La Siria, quel ritaglio di terra del Medio Oriente che è considerata parte importantissima della cosiddetta “Mezzaluna fertile“, nel passato più remoto come nel più recente, non è mai appartenuta esclusivamente ai siriani. Fu dei turchi, durante l’Impero ottomano, e poi dei francesi, che di concerto con gli inglesi, nel 1918 vi imposero il loro dominio senza dovervi apporre l’appellativo di vera e propria “colonia”. Una zona d’influenza, più che altro, che reggerà fino alla rivoluzione del partito Baath, sgradita agli Stati Uniti per la sua vicinanza con l’Urss. Gli stessi Stati Uniti che adesso, con le loro politiche ambigue, proseguono il lungo “ballo” attorno a quella che è sempre stata l’attrattiva principale della Mezzaluna: il petrolio.
Il ritorno alle armi
La recente crisi turco-siriana ha riportato l’attenzione internazionale su quell’angolo di mondo – che è entrato nelle mire del Sultano Recep Tayyip Erdogan – e che ancora una volta sembra aver richiamato Washington a fare la “propria parte” in una lunga e travagliata crisi che ha intrecciato primavere arabe, terrorismo islamico, e geopolitica. Al centro di tutto però, come sovente in questi casi, resta il destino dell’oro nero che è custodito da quelle terre – quale pregiato e onnipresente combustibile per gli interessi internazionali che hanno fatto ritrattare gli Stati Uniti riguardo la ferma scelta dell’amministrazione Trump di abbandonare la Siria: per terminare una di quelle che è stata da lui stesso definita una “stupida guerra senza fine”. Gli Stati Uniti, attraverso al voce dello stesso presidente, hanno affermato che avrebbero “impedito” in ogni modo che i campi petroliferi siriani cadessero “nelle mani dell’Iran”; ma nemmeno a quello che secondo qualsiasi neofita apparire come il “sovrano” di quella risorsa naturale: il legittimo, quanto mal sopportato, governo siriano presieduto da Bashar al Assad, erede Hafez al Assad, il più longevo leader siriano nonché tra i principali fautori del colpo di Stato che porto il partito Baath a controllare il Paese. Ora dopo l’operazione militare turca per istituire la “zona cuscinetto” nel nord del Paese, e la mediazione diplomatica messa a segno da Mosca, che ha letteralmente scalzato gli Stati Uniti da registi della politica internazionale nella regione, la domanda è: “Quale destino per petrolio siriano?”. Perché due milioni e mezzo di barili di greggio e i grandi giacimenti attendono nel nord dell’Eufrate. E tutti sembrano interessati ad averne il controllo.
L’oro nero della Siria
I giacimenti petroliferi della Siria sono sempre stati una risorsa “redditizia” per chiunque ne abbia ottenuto il controllo. Francesi, Baath, jihadisti, ribelli antigovernativi. Concentrati principalmente nell’est e nel nord del Paese, rispettivamente province di Hassakeh e Deir Ezzor, dove la Siria confina con l’Iraq, e dove i curdi vorrebbero stabilire uno grande Kurdistan, prima della guerra la Siria producevano una media 387mila barili di petrolio al giorno; dei quali 140mila venivano esportati. Secondo le stime del 2008, il numero dei barili era addirittura superiore: 406mila barili al giorno. Nel 2011, tuttavia, la produzione è crollata. Parte del greggio è sempre rimasta sotto il controllo delle Forze democratiche Siriane, anche grazie alla presenza di truppe statunitensi. Un altra parte, invece, era finita sotto il controllo dello Stato islamico, che secondo una stima del Dipartimento del Tesoro, avrebbe guadagnato dalla produzione e l’esportazione almeno 50 milioni di dollari all’anno (2015). Quando i jihadisti controllavano gran parte del Paese, e il prezzo del petrolio era stimato a circa $ 100 al barile, tale “prodotto” veniva venduto o all’estero allo stato grezzo, o raffinato in siti improvvisati e venduto localmente. Attualmente, il settore petrolifero e quello del gas contribuiscono in modo determinante alle entrate del governo siriano, ma secondo le stime della British Petroleum Statistical Review of World Energy, nel 2018 la produzione sarebbe di soli 24mila barili annui: una riduzione di oltre il 90%. Un tesoro per il quale sembra comunque valga “combattere” in punta di accordi e diplomazia.
