Mai come quest’anno forse gli abitanti di Lampedusa hanno sperato nel cattivo tempo. Quando a settembre il mare inizia a non essere del tutto calmo, quando anche dal centro abitato è possibile sentire il rumore delle onde che si infrangono lungo le rocce, i lampedusani di solito iniziano a intravedere la fine della stagione turistica e l’inizio dello svuotamento di alberghi e centri vacanze. In questo 2020 invece, il mare mosso ha in primo luogo avuto il significato per gli abitanti dell’isola dello stop all’emergenza immigrazione. Più il vento sferza il canale di Sicilia, più è possibile ipotizzare una repentina diminuzione del flusso migratorio e del numero di barconi che approdano da queste parti. Quasi un sospiro di sollievo, dopo mesi in cui i lampedusani hanno dovuto convivere con due emergenze: da un lato quella sanitaria, che ha anche inciso sulle sorti economiche di una stagione turistica iniziata in ritardo, dall’altro per l’appunto quella legata al sovraffollamento del locale hotspot e a tutte le tensioni che sono derivate dall’alto numero di sbarchi.

Di Maio si prende i meriti

In questa prima decade di settembre è andata esattamente così: il mare lampedusano ha iniziato ad agitarsi, i “cavadduna” (come vengono chiamate qui le onde più alte) si sono fatti strada sia lungo le spiagge sabbiose che tra i tratti di costa frastagliati che scendono verso le “cale”. E di migranti se ne sono visti sempre meno. Per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio però, il merito è tutto del governo e non della natura. Secondo l’ex leader politico dei grillini, se Lampedusa ha avuto una tregua sul fronte migratorio non è frutto del naturale evolversi delle stagioni e di un canale di Sicilia imbizzarrito e non in grado di garantire le traversate: “È stata un’estate nella quale ci siamo occupati di immigrazione ed è da qualche giorno che abbiamo zero partenze dalla Tunisia – ha dichiarato il ministro ai microfoni di Rtl 102.5 – È ancora lontana dal risolversi la situazione perché lì c’è una crisi economica che ha portato molte persone a partire verso le coste italiane, ma l’interlocuzione con la Tunisia ha portato risultati importanti”.

Dunque non il mare, ma una per giunta tardiva azione del governo avrebbe permesso un ridimensionamento del numero di barconi partiti dall’altra parte del Mediterraneo. Di Maio ha esultato per il drastico calo negli arrivi, che comunque non si sono affatto azzerati visto che durante la prima settimana di settembre il Viminale ha registrato 652 persone sbarcate, ma le sue parole sono arrivate in un momento in cui è fisiologico assistere ad una diminuzione delle partenze di barconi e gommoni. Tra sabato e domenica la Sicilia ha visto la comparsa delle prime piogge, già qualche giorno prima il mare risultava mosso e non praticabile specialmente per le piccole imbarcazioni. Una circostanza che ha permesso alle autorità stanziate a Lampedusa di organizzare trasferimenti di migranti e di allentare la pressione sull’isola, dopo intense settimane dove la situazione ha rischiato definitivamente di esplodere. Il governo ha iniziato a muoversi invece soltanto ad agosto, quando già più di seimila tunisini erano approdati tra Lampedusa e la Sicilia e l’emergenza immigrazione si era sovrapposta a quella sanitaria. La mossa a cui Di Maio ha attribuito il calo delle partenze dalla Tunisia è quella dello scorso 17 agosto, quando assieme al ministro Lamorgese il titolare della Farnesina si è recato nella capitale tunisina per i colloqui con il presidente Kais Saied. In realtà, al netto di tardivi colloqui iniziati dopo ferragosto, gran parte del merito dell’attuale attenuazione dei flussi migratori è da attribuire al vento e alle onde che stanno donando ai lampedusani un po’ di quiete dopo un’estate rovente.

La situazione in Tunisia

Che qualche novità dal Paese nordafricano si è registrata negli ultimi giorni è anche vero, tuttavia è ancora presto per giudicarne la portata e poter valutare in che modo in questo istante possa aver inciso l’azione del governo italiano. In Tunisia da qualche giorno è in carica un nuovo esecutivo, a guidarlo è Hichem Mechichi, un tecnico ex ministro dell’Interno al timone di una compagine governativa interamente tecnica. Mechichi ha sostituito Elyes Fakhfakh, la cui maggioranza è stata divorata dalle beghe interne ai vari partiti ed è stato scelto direttamente dal capo dello Stato. Un governo del presidente, il quale ha voluto il superamento della crisi politica scavalcando veti incrociati e polemiche delle varie formazioni presenti in parlamento. Mechichi ha già incontrato sia Di Maio che la Lamorgese quando era ancora premier incaricato. Il fatto di essere stato ministro dell’Interno fa di lui un uomo legato al dossier immigrazione e che ben ha potuto conoscere nei mesi precedenti le varie dinamiche relative ai flussi migratori. Un buon punto di partenza per l’Italia, ma non certo di arrivo. Il presidente Saied ha promesso un impegno importante del suo Paese per appianare la piaga dell’immigrazione, al tempo stesso però ha più volte richiamato l’Italia ai suoi di impegni, ossia a versare i soldi promessi per rafforzare cooperazione sull’economia e sulla sicurezza. Fondi che, come ha dichiarato Di Maio nella sua ultima intervista, al momento sono stati in parte sospesi “in attesa di segnali da parte tunisina”. L’interlocuzione dunque c’è, ma è ancora tutto in divenire e non mancano problemi. Nel frattempo a fare il lavoro più importante sul dossier immigrazione ci sta pensando il mare di settembre.

Il nodo legato ai rimpatri

C’è poi un’altra questione non secondaria ed è quella sul ritorno in Tunisia di chi sbarca in Italia. Di Maio ha assicurato sul fatto che i tunisini che approdano nel nostro Paese saranno rispediti indietro: “Si tratta di un Paese sicuro e non in guerra”, ha spiegato il titolare della Farnesina. Il problema è capire come e quando verranno rimpatriati. C’è un accordo tra Roma e Tunisi risalente al 1998 e rinnovato più volte, nell’ultima modifica sono previsti voli per riportare indietro almeno 40 tunisini a settimana. E non sempre, come ha fatto notare lo scorso anno il deputato tunisino Oussama Sghaier, gli aerei arrivano a Tunisi con tutti i posti occupati. Anche su questo tra il nostro Paese e quello nordafricano si sta cercando di trattare, ma occorrerà ancora tempo prima di arrivare ai dettagli risolutivi.

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