Iran e Stati Uniti spiazzano tutti e, dopo aver fatto credere che avrebbero firmato il Memorandum d’intesa venerdì in Svizzera, lo firmano due giorni prima e a distanza, in forma digitale. Ciò denota che hanno trovato un modo per tenere riservato il dialogo sottotraccia, condizione importante per la riuscita, confondendo quanti stanno remando contro.
Ad apporre la firma i rispettivi presidenti, particolare sottolineato dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei: “Quando un Memorandum d’intesa è firmato dai presidenti dei due Paesi, violarlo avrà conseguenze ben più gravi”.
In realtà anche la firma presidenziale può essere violata, ma è evidente che ha un valore più alto. Peraltro, apponendo la sua firma Trump ha voluto coprire le spalle a J.D. Vance, contro il quale si era concentrato il fuoco di sbarramento dei falchi (perché è meno rischioso sparare sul vice che sul presidente). Significativa anche la location della firma del presidente degli Stati Uniti, quella Versailles nella quale fu siglato il Trattato che pose fine alla Prima guerra mondiale.
Quanto al testo, si tratta di un’intesa di massima siglata per liberare immediatamente il transito di Hormuz in cambio di alcuni benefici che l’Iran incasserà in fretta, mentre altri si sbloccheranno in futuro. Venerdì inizieranno negoziati più specifici da concludersi entro 60 giorni.
Nel Memorandum, intese economico-finanziarie: l’Iran chiedeva legittimamente un risarcimento per l’aggressione. Previsto lo scongelamento dei beni iraniani bloccati, la remissione delle sanzioni e soprattutto un piano di investimento da 300 miliardi di dollari, che sborseranno sia l’America che “gli alleati regionali”, di fatto integrando Teheran nell’ecumene economica del Golfo.
Molto più interessanti, però, altri punti. Anzitutto la querelle Libano – il primo punto del Memorandum – del quale è prevista la tutela sia della sovranità che dell’integrità territoriale. Israele, quindi, sarebbe costretto a ritirarsi. Sviluppo di difficile attuazione data la resistenza di Tel Aviv, ma le bordate di Trump contro l’alleato segnalano che verranno esercitate forti pressioni (pressioni che, peraltro, in questi giorni hanno un po’ frenato la macelleria libanese). Indiscrezioni rivelano, però, che Tel Aviv sta contrattando con ostinazione con Washington per mantenere il Libano meridionale. Sviluppi da seguire.
Per quanto riguarda il nucleare, l’Iran ha ribadito il suo impegno a non produrre l’atomica, mentre sul programma nucleare si demanda ai negoziati successivi. Per quanto riguarda l’uranio arricchito al 60% rimasto sepolto sottoterra a seguito dei bombardamenti Usa, il Memorandum prevede la riduzione dell’arricchimento in loco, come richiesto da Teheran.
Di rilievo il punto sul transito per lo Stretto di Hormuz. Dopo aver dichiarato che il blocco americano e iraniano verranno rimossi, si specifica: “La Repubblica Islamica dell’Iran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in accordo con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale vigente e dei diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Hormuz”. Di fatto è stata messa nero su bianco la possibilità di istituire delle tariffe per i servizi prestati alle navi in transito, cioè quel che chiedeva l’Iran.
Il Memorandum poi specifica che i negoziati successivi riguarderanno solo i punti del documento. La richieste dei falchi di limitare il programma missilistico iraniano e di costringere Teheran a rescindere i legami con i suoi alleati regionali non sono a tema. Era noto che tali questioni non erano state trattate, ma è importante che si specifichi che ciò non avverrà neanche di seguito. Le linee rosse poste da Teheran sono state rispettate.
Di interesse anche il fatto che la scadenza dei 60 giorni non sia un limite inderogabile, ma “prorogabile di comune accordo”. Fissare una scadenza irrevocabile non è mai un buon viatico per dei negoziati.
