Lo scorso 30 luglio, il Marocco ha celebrato un’importante ricorrenza: il 20esimo anniversario di regno del suo sovrano, Mohammed VI. “M6”, così come viene informalmente chiamato dalla popolazione locale, è però spesso al centro delle cronache attuali anche a causa delle scelte intraprese durante questi due decenni sul trono, spesso andate in direzione contraria rispetto a quanto fatto da molti “colleghi” dell’area nordafricana e mediorientale.

Un sovrano illuminato?

Nato a Rabat nel 1963, Mohammed è il terzo regnante della dinastia alawita a governare con il titolo di re: in precedenza e fino al termine dei protettorati francese e spagnolo sul Paese, i suoi antenati erano infatti definiti ufficialmente sultani. Figlio di Hassan II e della berbera Latifa Amahzoune, possiede un dottorato in Giurisprudenza ottenuto nel 1993 presso l’Università di Nizza, con una tesi sui rapporti tra il Maghreb e l’allora Comunità Europea. Alla morte del padre, Mohammed non ha fatto mistero di voler imprimere fin da subito una svolta radicale al regno, migliorandone la situazione interna in termini di occupazione, economia e diritti umani, tre sfere che gli anni di Hassan II avevano fatto ben poco per migliorare.

Un grande passo in avanti in questo senso è rappresentato dalla promulgazione, nel 2004, di una nuova versione della Mudawwana, una nuova legge sullo statuto di famiglia nella quale i diritti delle donne vengono sensibilmente migliorati: tra le altre cose, l’età minima per il matrimonio aumenta da 15 a 18 anni, mentre la poligamia, sebbene non illegale, è però resa più difficile, e può essere impedita dalla futura moglie in fase di contratto prematrimoniale, oltre a dover essere autorizzata legalmente da un giudice. Inoltre, grazie alla Mudawwana ripudio e violenza sessuale diventano per la prima volta reati penali. Ma non basta: sempre nello stesso anno, Mohammed instaura una commissione “di equità e riconciliazione”, lo Ier, allo scopo di investigare eventuali crimini commessi dall’élite marocchina nei cosiddetti “Anni di piombo”, un periodo che va all’incirca dagli anni Sessanta agli Ottanta caratterizzato da violente repressioni e restrizioni dei dirotto umani nei confronti della popolazione locale, con tanto di purghe militari e presunte torture ai danni dei dissidenti. Un vero e proprio Stato di polizia il cui artefice fu, in larga parte, proprio Hassan II. Si stima che negli anni, lo Ier sia riuscito a raccogliere circa 20mila testimonianze su quegli anni terribili.

Luci e ombre

Tali mosse, seppur lodevoli, non devono però far pensare che Mohammed VI sia un sovrano senza macchia, a cominciare da una grave falla di trasparenza nel funzionamento dello Ier: pur potendo infatti denunciare liberamente gli abusi subìti, i testimoni non possono fare il nome dei propri carnefici, una limitazione forse motivata dal fatto che ancor oggi molti di loro rivestono cariche significative nell’amministrazione statale. Neppure la Primavera Araba risparmierà il Marocco e il suo re: tra il 2011 e il 2012, sei persone sono rimaste uccise e 128 ferite nel corso di ampie proteste contro gli eccessivi poteri della corona (non aiutano i documenti emersi nel 2010 all’interno dell’affare Wikileaks, che indicano il re come coinvolto in alcuni scandali di corruzione) e contro la dura crisi economica del Paese.

La richiesta di una nuova Costituzione verrà peraltro esaudita, e già nel luglio del 2011 sarà approvata dal 98% dei votanti. Nel testo si stabilisce che il governo venga nominato direttamente dal primo ministro e non più dal re: il primo riceve anche il potere di sciogliere l’esecutivo. Oltre a ciò, la nuova costituzione rende la lingua berbera ufficiale accanto all’arabo, ma conferma il monarca massima autorità dello Stato in materia religiosa e militare. Con queste importanti modifiche, il ruolo di Mohammed VI si è dunque avvicinato maggiormente a quello di figura democratica e super partes, ma fino a un certo punto, come dimostra la richiesta di rimpasto avanzata da quest’ultimo a Saadeddine El Othmani del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Pjd), premier del Marocco dal 2017, in occasione delle celebrazioni per il ventennale del regno. Il re non può più sciogliere il governo, dicevamo: ma può chiedere che ciò venga fatto. E chi potrebbe disobbedirgli?

Oltreconfine, ma non troppo

Il discorso alla nazione dello scorso 30 luglio è stato però importante per altri due motivi: la riaffermazione della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, e una mano tesa ai “nostri fratelli algerini”. Nel primo caso, Mohammed VI non ha fatto altro che ribadire quella che da anni è la sua posizione nei confronti del territorio ex spagnolo, il cui fronte di liberazione, il Fronte Polisario, combatte da più di quarant’anni una guerra di indipendenza contro l’esercito marocchino. Autonomia e nient’altro, questo quanto la monarchia del Marocco è disposta a dare ai “ribelli” del Polisario, i quali dal canto loro chiedono il diritto all’autodeterminazione. L’appoggio all’Algeria è figlio di questo punto: Algeri, da sempre la principale sostenitrice del popolo Sahrawi, vive un rapporto complicato con Rabat, e la frontiera tra i due Stati è stata chiusa e mai più riaperta nel 1994. Le parole di Mohammed hanno probabilmente come obiettivo la riapertura del dialogo soprattutto in funzione pro-autonomista: convincere lo scomodo vicino ad accettare la propria idea per il futuro del Sahara occidentale sarebbe un colpo mortale per il Polisario, e una vittoria diplomatica enorme. Ma, per ora, l’Algeria tace, e non sembra intenzionata a replicare in tempi brevi al monarca marocchino. Un gesto audace ma non definitivo, come fu il rientro nell’Unione Africana avvenuto nel 2017 dopo 33 anni di assenza, o un puro calcolo politico?

Comunque lo si scelga di vedere, Mohammed VI resta un personaggio fuori dal comune per il suo Paese. Le sue riforme, sebbene non decisive, hanno aiutato il Marocco a trovare una via più moderna e meno autocratica, e a imporsi come attore di peso con il quale Oriente e Occidente non possono non fare i conti. Ma la strada per diventare un Paese democratico è ancora lunga: sta a M6 decidere di volerla realmente intraprendere.