Era partito, da presidente, convocando come un sovrano a Versailles il parlamento in seduta comune; forzando alle dimissioni il capo di Stato Maggiore Pierre de Villers; ricevendo alla festa del 14 luglio Donald Trump con una parata militare con pochi precedenti nella recente storia francese; promuovendo l’idea di aver raccolto da Angela Merkel il testimone di leader di punta dell’Europa. Ma dopo quattro anni di potere, dopo un anno e mezzo di pandemia e a meno di dodici mesi dalle presidenziali Emmanuel Macron si trova in una durissima crisi di legittimità politica. Che rischia di investire non solo la sua figura, ma anche quella dell’intero apparato dell’Eliseo e della presidenza della Repubblica così come è stata plasmata negli Anni Sessanta dal generale Charles de Gaulle e dal genio legislativo di Michel Débre.

La caduta di “Giove”

Con la scrittura della costituzione della Quinta Repubblica dopo il ritorno al potere del Generale nel 1958 il legista Debré puntò a far coesistere in un unico corpus giuridico l’eredità delle grandi tradizioni politiche della Francia: da un lato, il principio giacobino centralista fondato sull’irradiamento del potere pubblico in tutto il Paese. Dall’altro, il principio monarchico, sostanziato nell’autorità sovrana di un presidente “gioviano” nelle sue prerogative e nel suo rapporto con gli altri apparati. Fuori dal tempo e dalla storia per la sua capacità di governare praticamente per decreto, di delegare al presidente del Consiglio e ai ministri l’ordinaria amministrazione e concentrarsi sulla grande strategia, sui massimi sistemi, sull’orientamento di lungo periodo della Repubblica.

Cucita su misura per le spalle larghe del Generale, sostenuta in maniera sostanzialmente positiva da alcuni suoi successori (Pompidou, Giscard d’Estaing, Mitterrand), l’autorità del “monarca repubblicano” è stata sempre legata alla solennità della figura del presidente, ieratica e posta in maniera talmente apicale nel pantheon politico francese da fare storia a sé. Jacques Chirac, ex sindaco “mondano” di Parigi, avviò un processo di normalizzazione dell’immagine presidenziale senza però tradirne le prerogative, come testimoniato dal punto tenuto con decisione per l’autonomia strategica di Parigi durante il periodo dell’invasione dell’Iraq.

Nicolas Sarkozy e François Hollande, con le loro uscite improvvide, le gaffe e l’incapacità di far fronte a un periodo caratterizzato da crisi sistemiche (Grande Recessione, terrorismo, turbolenze nell’Europa e via dicendo) hanno iniziato a danneggiare l’inviolabilità della figura presidenziale. De-sacralizzata e messa in discussione specie nei momenti di massima tensione, in cui il potenziale unificante e la capacità di richiamo all’unità nazionale del Presidente, garante della continuità della France eternelle prima ancora che della sua attuale incarnazione istituzionale, è venuto meno.

Macron, asceso sull’onda della liquefazione dei partiti tradizionali e del successo travolgente contro Marine Le Pen, ha provato in un primo momento a richiamare la forma “gioviana” del potere sfruttando le praterie aperte dalla politica francese, dai media condiscendenti e da un mondo economico che lo vedeva come uomo di rottura col passato. Salvo accorgersi sulla sua pelle di aver giocato col fuoco. Di aver ritenuto che fosse l’autorevolezza della carica a far discendere, automaticamente, l’autorevolezza su chi la ricopriva. Arma a doppio taglio quando si parla dell’incarico probabilmente più autonomo da vincoli e contropoteri delle democrazie occidentali.

Tutti gli schiaffi subiti da Macron

Il presidente francese ha provato a giocare la carta del decisionismo, a tenere il punto sulle sue proposte più radicali e in grado di definirne l’agenda. Ma le proteste esplose in seguito alla riforma del mercato del lavoro o all’introduzione dell’ecotassa sui carburanti, fonte dello scoppio del moto dei Gilet Gialli, hanno costretto Macron, spaventato dalla piazza, a recedere.

Autodefinito centrista, vagamente liberale nelle dichiarazioni, europeista convinto a parole, Macron ha dovuto scontrarsi con la difficoltà di presentare con chiarezza al di fuori dal contesto mediatico la sua figura politica di “uomo nuovo”. Negli anni ha rincorso dapprima la sinistra liberale ed europeista, poi gli ecologisti e infine provato a rispolverare la retorica repubblicana degli epigoni del Generale. Partendo con l’obiettivo di essere il presidente di tutti e finendo per rischiare di non essere quello di nessuno.