Le mire degli Stati Uniti
“La cosa importante sono i campi petroliferi” hanno sempre sostenuto gli americani. “Credo che siamo sull’orlo di una joint venture tra noi e le forze democratiche siriane, che hanno contribuito a distruggere l’Isis e a mantenerli, a modernizzare i giacimenti petroliferi e assicurarsi che ottengano le entrate, non gli iraniani, non Assad”, asseriva senza giri di parole il senatore repubblicano Lindsay Graham. E questo pensiero non è discordante dalla linea sostenuta dall’amministrazione Trump; che era stata criticata aspramente per il modo in cui ha gestito l’offensiva turca, ma che ha incassato il benestare bipartisan nel “passo indietro” riguardante il mantenimento di 500 uomini delle forze speciali nella Siria settentrionale in ausilio alle forze curde (principali beneficiari della produzione). Un contingente al quale è stato assegnato il compito speciale di “sorvegliare” alcuni pozzi petroliferi affinché non ricadano nelle mani dello Stato Islamico; ma non solo. Ad affermarlo è stato il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper , che ha spiegato come i soldati americani resteranno nelle posizioni che occupano per “difendersi non solo dai combattenti dello Stato islamico, ma anche dalle forze governative russe e siriane”. Gli americani temono che l’oro nero della Siria possa finire al centro di un commercio con l‘Iran. Nemico numero uno degli Stati Uniti, quando si combatteva l’ormai affievolita “guerra delle petroliere” nel Golfo.
Il presidente Donald Trump, già autore di una sequenza di “cinguettii ambigui” su Twitter, ha dichiarato di aspettarsi di trarre “beneficio per milioni di dollari al mese dalle entrate petrolifere della Siria” mentre le truppe statunitensi rimangono nel paese. Il presidente siriano Bashar al Assad invece non ha potuto che controbattere asserendo che gli Stati Uniti di stanno “rubando petrolio” al suo paese. La Russia, da sempre alleata del leader siriano, non ha avuto remore nel definire l’operato degli americani come “banditismo internazionale“.
L’approccio di Mosca alla questione
Per parte sua Mosca, che è intervenuta a sorpresa nella mediazione con Ankara nella crisi turco-siriana, rilevando le posizione degli americana a ridosso della zona cuscinetto e ponendosi da garante nella regione, sostiene la linea dell’alleato Assad. Le forze russe stanno infatti cercando di supportare il governo siriano nel tentativo di riguadagnare il controllo della produzione di petrolio e sui giacimenti che dovrebbero “appartenere” alla Siria. Russia e Siria hanno firmato un accordo di cooperazione energetica nel 2018, il quale conferisce al Cremlino i diritti esclusivi per la ricostruzione del settore siriano del petrolio e del gas. Qualcosa che non coincide in nessun modo con le aspettative di Trump.
La scomoda posizione di Damasco
Il governo siriano presieduto da Assad ha perso il controllo della maggior parte dei giacimenti petroliferi, che sono finito nel corso della guerra civile che ha spaccato il Paese sotto il colpo dei gruppi di opposizione siriani – appoggiati dagli Stati Uniti – e per un lasso di tempo sotto lo Stato islamico, poi sconfitto dagli oppositori siriani, insieme ai combattenti curdi, alla coalizione interanzionale e alla forze armate russe. Nel 2014 l’Isis si era impossessato della maggior parte dei giacimenti nella Siria orientale, compreso al-Omar, nella provincia di Deir al-Zour. Quando l’offensiva dei peshmerga curdi e delle forze democratiche siriane ha segnato la sconfitta dei jihadisti, i giacimenti sono tornati senza quello che potrebbe essere considerato un legittimo “padrone”, poiché né gli oppositori politici di Assad né i curi siriani sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un’entità che possono amministrare i giacimenti – nonostante continuino a beneficiare dei proventi con il tacito accordo con gli Stati Uniti.
Secondo quanto asserito dall’assistente alla Difesa Jonathan Hoffman: “Le entrate provenienti dai giacimenti petroliferi non andranno agli Stati Uniti; ma andranno alle alla Forze democratiche siriane”. In base a quanto riportato da una fonte della Bbc presso il Middle East Institute: “Le forze democratiche siriane e le tribù alleate nella Siria orientale hanno attualmente il controllo di circa il 70% delle risorse petrolifere nazionali siriane e di un certo numero di preziose strutture per il gas”. Tali giacimenti petroliferi e le infrastrutture che vi sorgono sopra, pur segnate da anni di bombardamenti della Coalizione e dai sabotaggi dell’Isis in ritirata, rimangono comunque un’importante obiettivo per Assad, che però può contare soltanto sull’ausilio del presidente russo Vladimir Putin per riottenere il controllo su di esse. Gli oppositori non sono per altro l’unico problema di Damasco in campo energetico. Un secondo problema è rappresentato infatti delle sanzioni imposte all’Iran, principale fornitore di petrolio in assenza dell’accesso al “proprio”: risorsa sulla quale Assad è alla disperata ricerca di mettere le mani.
Ecco come il petrolio siriano rimane in bilico tra le scelte di potenze terze. Ognuna con i suoi interessi, con le sua ambizione e influenza, e la ferma intenzione di far valere la propria posizione in merito alla crisi di un paese eretto su una grande risorsa naturale, che giace ad un paio di chilometri di profondità del terreno di quella Mezzaluna fertile, e che da secoli è al centro degli interessi delle maggiori potenze del pianeta.