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Qualche agente in divisa si spinge al punto da avere in tasca un taccuino su cui appuntare i nomi di quanti hanno già allungato la mancetta da 50 pesos (un paio d’euro circa) per non avere rogne. Così non verranno disturbati di nuovo da quelli che verranno dopo.

La corruzione, in Messico, dilaga. In principio era figlia di una difficile lotta ai cartelli della droga, che muovono l’1,5% del Pil mondiale e che quindi hanno buon gioco in un Paese in cui lo stipendio medio è di circa 260 euro al mese per gli uomini, 215 per le donne.

Poi, però, come ogni malcostume, ha iniziato a diffondersi a tutti i livelli della società. Le bustarelle sono diventate uno strumento indispensabile per smaltire una pratica, per ottenere un beneficio, per rivendicare anche un diritto acquisito. Come diretta conseguenza, la credibilità delle istituzioni, già di per sé minata un po’ ovunque, non può che averne risentito. A farne le spese il Partido revólucionario mexicano (Pri) che, per quasi un secolo, ha espresso il leader della repubblica presidenziale federata in 31 Stati più il distretto di Città del Messico, che il 1 luglio torna al voto dopo i 6 anni di mandato di Enrique Peña Nieto. Si tratta di una tornata di portata storica, non solo perché il gigante mesoamericano è da tempo la seconda economia dell’America Latina, nonché membro del G20 e dell’Ocse, ma anche perché la sua stabilità ha, negli ultimi anni, favorito ingenti flussi di investimenti provenienti dai paesi più industrializzati.

Stando a quanto riportano le consulenze internazionali Pwc, nel 2050 il Messico dovrebbe affermarsi come la settima potenza al mondo (al momento è undicesima), grazie appunto al Pil incoraggiante e al tasso di natalità che, seppur sceso appena sopra quello di sostituzione, resta comunque in positivo. La ricchezza, tuttavia, non viene percepita affatto. Anzi. Negli ultimi 8 anni il numero di messicani che vivono al di sotto della soglia di povertà è passato da 49.5 a 53.4 milioni, su un totale di circa 127 milioni di abitanti. Uno dei motivi per cui, stando agli ultimi sondaggi, il Pri rischia di arrivare persino terzo.

Il sistema elettorale con cui i cittadini messicani eleggono il loro presidente della Repubblica è il maggioritario a turno unico. Viene eletto il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti (senza possibilità di rielezione), e che con ogni probabilità sarà Andres Manuel Lopez Obrador, altrimenti noto come Amlo.

Ex esponente del Partito socialdemocratico messicano (Prd), ha già tentato la scalata al potere nel 2006 e nel 2012 ma, visti gli insuccessi, si è deciso a fondare un proprio soggetto politico, il Movimento Regeneración Nacional (Morena), insieme ad una corrente di fuoriusciti del Prd. Un partito impossibile da catalogare se non tentando un’avventurosa crasi tra istanze sovraniste e populiste, riunite però sotto l’egida del socialismo. Sia dai sostenitori che dai detrattori, comunque, Amlo viene semplicisticamente considerato il Maduro del Messico.

Neanche a dirlo, il tema centrale della sua campagna elettorale è stato proprio la lotta alla corruzione, anche se nel settimo punto del suo programma Obrador sottolinea il fallimento dell’economia neoliberale in Messico, sacrificata a beneficio della finanza internazionale e in crescita solo sulla carta. Per tutta risposta, la sua ricetta economica è volta al recupero della sovranità perduta, che non prevede alcuni degli oltre 40 trattati di libero scambio in vigore in Messico e che mette soprattutto a rischio il Nafta, che ha reso il Canada e gli Stati Uniti i suoi principali partner commerciali: solo le esportazioni messicane verso il Paese confinante sono cresciute a tal punto da superare un valore complessivo di 300 miliardi di dollari l’anno nel 2016.

Lo sfidante principale di Obrador alla presidenza del Palacio Nacional è un po’ a sorpresa Ricardo Anaya, esponente del Partido Acciòn Nacional (Pan) sostenuto anche dal progressista Prd e dal Movimento dei cittadini, un amalgama di diverse posizioni ideologiche che potrebbero però unificarsi sotto la spinta delle emozioni, vero motore della scelta del voto dei messicani. Più staccato José Antonio Meade del Pri ministro nelle ultime due amministrazioni, quella di Felipe Calderón Hinojosa dal 2006 al 2012, e appunto quella che terminerà il 1 dicembre di Peña Nieto.

A parte la lotta alla corruzione come trait d’union dei programmi elettorali (peraltro impossibile da vincere senza una riforma del sistema giudiziario che possa renderlo indipendente dall’esecutivo), nessuno tra i candidati, secondo i più autorevoli osservatori politici locali, è stato in grado di fornire efficaci proposte di contrasto all’imponente escalation di violenza che ha coinvolto tutto il Paese.

In generale, lo scontro tra narcotrafficanti, esercito e squadroni paramilitari ha provocato 100mila morti negli ultimi 10 anni. La maggior parte dei quali semplici civili. Inoltre, proprio per via della corruzione, il 98% di questi delitti rimane impunito. Nell’ultimo anno, gli omicidi hanno addirittura sfiorato quota 30mila, il più alto livello mai registrato da quando esistono statistiche ufficiali (dal 1997). Basti pensare che decine di fotoreporter in tutto il Paese hanno deciso di specializzarsi in fotografi di nera, arrivando a vendere anche 6 o 7 macabre foto al giorno di cadaveri diversi sparate in apertura sui principali quotidiani nazionali.

Città gioiello come Acapulco, un tempo paradiso estivo dei vip hollywoodiani, sono diventate tra le più pericolose al mondo. La situazione è diventata così insostenibile da spingere l’amministrazione uscente a studiare un provvedimento che affidi all’esercito i compiti della polizia, implementando il ruolo che già adesso i soldati svolgono nella guerra ai cartelli: da ora possono cioè intervenire autonomamente davanti a ogni manifestazione che attenta alla sicurezza dello Stato. Al teorico rischio di una deriva autoritaria da parte del nuovo presidente, fa da contraltare la proposta recitata in pubblico lo scorso dicembre da Obrador di concedere un’amnistia ai narcos in guerra tra loro. Una strategia simile a quelle messe in atto in Colombia e in Ecuador, ma in netta controtendenza rispetto alla lotta senza quartiere perseguita da decenni di amministrazioni del Pri.

Tutti grattacapi che hanno fatto passare in secondo piano persino un tema cruciale come quello dell’emigrazione clandestina negli Stati Uniti. Ancora più del muro di Trump, infatti, il timore di essere espulsi dagli States ha spinto parecchi messicani a rinunciare al viaggio della speranza, anche per risparmiare i 3mila dollari da riconoscere ai “coyote” dei narcotrafficanti che scortano i migranti lungo le rotte desertiche del Texas, dell’Arizona e del New Mexico.

Dopo il boom di ingressi di clandestini tra gli anni Novanta e il 2007, infatti, quando è stata toccata la cifra record di 12,2 milioni, negli ultimi anni è cominciata un’inversione di tendenza e il dato è sceso di circa un milione di unità. A tenerlo alto è stato l’aumento dell’human trafficking, ossia della compravendita di esseri umani da impiegare come forza lavoro o prostituzione, ma che per definizione rappresenta una deportazione forzata più che una ricerca dell’El Dorado. Quale destino attenderà il Paese da dicembre in avanti resta tutto da vedere, ma la probabile affermazione di Obrador alla presidenza proietta il Messico verso un focus del tutto diverso riguardo le politiche interne, trascurando, magari, qualche decimale di Pil.