi, anche il percorso in auto si è svolto nel quadro organizzativo predisposto dal Programma alimentare mondiale”.

Il 27 febbraio il Pam in una nota ha sottolineato che la strada in questione era considerata sicura e che tutti i protocolli erano stati rispettati. Il Palazzo di Vetro ha comunque avviato un’indagine interna, sollevando però dalle responsabilità i caschi blu di Monusco. Questi ultimi erano stati chiamati in causa dal governo congolese: per Kinshasa la sicurezza nel North Kivu è sotto la gestione della missione Onu. Circostanza per l’appunto smentita dalle Nazioni Unite, secondo cui non sono di competenza di Monusco i viaggi organizzati da altre agenzie.

Le indagini italiane

Sui fatti del 22 febbraio sono quindi entrati in scena tre attori: la Farnesina, le Nazioni Unite e il governo di Kinshasa. Nessuno ha però platealmente ammesso proprie responsabilità. Da qui anche una difficoltà da parte degli investigatori italiani di accertare la reale competenza sulla sicurezza di Attanasio. Il punto di partenza è rappresentato da una precisa domanda: bastava per un ambasciatore occidentale, in una zona molto critica, la semplice protezione di un carabiniere di scorta? Il dubbio è che forse un più adeguato protocollo di sicurezza avrebbe potuto salvare la vita di Attanasio e di Iacovacci. Ma chi doveva applicarlo? L’iscrizione nel registro degli indagati di un funzionario congolese del Pam, responsabile della sicurezza del convoglio del 22 febbraio, ha acceso i fari sulle Nazioni Unite. Forse i magistrati potrebbero aver preso in considerazione l’idea che i protocolli da applicare fossero quelli dell’agenzia dell’Onu.

Da qui l’audizione che lo stesso soggetto congolese indagato ha tenuto agli inquirenti capitolini nelle scorse settimane. Si sta cercando di fare luce su possibili “omesse cautele” da parte del Pam. Un risvolto quest’ultimo in grado di avere delle conseguenze anche sul piano politico. Nel frattempo in Congo le indagini portate avanti dalle autorità locali avrebbero oramai accertato la matrice dell’agguato. Non si sarebbe trattato di un attacco terroristico, ma del tentativo di rapimento da parte di un gruppo di criminali locali. Un’azione che ha suscitato la reazione dei rangers del parco del Virunga, attraversato dalla strada N2. Da qui il conflitto a fuoco che ha determinato la morte dei due italiani.

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