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Al gruppo di paesi, guidati da Francia e Stati Uniti, che da anni lottano contro i gruppi terroristici insediati in tutto il Sahel, e dopo la strage di jihadisti che ha costato la vita a 137 persone il 21 marzo scorso nei villaggi del Niger al confine col Mali, si è aggiunta anche l’Italia con una task force militare che partecipa alla missione Takuba sotto comando francese. Nel frattempo oggi è arrivato in Mali il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, un paese di importanza strategica per l’Italia e che gioca un ruolo fondamentale per la stabilità del Sahel.

La regione desertica del Sahel, fragile e profondamente instabile, è costantemente minacciata dalla crescente attività terroristica di gruppi separatisti, milizie e jihadisti con aspirazioni globali e con l’ambizione di creare un vero e proprio stato islamico nella zona. Alle già difficili condizione ambientali, povertà, corruzione e insicurezza, la regione si è contraddistinta negli ultimi anni per una rapida proliferazione di organizzazioni criminali dediti al narcotraffico, sequestro e traffico di esseri umani, dirottamento degli aiuti umanitari, dove opera anche il gruppo separatista Polisario che controlla i campi di Tindouf in Algeria.   A novembre ha fatto molto discutere un video in cui Khatri Alouh, uno dei più importanti esponenti del Fronte Polisario, incitava la folla radunata a un suo comizio a farsi esplodere contro obiettivi civili in Marocco. Toni e frasi molto simili alla retorica usata dai jihadisti. Del resto uno dei più pericolosi terroristi dell’area del Sahel, ossia Adnan Abu Walid al-Sahrawi, membro del gruppo paramilitare Polisario e leader dell’organizzazione terroristica dello Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS), è nato a Tindouf, sede dei più importanti campi profughi algerini del Saharawi dove a dettare legge è proprio il Fronte Polisario. Sulla sua testa pende una taglia da 5 Milioni di Dollari dal Dipartimento di Stato americano e tutte le ultime segnalazioni dai paesi europei hanno evidenziato il crescente pericolo della proliferazione jihadista in questi campi.

L’attentato sventato dopo la segnalazione di Rabat

In ordine di tempo, l’ultimo allarme è stato quello dello scorso primo aprile. Così come sottolineato dalla stampa marocchina, il Dsgt, ossia il servizio di sicurezza interno, ha lanciato una segnalazione urgente all’intelligence francese. Una cittadina originaria del Maroccom ma avente anche la nazionalità transalpina, sarebbe stata in procinto di compiere un attentato in Francia. In particolare, secondo quanto scoperto dagli agenti del Dsgt, la donna in questione aveva pianificato un attacco contro un luogo di culto di una non meglio specificata città francese. Un allarme reale, tanto da spingere gli uomini del servizio di sicurezza di Rabat ad inviare verso Parigi sia i dati personali della sospettata che quelli riguardanti il piano di attacco. A confermarlo sono state fonti interne al Dsgt, le quali hanno specificato come già da diversi mesi avevano puntato i fari sulle attività della donna.

Il pericolo, stando poi a quanto attuato dalla polizia francese, era concreto. Dopo l’informativa giunta il primo aprile ai servizi di sicurezza d’oltralpe, le autorità di Parigi hanno effettuato diversi arresti nell’ambito di un’operazione anti terrorismo. Oltre alla principale indiziata, nel mirino dell’intelligence francese sono finite decine di sospetti terroristi. Il piano, secondo sia quanto trapelato da Rabat che dalla capitale francese, prevedeva un’azione suicida dentro una chiesa. Ma non solo: la donna, armata di spada, prima di farsi esplodere voleva colpire i fedeli presenti dentro il luogo di culto scelto come bersaglio. Un’operazione che sarebbe andata in porto anche grazie al supporto di una rete jihadista individuata e neutralizzata sul suolo francese: “La condivisione di queste informazioni con i servizi francesi – si legge in una nota del Dsgt – fa parte dell’adesione del Marocco ai meccanismi di cooperazione internazionale per combattere le organizzazioni terroristiche”. E sempre grazie ai servizi segreti di Rabat nel gennaio scorso l’FBI ha arrestato il soldato americano noto con il nome di “Col Bridges” e accusato di coinvolgimento nella pianificazione di atti terroristici al memoriale dell’11 settembre a Manhattan di New York e per i suoi legami con Daesh.

Il Marocco invita l’Algeria al dialogo sul Sahara

Sebbene vi sia difficoltà circa l’entità stessa dei diversi gruppi jihadisti che operano nei campi e l’impossibilità per gli osservatori internazionali di entrare in contatto con la popolazione sahrawi rinchiusa a Tindouf, lì da più di 40 anni, l’altissimo tasso di povertà, la privazione della libertà e dei diritti fondamentali, la crescente disperazione e l’utopia di un sogno/fantasma trasforma questi campi in un fertile terreno per la radicalizzazione e il reclutamento dei giovani tra le file del polisario. L’installazione di questi gruppi jihadisti dove si annidano diverse cellule terroristiche sono una reale minaccia, come confermano i rapporti degli osservatori internazionali, non solo a livello locale ma per tutta l’area nord africana e sud europea.

Dall’altro canto il Marocco, unico paese stabile in una regione martoriata da rivolte e guerre civili, ha lanciato da diversi anni una strategia integrata per la lotta globale al terrorismo regionale/internazionale, che tiene conto dei i fattori che portano alla radicalizzazione e al terrorismo. Una strategia nazionale basata su tre pilastri: un approccio alla sicurezza preventivo e anticipatore; l’istituzione di diversi progetti di sviluppo nazionale e la ristrutturazione del campo religioso. Quindi prevenzione e sviluppo economico e sociale è la formula marocchina, che ha esteso in tutto il territorio nazionale, incluso il Sahara occidentale dove il Re ha lanciato un Piano di sviluppo da 8 miliardi di dollari. Il governo sta provando a dare seguito alla svolta di dicembre, quando l’allora presidente Usa Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente la sovranità del Marocco nel Sahara. Un atto che ha rilanciato ulteriormente la proposta di Rabat sull’autonomia da riconoscere alla regione, rivendicata dal Fronte Polisario già dai primi anni successivi all’abbandono della Spagna avvenuto nel 1974 durante le fasi della decolonizzazione.

Negli ultimi giorni dalla capitale marocchina sono giunti appelli di dialogo con l’Algeria, Paese che ospita molti campi profughi Saharawi e dentro cui opera il Polisario, più volte sostenuto dalle autorità locali: “Una soluzione si troverà quando le due parti (Algeria e Marocco) si siederanno attorno al tavolo per concordare – ha dichiarato, come riportato su LaPresse, il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita – Attraverso tutto quello che dice e fa, la sua mobilitazione e le sue posizioni, l’Algeria mostra di essere una vera controparte”. Da qui l’invito a collaborare: “Il Marocco – ha aggiunto Bourita – è d’accordo che la soluzione possa essere solo marocchino-algerina. Non è il momento delle manovre. Ora è il momento di agire seriamente se la stabilità della regione interessa l’Algeria tanto quanto il Marocco”.