La geopolitica della corsa allo spazio
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Gran parte del medio oriente teme che le navi cariche di grano da Russia e Ucraina non arrivino mai ad attraccare nei propri porti a causa della guerra. A Beirut la preoccupazione è doppia. Qualora i cargo dovessero riuscire ad arrivare, è difficile trovare strutture idonee ad ospitare le tante tonnellate di grano indispensabili al Paese dei cedri per avere scorte necessarie per diversi mesi. Da queste parti i problemi non sono iniziati con la guerra. Occorre, al contrario, andare indietro fino al 2020, l’anno della pandemia che per il Libano ha coinciso anche con l’anno del “grande botto”. Quell’esplosione cioè che il 4 agosto ha distrutto il porto della capitale, causando più di 200 morti e la devastazione dei silos che ospitavano le riserve di grano. Da allora trovare pane a basso costo è diventato una chimera.

La grande paura di Beirut

Per il momento nessuno ha pagato per quanto accaduto nell’agosto di due anni fa. A dimostrarlo è anche il fatto che Tarek Bitar, giudice istruttore che ha seguito gran parte dell’indagine sull’esplosione, è diventato simbolo di quella parte del Paese che si oppone all’attuale classe dirigente accusata, tra le altre cose, di mettere i bastoni tra le ruote ai magistrati. Ufficialmente si sa soltanto che un magazzino contenente nitrato, stoccato da anni al suo interno dopo essere stato sequestrato dalle autorità, è saltato in aria devastando buona parte del grande porto di Beirut. E portando con sé nell’esplosione tante vite umane e una buona fetta di futuro del Paese dei cedri.

I silos in cui erano conservate le tonnellate di grano arrivate via nave erano proprio a pochi passi. Tutto quanto era al loro interno è andato perso e, cosa ancora più grave, non ci sono molti locali rimasti integri nel porto in grado di ospitare ingenti quantità di grano. Quel botto ha rappresentato un autentico colpo di grazia per tutto il Libano. Beirut stava già vivendo una crisi economica molto grave, generata dal quasi totale collasso del sistema bancario, un tempo vanto e fiore all’occhiello di questa parte del medio oriente. L’arrivo di milioni di profughi siriani, l’aumento vertiginoso della spesa per la gestione delle emergenze umanitarie, ma anche le mancate riforme di una classe politica settaria ed eternamente immobile, hanno generato un circolo vizioso che ha cancellato posti di lavoro e demolito il potere d’acquisto di una sfibrata classe media. Oggi più dei due terzi delle famiglie libanesi, per dare un’idea, è a rischio povertà.

Nel 2019 la gente è scesa in piazza, ha ottenuto le dimissioni dell’allora premier Saad Hariri, ma subito dopo non sono arrivate le risposte sperate. Poi la pandemia ha peggiorato ulteriormente la situazione. Da quando il porto di Beirut è diventato inagibile, ogni genere di prima necessità ha iniziato a mancare. Non solo grano, ma anche carburante e gas. Inoltre la banca centrale ha sempre meno valuta straniera e pagare i fornitori stranieri sta diventando impossibile. E così sono state disattivate anche alcune delle più grandi centrali elettriche. Il Libano si è spento, in tutti i sensi. Fino a pochi mesi fa l’erogazione di energia elettrica avveniva solo per due ore al giorno.

Perché il Libano è il Paese mediorientale più a rischio

Con la guerra in Ucraina la situazione è destinata solo a peggiorare. Quel poco di grano che è possibile stoccare ed acquistare, rischia di non arrivare mai. Intervistato da Francesca Mannocchi su La Stampa, Bujar Hoxha, direttore regionale dell’Ong Care International, ha spiegato che non solo il Libano ha più difficoltà ad acquistare grano dall’Ucraina e dalla Russia, ma anche dai Paesi vicini. Alcune quantità di beni essenziali per il pane e la farina, arrivavano in passato ad esempio anche da Algeria e Turchia. Oggi questi governi, preoccupati a loro volta dal blocco navale causato dalla guerra, trattengono per sé le derrate alimentari. Niente grano quindi verso il Libano e niente luoghi adatti a stoccare le quantità eventualmente in arrivo. Il risultato è che oggi il pane può arrivare a costare 25.000 Lire libanesi, pochi mesi fa non si andava oltre le mille Lire. Tutto ha subito dei rincari importanti, le famiglie più povere già al buio per la penuria di carburante e il razionamento dell’erogazione di energia elettrica, adesso rischiano di rimanere anche senza scorte di pane.

Una situazione allo stremo, a cui per il momento la popolazione ha risposto in modo politico. Nel 2019 scendendo in piazza e poche settimane fa promuovendo alle elezioni un numero importante di candidati indipendenti, capaci di scalzare dal parlamento membri storici dei partiti tradizionali. Ma a Beirut servono soluzioni immediate. Senza di esse, la prossima reazione popolare potrebbe non essere politica. E questo, in un Paese che ha ancora ben impresso il ricordo della guerra civile terminata solo nel 1990, non sarebbe un bel segno.

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