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Vedere militari che avanzano su Bamako e che prendono i centri del potere non è certo un’immagine rassicurante. Il colpo di Stato nel Mali è arrivato in un momento molto delicato sia per il Paese africano che per l’intera regione del Sahel. Dal 2012 il territorio maliano è alle prese con una guerra civile latente, che soprattutto al nord ha il marchio funesto della lotta dei gruppi jihadisti mai del tutto sconfitti nonostante la presenza di numerose truppe internazionali, a partire dal contingente francese. Le regioni settentrionali del Mali fungono da epicentro dell’instabilità del Sahel: da qui si dipana la guerriglia islamista che negli anni ha coinvolto e continua a coinvolgere i Paesi vicini, dal Niger al Burkina Faso. C’è poi l’aspetto che riguarda la condizione generale del Mali: corruzione, povertà, mancanza di prospettive, malesseri che da mesi stanno facendo scendere in strada migliaia di persone per protestare. Il colpo di Stato quindi rischia di diventare un detonatore in grado di far esplodere la polveriera sub sahariana.

Lo zampino della Turchia

Se di per sé il golpe non è una bella notizia, è ancora meno confortante sapere che a diverse ore dall’avanzata dei militari che hanno tratto in arresto il presidente Ibrahim Boubacar Keita sta prendendo sempre più piede l’ipotesi del coinvolgimento della Turchia. Diverse fonti diplomatiche hanno confermato che i reparti dell’esercito maliano che hanno mandato avanti il colpo di Stato hanno ricevuto appoggio da parte del governo di Ankara. Erdogan è deciso a estendere la propria influenza nella regione: dopo essere diventato il principale sponsor del governo libico guidato di Fayez Al Sarraj, adesso vorrebbe mettere le mani in una zona in cui ha fiutato la possibilità di intervento. Il Mali ben si presta infatti alle mire del “sultano”: Paese instabile, strategico nel cosiddetto “G5” del Sahel, ricco di risorse minerarie ma soprattutto territorio dove l’Islam politico finanziato negli anni da Ankara potrebbe consolidarsi.

Basti pensare, a tal proposito, che le proteste scattate in primavera sono state aizzate soprattutto da un imam: si tratta di Mahmoud Dicko. Quest’ultimo è un volto sempre più popolare, visto come argine contro la corruzione, ascoltato dai cittadini e ritenuto da buona parte dell’opinione pubblica come un vero e proprio punto di riferimento morale. Dicko è a capo del Consiglio Islamico del Mali, organo molto importante in un Paese in cui il 95% delle persone professa la religione islamica. La sua visione della società è molto conservatrice, tanto che nel 2009 si è opposto ad una legge che garantiva maggiori diritti e libertà alle donne. Al tempo stesso però, Dicko non ha mai negato il carattere secolare della Repubblica del Mali, ponendosi sotto questo fronte agli antipodi rispetto ai gruppi jihadisti operanti nel nord. Non è detto che sia questo imam l’uomo del collegamento tra Bamako e Ankara, anche perché si è formato in Arabia Saudita ed ha una forte spinta wahabita nella sua ideologia. Ma la sua popolarità tra i maliani fa ben comprendere come la Turchia può avere in futuro gioco facile nell’agitare motivazioni di natura islamista per affermarsi come potenza influente nella popolazione.

Come si è arrivati al colpo di Stato

A meno di clamorosi colpi di scena, da non escludere quando di mezzo ci sono scenari che coinvolgono Paesi africani, l’era del presidente Keita è durata sette anni. Eletto a furor di popolo nel 2013, all’indomani di un altro golpe, l’oramai ex capo dello Stato era stato visto come l’uomo giusto per traghettare il Mali fuori dalla crisi politica, economica e militare in cui era caduto a partire dall’anno precedente. Nel 2012 infatti, la rivolta tuareg nel nord che aveva portato alla proclamazione di indipendenza dell’Azawad, ha indebolito le già fragili istituzioni statali. I gruppi jihadisti hanno quindi avuto gioco facile nell’imporre dei propri califfati nel cuore del Sahel. L’intervento francese ha parzialmente fatto indietreggiare gli integralisti, i quali però hanno continuato con la guerriglia e gli attentati. Nel frattempo Keita non ha avuto gioco semplice nel rilanciare l’economia e nella lotta contro l’atavica corruzione. Rieletto nel 2018, su di lui si sono addensate le critiche di una crescente opposizione che ha anche denunciato brogli nella tornata elettorale per il parlamento tenuta nella scorsa primavera.

Da allora il Mali è scivolato sempre più nel caos: manifestazioni in tutte le più grandi città, disordini e scontri hanno caratterizzato lo scenario degli ultimi mesi. L’esercito evidentemente ha deciso di agire quando il potere di Keita è apparso molto più debole, con la figura del presidente oramai impopolare tanto da non far pensare ad una popolazione pronta a scendere in piazza contro un eventuale golpe. Keita si è dimesso, ha sciolto governo e parlamento, molti suoi ministri sono stati arrestati e l’esercito sta provando a riorganizzare la situazione tramite l’istituzione di un comitato nazionale.

Gli scenari futuri

Difficile però dire come evolverà la situazione. I militari si sono mossi anche perché insofferenti per via di stipendi non sempre pagati in modo puntuale e per una guerriglia che nel nord del Paese sta logorando molti reparti dell’esercito. Non è detto però che tutti, tra i vertici militari, hanno appoggiato il golpe. Lo zampino turco non è ben visto da molti e si ha notizia di frange rimaste fedeli a Keita. Il rischio che la guerra civile riprenda di intensità e coinvolga anche la stessa Bamako è ora molto forte. Anche perché nel frattempo il coinvolgimento di Ankara non è stato preso con entusiasmo dall’Eliseo, con la Francia che non accetterà di buon grado di vedere un Mali vicino alla Turchia. Tra equilibri interni tutti da verificare e tra possibili interessi divergenti tra i vari attori internazionali presenti nel Paese, spaccature e conflitti potrebbero generare ulteriore instabilità.

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