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La sorte dei due maggiori leader dei talebani, Haibatullah Akhundzada e Abdul Ghani Baradar, inizia a interrogare l’opinione pubblica afghana. Nei giorni scorsi si erano rincorse voci sulla morte o sul ferimento del mullah Baradar, l’uomo che molti credevano potesse essere il capo del governo dell’Emirato islamico. Voci smentite dal portavoce talebano, Mohammad Naeem, che ha parlato di propaganda nemica, e da un presunto messaggio audio in cui il futuro vice-premier talebano dice di essere fuori Kabul per un viaggio e di stare benissimo. Messaggio che però nessuno è riuscito a confermare, a tal punto che in tanti speculano sul fatto che o non fosse la voce di Baradar o che quell’audio sia stato mandato in tempi non sospetti. Dibattito non troppo diverso da quello che circonda la figura ancora più misteriosa del leader talebano Akhundzada, nominato futura Guida suprema ed emiro dell’Afghanistan. Come riporta il Guardian, in queste settimane successive alla conquista di Kabul il co-fondatore dei talebani non si è mai mostrato in pubblico. E sono in molti, sia in patria che all’estero, a chiedersi se sia ancora vivo dopo che anche per lui si sono moltiplicate le voci su una presunta morte.

In molti casi, ad alimentare le voci sulla morte o sul ferimento dei personaggi-chiave degli “studenti coranici” – non da ultimo uno scontro a fuoco a Kabul tra le varie fazioni –  sono soprattutto agenzie e media contrari al nuovo regime. Si punta il dito su scontri interni al nuovo governo, in particolare tra la rete Haqqani e le figure dei talebani più inclini al dialogo, soprattutto con le minoranze, che sarebbero collegate a Baradar. Certo è che le smentite non sono mai state accompagnate, almeno fino a questo momento, da apparizioni pubbliche. Elemento che non aiuta a dissipare i dubbi sulla sorte di queste due personaggi che rappresentano vere e proprie colonne portanti del nuovo corso dell’Afghanistan. Akhundzada come rappresentante dell’unità talebana, Baradar stesso quale figura-chiave degli accordi di Doha e uomo che ha guidato i negoziati con l’Occidente.

Cosa stia succedendo all’interno delle gerarchie talebane non è ancora chiaro, ma quello che preoccupa, più che la sorte del singolo personaggio, è il modus operandi degli studenti coranici, evidentemente ancora legato a doppio filo a logiche clandestine tipiche degli insorti e dei gruppi terroristici. L’incapacità di confermare o smentire le voci, un sistema di potere nell’ombra, scontri violenti tra le gerarchie e video e foto come uniche prove di sopravvivenza delle autorità confermano un approccio ancora arretrato al rapporto tra media e potere. E sono soprattutto conferme di un metodo che rischia di mantenere i talebani in un senso di precarietà e di oscurità costante anche una volta raggiunto il potere.

Gli esperti segnalano che quest’ombra sulla morte dei leader è qualcosa di molto tipico per il gruppo, visto l’atteggiamento tenuto con il Mullah Omar, la cui morte è stata confermata praticamente dopo due anni in cui venivano inviati audio e video di lui ancora in vita. Il problema è che ora i talebani non sono più considerati una “semplice” organizzazione terroristica o di insorti, ma un gruppo a cui gli Stati Uniti hanno concesso il potere sull’Afghanistan dopo un negoziato ufficiale concluso con l’accordo in Qatar. Il mondo si aspetta dall’Emirato un cambio di passo: ma se i taliban vogliono un riconoscimento internazionale, non potranno mantenere a lungo questo sistema di comunicazione (e di potere).

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