Percepito come troppo elitista dalla Francia profonda, Macron non è riuscito a sanare la profonda disuguaglianza tra centro e periferia che anima il Paese. Ad essere, cioè, leader di unità nazionale. I critici più feroci del presidente sottolineano l’incoerenza tra le torrenziali dichiarazioni e le interviste-fiume concesse a grandi testate e riviste internazionali da Macron sui temi più disparati, dalla geopolitica al futuro dell’Europa passando per innovazione e ambiente (non prive di spunti interessanti) e il sostanziale distacco dal cuore profondo del popolo francese.

Metafora di questa distanza è stato lo schiaffo subito dal presidente a giugno nella regione di Drome, nella Francia sud-orientale da parte di un manifestante. Atto di “lesa maestà” arrivato al culmine di una fase complessa, segnata dalla volontà di Macron di ispirare fiducia ai francesi impostando una roadmap di riaperture dopo la fase più dura della pandemia che ha acuito il senso di distacco di Macron dalla popolazione, in un profondo dualismo con l’ex premier Edouard Philippe percepito come più empatico e vicino al popolo. 

A Macron, ultimamente, sembra essere tornato addosso, con gli interessi, il senso di sicurezza ostentato nei primi mesi del suo mandato. Sotterrato, negli ultimi tempi, da una serie di problematiche politiche e d’immagine. Dalla perdita della maggioranza assoluta dei seggi da parte di “En Marche!” all’Assemblea Nazionale alla recente rotta politica alle regionali, problemi che mettono a repentaglio le prospettive di rielezione del presidente nel 2022. A cui si sono aggiunti una serie di episodi legati a contestazioni e attacchi personali che hanno messo in difficoltà il Presidente. Quando Macron ha fatto visita a Lourdes, ad esempio, è stato emblematico il fatto che i media francesi abbiano dato più spazio alle contestazioni e alle critiche a Macron, entrato in un braccio di ferro con la curia francese, piuttosto che alla più unica che rara occasione, che ha portato il presidente dell’iper-laicista Republique in uno dei santuari cattolici più importanti al mondo.

O, ancora, di recente Macron ha compiuto il suo primo viaggio nei territori d’oltremare della Polinesia, lontani oltre 15 mila chilometri da Parigi ma parte della Francia dal 1840 e garanti della natura di potenza oceanica propria di Parigi e ha dovuto ritrovarsi nuovamente sotto assedio. Colpito dal fardello delle rivendicazioni dei discendenti degli abitanti contagiati dai test nucleari effettuati dalla Francia nel Pacifico. “«Ma’ ohi Lives Matter, le vite dei polinesiani contano, c’era scritto sugli striscioni delle migliaia di persone che hanno manifestato per ottenere le scuse dello Stato francese, 47 anni dopo l’esperimento forse più catastrofico, quello del 17 luglio 1974”, ha scritto il Corriere della Sera.

“Quel giorno il test Centauro fece esplodere una bomba nucleare nel cielo di Mururoa: il fungo atomico non salì a 8000 metri come era previsto ma si fermò a 5200, e la nube radioattiva invece di disperdersi nel Pacifico venne portata dai venti sopra l’isola di Tahiti”. Macron nel 1974 non era ancora nato, ma ha dovuto subire un nuovo smacco d’immagine a pochi giorni di distanza dal dietrofront sul Green passper il cui ridimensionamento più dell’opposizione della piazza ha pesato la censura di un contropotere, il Consiglio di Stato, che ha rimaneggiato diverse parti della sua proposta.

Macron è sotto assedio e tendenzialmente alla deriva sotto il profilo politico. I suoi anni di governo sono stati associati alla definitiva de-sacralizzazione del potere repubblicano del Presidente della Repubblica che, dopo le elezioni del 2022, potrebbe ripercuotersi sul suo secondo mandato, ad oggi sempre più improbabile, o su un suo eventuale successore. Con il rischio di trovarsi nella paradossale situazione che vedrebbe la Francia dotata di un sistema tanto verticistico quanto azzoppato, per il profondo e spesso eccessivamente organico legame che vincola il peso della carica al valore politico dell’uomo che la detiene. Curioso ribaltamento del motto di Giulio Andreotti: in Francia, da quasi quindici anni, il potere logora chi ce l’ha. E, anzi, verrebbe da dire che detentori non all’altezza di una serie di predecessori avviata dal Generale De Gaulle stanno finendo per logorare il simbolo stesso del potere transalpino.