Un lungo scroscio di applausi per il re di Giordania Abdallah in visita al Parlamento europeo lo scorso mercoledì, in occasione della sua quinta visita a Strasburgo. Ed è proprio in questo importante consesso internazionale che il sovrano ha ribadito quelli che sono e saranno i capisaldi giordani per una rinnovata stabilità del Medio Oriente.

Una serie di “what if…”

Il sovrano si è rivolto agli eurodeputati con un discorso fatto di pochi e semplici quesiti che disegnano la situazione mediorientale, propedeutici al racconto e alle sue visioni sul Medio Oriente che circonda e assedia il piccolo regno hascemita, non immune dai drammi dell’area pur costituendone uno dei governi più illuminati e “democratici”.

Il primo accento è stato ovviamente posto sulla questione israelo-palestinese: per il sovrano, da tempo, ci si è arresi all’idea di creare due Stati. Per Abdallah questo è un fallimento crescente. Il sovrano si è dunque dichiarato, ancora una volta, strenuo sostenitore della two states solution, come unica via per pacificare l’area perché “se un mondo sicuro non è possibile senza un Medio Oriente stabile, un Medio Oriente non può esistere senza la risoluzione del conflitto israelo-palestinese”. Ma l’attenzione è andata ovviamente anche sulle questioni di strettissima attualità come l’escalation tra Usa e Iran: per Abdallah il dramma legato a queste tensioni non solo è umano ma trascina con sé mercati ed economie in un effetto domino legato a ritorsioni e paure. Una prospettiva interessante che aiuta a guardare alla pacificazione mediorientale anche da un punto di vista economico e commerciale: del resto senza pace, non può esservi prosperità né sviluppo economico. Proprio a questo proposito il figlio del compianto re Hussein ha posto l’accento non solo sul dramma dei rifugiati ma anche su milioni di giovani mediorientali preparati e à la page che guardando al futuro senza poterci vedere nulla. Sulla vicenda irachena Abdallah parla di un Paese in nuce  con grandi aspirazioni e ed enorme potenziale, che ha vissuto sulla sua pelle il terrorismo, l’occupazione militare, la dittatura e le lotte settarie: che senso ha dunque questa pace fragile, così l’ha definita nel suo discorso, se basta così poco a portare nuovamente il paese nel caos? E poi ancora la Siria, ove il re teme fortemente un ritorno dell’Isis: cosa accadrebbe, infatti, lo Stato islamico riprendesse terreno in un luogo ancora dilaniato dal conflitto? Nel breve discorso, anche posto per la Libia, una nuova Siria secondo il sovrano, e per le sfide dell’Arabia, dove la monarchia saudita promette un futuro da record a colpi di benessere e occupazione ma i cui piani tremano ad ogni cenno di instabilità.

La politica estera giordana

Cosmopolita e poliglotta, formatosi in Gran Bretagna, legato da quasi trent’anni ad una donna intelligente, impegnata nel sociale ma soprattutto palestinese (la regina Rania), re Abdallah da 20 anni viene considerato uno dei monarchi più illuminati della regione. Sotto re Abdallah II, la Giordania ha seguito una politica progettata principalmente per salvaguardare l’integrità territoriale, la sovranità, la stabilità e la sicurezza promuovendo legami stretti e amichevoli con le principali potenze mondiali, istituzioni finanziarie internazionali, con i vicini nonché i paesi membri del Gulf cooperation council (Gcc). L’acume diplomatico del re ha contribuito in modo significativo politicamente, economicamente e strategicamente a ottenere il necessario sostegno per la Giordania e consentirgli di affrontare enormi sfide provenienti dai rifugiati palestinesi e siriani. Abdullah ha continuato a seguire molte delle politiche di suo padre. In seguito agli attacchi dell’11 settembre del 2001, ha sostenuto gli sforzi degli Stati Uniti per combattere il terrorismo e, dopo l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, le forze statunitensi sono state autorizzate a mantenere le proprie basi in Giordania. Anche il sostegno a un accordo di pace arabo-israeliano è stata una priorità per Abdallah, che ha continuato a dimostrare il suo impegno nel processo di pace partecipando ai negoziati per una soluzione a due stati, incontrando i leader israeliani e palestinesi e richiamando l’attenzione internazionale sul problema. Ha supervisionato il potenziamento e l’ammodernamento delle forze armate della Giordania per far fronte a una varietà di minacce alla sicurezza esterna, la più grave delle quali derivava dall’ Iraq e dalla guerra civile siriana. A parte una serie di attentati mortali ad Amman nel 2005 che sono stati orchestrati da Al Qaeda in Iraq, la Giordania è riuscita in gran parte a evitare la violenza che ha afflitto i suoi vicini. La principale sfida interna di Abdallah è arrivata con lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011: il numero totale di siriani sfollati che vivono in Giordania alla fine ha raggiunto il record di 1,5 milioni di persone.

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