Infine, il Memorandum specifica che “l’accordo finale sarà ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Difficile “vincolare” gli Stati Uniti, ma è comunque significativo che l’accordo non sia destinato a restare tra le parti, ma abbia un respiro globale.
Si arriverà a un accordo definitivo? Forse sì, forse no, o forse si raggiungerà una mezza intesa tale da produrre uno status quo soddisfacente a entrambe le parti. Tutto da vedere. Ma resta che la firma di ieri ha domato i venti di guerra. Servirà un surplus di impegno per rinfocolarli.
Da notare che la tregua con l’Iran ha aperto finestre di opportunità su altre criticità connesse. Anzitutto la guerra ucraina: Trump ha detto di voler riprendere i negoziati. Né sembra un caso che, nello stesso giorno della firma, l’inviato di Putin Kirill Dmitriev abbia annunciato il prossimo arrivo a Mosca dei mediatori statunitensi.
Sempre ieri, poi, il comunicato di Hamas sull’incontro con l’inviato del Board of Peace Nickolay Mladenov e i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia che si è tenuto al Cairo (il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ieri era al G7…).
Nell’incontro si è parlato dell’ingresso “del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) e delle forze internazionali nell’enclave, nonché della questione delle armi palestinesi, ‘nell’ambito di un approccio logico e accettabile per tutte le parti'”. Secondo il comunicato si è raggiunto un “ampio consenso” su tali questioni.
Di risultati “molto positivi” ha parlato anche un assistente di Mladenov, riferisce Asharq Al-Awsat, che aggiunge il commento di una fonte di Hamas: “Tra i mediatori, Mladenov e l’amministrazione statunitense c’è una forte volontà di raggiungere un’intesa il più rapidamente possibile, per portare stabilità all’intera regione”.
Poco, pochissimo rispetto alla tragedia che ha travolto Gaza, ma va pure considerato che un mese fa, come annota il media arabo, anche solo l’ipotesi di un incontro del genere sembrava improbabile.
Iran e Stati Uniti spiazzano tutti e, dopo aver fatto credere che avrebbero firmato il Memorandum d’intesa venerdì in Svizzera, lo firmano due giorni prima e a distanza, in forma digitale. Ciò denota che hanno trovato un modo per tenere riservato il dialogo sottotraccia, condizione importante per la riuscita, confondendo quanti stanno remando contro.
Ad apporre la firma i rispettivi presidenti, particolare sottolineato dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei: “Quando un Memorandum d’intesa è firmato dai presidenti dei due Paesi, violarlo avrà conseguenze ben più gravi”.
In realtà anche la firma presidenziale può essere violata, ma è evidente che ha un valore più alto. Peraltro, apponendo la sua firma Trump ha voluto coprire le spalle a J.D. Vance, contro il quale si era concentrato il fuoco di sbarramento dei falchi (perché è meno rischioso sparare sul vice che sul presidente). Significativa anche la location della firma del presidente degli Stati Uniti, quella Versailles nella quale fu siglato il Trattato che pose fine alla Prima guerra mondiale.
Quanto al testo, si tratta di un’intesa di massima siglata per liberare immediatamente il transito di Hormuz in cambio di alcuni benefici che l’Iran incasserà in fretta, mentre altri si sbloccheranno in futuro. Venerdì inizieranno negoziati più specifici da concludersi entro 60 giorni.
Nel Memorandum, intese economico-finanziarie: l’Iran chiedeva legittimamente un risarcimento per l’aggressione. Previsto lo scongelamento dei beni iraniani bloccati, la remissione delle sanzioni e soprattutto un piano di investimento da 300 miliardi di dollari, che sborseranno sia l’America che “gli alleati regionali”, di fatto integrando Teheran nell’ecumene economica del Golfo.
