“Disinformazione russa”. Così erano state bollate dalla gran parte dei media, nell’ottobre 2020, in piena campagna elettorale presidenziale statunitense, le rivelazioni del New York Post  circa i torbidi affari di Hunter Biden, figlio del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, e la compagnia ucraina Burisma, oltre che con il Partito comunista cinese. Il quotidiano conservatore affermava di essere entrato in possesso delle e-mail e materiale fotografico contenuto nel laptop appartenente al figlio del Presidente e abbandonato in un negozio del Delaware. Joe Biden – al tempo vicepresidente – avrebbe inoltre ospitato Hunter e il suo partner d’affari Jeff Cooper sull’Air Force 2 a Città del Messico nel 2016, dove Hunter ha organizzato un incontro con il figlio di Alemán per discutere di un “gigantesco affare”. A tutto questo si aggiungevano gli sms pubblicati da Fox News che includevano uno scambio tra Tony Bobulinski – socio di Hunter Biden – e che provavano l’interessamento del padre negli affari del figlio.

Il libro che smaschera Hunter Biden

Nonostante le prove e i documenti pubblicarti, la maggior parte dei media ha bollato questo rivelazioni come “fake news” e “disinformazione russa”. “La storia di Hunter Biden è disinformazione russa, dicono dozzine di ex funzionari dell’intelligence”, sosteneva Politico il 19 ottobre, appena cinque giorni dopo il primo articolo pubblicato dal Nyp, seguito a ruota dalla stragrande maggioranza dei media americani. Cosa ancora più grave, social media come Twitter sono intervenuti a gamba tesa nel dibattito politico – naturalmente a favore dei dem – censurando le notizie scomode sul figlio del Presidente. Un’alleanza fra Big Tech, media, e stato profondo dell’intelligence ha dunque protetto Hunter Biden dalla gogna mediatica. Ebbene, a un anno di distanza, nel silenzio generale, il giornalista di Politico Ben Schreckinger, ha pubblicato un nuovo libro intitolato The Bidens: Inside the First Family’s Fifty-Year Rise to Power. Schreckinger ha trascorso mesi a indagare sui documenti chiave pubblicati dal New York Post e ha trovato la prova definitiva che queste e-mail e i relativi documenti sono indiscutibilmente autentici, come spiega anche il giornalista investigativo Glenn Greenwald sul suo blog.

Schreckinger ha parlato con più persone vicine ad Hunter Biden, confermando l’autenticità delle mail pubblicate dal New York Post e buona parte del materiale contenuto nel laptop e divulgato. “Una persona che aveva accesso indipendente alle e-mail di Hunter mi ha confermato che le e-mail pubblicate dal New York Post relative a Burisma e all’impresa CEFC corrispondevano alla sostanza delle e-mail che Hunter aveva effettivamente ricevuto” sottolinea il giornalista in uno dei passaggi chiave del suo lavoro, menzionato anche da Politico nella sua newsletter. A un anno di distanza, un netto cambio di narrativa. 

Che cosa dicono le email che inchiodano i Biden

Il 14 ottobre 2020 il New York Post pubblicava un’inchiesta bomba: secondo le e-mail ottenute dal giornale conservatore, infatti, Hunter Biden presentò suo padre, all’epoca vicepresidente, un alto dirigente di Burisma meno di un anno prima che Joe Biden facesse pressioni sui funzionari del governo di Kiev affinché licenziassero un procuratore che stava indagando sulla stessa società nel quale il figlio era un membro del cda. L’incontro è menzionato in un messaggio di apprezzamento che Vadym Pozharskyi, un membro del cda di Burisma, avrebbe inviato Hunter Biden il 17 aprile 2015, circa un anno dopo che il figlio dell’ex vicepresidente si era unito al consiglio di Burisma con uno stipendio di 50.000 dollari al mese. L’e-mail proviene proprio dal laptop di Hunter Biden, lasciato in un negozio del Delaware. Uno scandalo volutamente taciuto da buona parte dell’opinione pubblica, che ora torna a galla con nuove conferme.

Il figlio del Presidente e la società ucraina

Come già evidenziato in tempi non sospetti da InsideOver, per comprendere il ruolo di Joe Biden e del figlio Hunter occorre fare un passo indietro. Come ricorda il giornalista investigativo Max Blumenthal su Grayzone, l’allora vicepresidente di Obama fece la sua prima visita a Kiev nell’aprile 2014, proprio quando il governo post-Maidan stava lanciando la sua operazione militare contro i separatisti russi nel Donbass. Rivolgendosi al parlamento di Kiev, Biden dichiarò che “la corruzione non potrà più avere spazio nella nuova Ucraina”, sottolineando che gli Stati Uniti “sono la forza trainante dietro il Fmi” e stavano lavorando per assicurare a Kiev “un pacchetto multimiliardario per aiutare” il governo. Nello stesso periodo, Hunter Biden venne nominato nel consiglio di amministrazione di Burisma.

La cacciata del presidente Viktor Yanukovych (febbraio 2014) pose il fondatore e presidente di Burisma, l’oligarca Mykola Zlochevsky, in una posizione delicata. Quest’ultimo era stato ministro dell’ambiente di Yanukovych, e il cambio di regime lo mise in difficoltà. Anche perché stava affrontando dei seri problemi legali: un’inchiesta sulla corruzione nel regno Unito aveva portato al congelamento di parte del suo patrimonio, pari a 23 milioni di dollari. L’oligarca aveva a necessità di farsi dei nuovi amici: si trattava di Hunter Biden, figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, e dell’Atlantic Council. Il figlio di Joe Biden aveva già ottenuto un incarico presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti che ha contribuito a rovesciare il governo filo-russo di Yanukovich insieme all’Open Society del finanziere George Soros. Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio in Burisma, a 50 mila dollari al mese, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari ucraini. Hunter Biden lo ripagò contattando un importante studio legale di Washington, Dc, Boies, Schiller e Flexner, dove aveva lavorato come consulente. Nel gennaio successivo, i beni dell’oligarca vennero scongelati nel Regno Unito. Nella primavera del 2014, l’Associated Press e persino il New York Times, sollevarono perplessità sul ruolo di Hunter Biden nella compagnia ucraina, nonostante Joe Biden assicurasse di non saperne nulla.