Il 9 maggio, come consuetudine da 73 anni, si celebra l’anniversario della vittoria sovietica/russa nella Grande Guerra patriottica, in altre parole la vittoria russa sulla Germania nazista. Ogni anno, quindi, in Piazza Rossa a Mosca, Putin prende parte alle celebrazioni della giornata del 9 maggio, tra sfilate di reggimenti militari e bande musicali che intonano inni patriottici. 

Quest’anno, sul palco delle autorità, al fianco del presidente russo, è comparso Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, che si è recato a Mosca per tenere un meeting di “coordinamento” delle attività russe e israeliane in Siria. Eppure, il gesto di comparire al fianco di Putin, dove negli anni passati si sono accomodati leader dello spessore di Xi Jinping, si può interpretare come un forte segnale che lo stesso Netanyahu trasmette alla comunità internazionale.

Non è una scoperta recente quella di inquadrare Vladimir Putin come un interlocutore imprescindibile nella questione siriana, più importante è il ruolo che viene attribuito se tutto il quadrante mediorientale richiede un’intermediazione politica che transiti dal Cremlino

Con la crisi in cui versa l’area, dopo che Trump ha deciso per il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare, e le prove mostrate pubblicamente da Netanyahu di presunti esperimenti nucleari con scopi militari in Iran, la posizione del grande Paese sciita mette in bilico molti equilibri, che sembrano più vicini a rovesciarsi che non a stabilizzarsi. 

La visita di Netanyahu a Mosca avviene in un momento dunque delicato, che mette alla prova dei rapporti, tra Stati, ma anche a livello personale, che potrebbero determinare le sorti del conflitto in atto in Medio Oriente. La Russia, come anche fatto sapere nelle scorse settimane, è un forte sostenitore dell’accordo JCPOA, come fatto sapere tramite una dichiarazione congiunta emessa con la Cina, mentre, ovviamente, Israele vorrebbe l’annullamento di questo accordo. 

D’altro canto, Putin e Netanyahu intrattengono degli ottimi rapporti personali e lavorativi, dunque sarà difficile riuscire a bilanciare le questioni messe sul tavolo. 

Il momento dell’incontro, tra l’altro, risulta propizio per il momento in cui accade. Nella notte, infatti, è stata riportata la notizia di un bombardamento da parte dei caccia israeliani su una base alle porte di Damasco, che si presume ospitasse un deposito di missili iraniani; nell’attacco, sono rimasti uccisi nove siriani e non si riportano vittime tra le Guardie della rivoluzione.

Israele, infatti, ha alzato notevolmente la tensione prima di operare il bombardamento, ordinando l’apertura dei rifugi anti-missile nelle alture del Golan e schierando dei missili balistici nella stessa regione. Altresì, l’ambasciata statunitense a Tel Aviv (ancora lì per poco), aveva consigliato a tutti i cittadini americani che risiedono in Israele di non recarsi nella pericolosa regione ai confini con la Siria. 

Lo scopo dell’incontro tra Putin e il primo ministro israeliano, quindi riguarderà la possibilità di ristabilire quella linea rossa che era stata imposta da Mosca nei mesi scorsi, e che Tel Aviv ha deciso di violare deliberatamente, forte anche della posizione occidentale nei confronti di Damasco, e una rinnovata ostilità di Trump nei confronti dell’Iran. 

I timori espressi da Netanyahu, infatti, riguardano il fatto che tramite la Siria, Teheran voglia avvicinarsi pericolosamente ai confini israeliani, diventando militarmente ostile verso lo Stato ebraico. D’altro canto, la linea dura di Putin in merito all’astensione israeliana dal bombardamento in Siria prevedeva come condizione di evitare che le armi di provenienza russa andassero a rafforzare gli arsenali di Hezbollah.