Molto più interessanti, però, altri punti. Anzitutto la querelle Libano – il primo punto del Memorandum – del quale è prevista la tutela sia della sovranità che dell’integrità territoriale. Israele, quindi, sarebbe costretto a ritirarsi. Sviluppo di difficile attuazione data la resistenza di Tel Aviv, ma le bordate di Trump contro l’alleato segnalano che verranno esercitate forti pressioni (pressioni che, peraltro, in questi giorni hanno un po’ frenato la macelleria libanese). Indiscrezioni rivelano, però, che Tel Aviv sta contrattando con ostinazione con Washington per mantenere il Libano meridionale. Sviluppi da seguire.
Per quanto riguarda il nucleare, l’Iran ha ribadito il suo impegno a non produrre l’atomica, mentre sul programma nucleare si demanda ai negoziati successivi. Per quanto riguarda l’uranio arricchito al 60% rimasto sepolto sottoterra a seguito dei bombardamenti Usa, il Memorandum prevede la riduzione dell’arricchimento in loco, come richiesto da Teheran.
Di rilievo il punto sul transito per lo Stretto di Hormuz. Dopo aver dichiarato che il blocco americano e iraniano verranno rimossi, si specifica: “La Repubblica Islamica dell’Iran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in accordo con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale vigente e dei diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Hormuz”. Di fatto è stata messa nero su bianco la possibilità di istituire delle tariffe per i servizi prestati alle navi in transito, cioè quel che chiedeva l’Iran.
Il Memorandum poi specifica che i negoziati successivi riguarderanno solo i punti del documento. La richieste dei falchi di limitare il programma missilistico iraniano e di costringere Teheran a rescindere i legami con i suoi alleati regionali non sono a tema. Era noto che tali questioni non erano state trattate, ma è importante che si specifichi che ciò non avverrà neanche di seguito. Le linee rosse poste da Teheran sono state rispettate.
Di interesse anche il fatto che la scadenza dei 60 giorni non sia un limite inderogabile, ma “prorogabile di comune accordo”. Fissare una scadenza irrevocabile non è mai un buon viatico per dei negoziati.
Infine, il Memorandum specifica che “l’accordo finale sarà ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Difficile “vincolare” gli Stati Uniti, ma è comunque significativo che l’accordo non sia destinato a restare tra le parti, ma abbia un respiro globale.
Si arriverà a un accordo definitivo? Forse sì, forse no, o forse si raggiungerà una mezza intesa tale da produrre uno status quo soddisfacente a entrambe le parti. Tutto da vedere. Ma resta che la firma di ieri ha domato i venti di guerra. Servirà un surplus di impegno per rinfocolarli.
Da notare che la tregua con l’Iran ha aperto finestre di opportunità su altre criticità connesse. Anzitutto la guerra ucraina: Trump ha detto di voler riprendere i negoziati. Né sembra un caso che, nello stesso giorno della firma, l’inviato di Putin Kirill Dmitriev abbia annunciato il prossimo arrivo a Mosca dei mediatori statunitensi.
Sempre ieri, poi, il comunicato di Hamas sull’incontro con l’inviato del Board of Peace Nickolay Mladenov e i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia che si è tenuto al Cairo (il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ieri era al G7…).
Nell’incontro si è parlato dell’ingresso “del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) e delle forze internazionali nell’enclave, nonché della questione delle armi palestinesi, ‘nell’ambito di un approccio logico e accettabile per tutte le parti'”. Secondo il comunicato si è raggiunto un “ampio consenso” su tali questioni.
Di risultati “molto positivi” ha parlato anche un assistente di Mladenov, riferisce Asharq Al-Awsat, che aggiunge il commento di una fonte di Hamas: “Tra i mediatori, Mladenov e l’amministrazione statunitense c’è una forte volontà di raggiungere un’intesa il più rapidamente possibile, per portare stabilità all’intera regione”.
Poco, pochissimo rispetto alla tragedia che ha travolto Gaza, ma va pure considerato che un mese fa, come annota il media arabo, anche solo l’ipotesi di un incontro del genere sembrava improbabile.