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Non si parla di Paese fallito soltanto perché al momento c’è un governo al potere, nominato da poco, che formalmente controlla il territorio. Ma il Libano, oramai, presenta tutte le caratteristiche per essere considerato l’ennesimo “buco nero” del Medio Oriente. Giovedì a Beirut si è tornato a sparare, sconvolgendo ulteriormente una città da sabato senza più energia elettrica e dove gli abitanti provano ad acquistare gli ultimi generatori a diesel rimasti per evitare di rimanere al buio. Tutto è partito da una manifestazione dei due principali partiti sciiti, Hezbollah e Amal. Poi il caos e le accuse reciproche: per gli sciiti i cristiani e l’esercito hanno aperto il fuoco, le fazioni cristiane a loro volta puntano il dito su Hezbollah.

Gli scontri nei quartieri simbolo della guerra civile

I militanti sciiti giovedì mattina si sono mossi dalla zona di Chiyah, loro roccaforte nella capitale. L’intento era manifestare contro Tarek Bitar, il magistrato che sta indagando sull’esplosione del 4 agosto 2020 all’interno del porto di Beirut. Secondo Hezbollah e Aman, il giudice avrebbe intenzione con la sua inchiesta di danneggiare i movimenti filo sciiti. Il corteo ha poi raggiunto la rotonda Tayouneh, un incrocio che divide Chiya da Ain Al Remmeneh, quartiere a maggioranza cristiano maronita. Durante la guerra civile durata dal 1975 al 1990, i due quartieri si erano trasformati in trincee. La rotonda Tayouneh in tal senso ha rappresentato la linea del fronte più avanzata di un conflitto urbano capace in 15 anni di uccidere migliaia tra civili e combattenti. Quando i manifestanti sciiti hanno varcato il confine del loro quartiere le lancette dell’orologio sono andate indietro di 31 anni. Sono stati uditi spari, lanci di granate ed esplosioni. Per strada sono rimasti a terra almeno sei morti.

Per disperdere la manifestazione è dovuto intervenire l’esercito con i suoi blindati. Ma questo ha forse provocato ancora più caos. Per diverse ore Beirut è rimasta ostaggio degli scontri. Hezbollah e Amal hanno accusato le milizie vicine al partito delle Forze Libanesi, guidato da Samir Geagea e composto in gran parte dai maroniti, di aver usato propri cecchini per sparare sui manifestanti. Secondo le due fazioni sciite, non appena i cortei contro Tarek Bitar hanno raggiunto la rotonda Tayouneh dai palazzi circostanti sarebbero piovuti colpi di arma da fuoco contro i militanti. Ma Geagea ha respinto ogni accusa. Il leader dei cristiano maroniti ha invece dichiarato che gli scontri sarebbero frutto dell’incitamento da parte sciita contro il magistrato che sta indagando sulla strage del 4 agosto. Accuse reciproche che al momento non permettono di accertare alcuna verità. Se non quella, obiettivamente valutabile, che il Libano sta seriamente rischiando di implodere.

Il nuovo “casus belli”

Il premier Najib Mikati ha subito condannato gli scontri e invitato alla calma. Insediatosi lo scorso 10 settembre, il primo ministro è alla guida di un governo formalmente tecnico. In realtà al suo interno sono presenti tutte le varie componenti politiche del Libano, a loro volta espressioni delle varie comunità religiose di cui è composto il Paese. L’esecutivo è stato voluto in primo luogo su pressione dell’Unione europea e in particolare della Francia. Il tutto per provare a risolvere uno stallo che andava avanti proprio dall’esplosione del 4 agosto 2020. Tuttavia la nomina del nuovo governo non ha contribuito a sedare gli animi. La vera posta in gioco sta negli equilibri interni del Paese dei cedri. Gli sciiti, in particolare, temono il tentativo di essere estromessi gradatamente dalla vita politica e di veder ridimensionare il loro peso nell’architettura istituzionale libanese.

Da qui la protesta contro Tarek Bitar. Quest’ultimo nella sua indagine portata avanti per l’esplosione del porto di Beirut ha portato a galla negligenze e responsabilità da parte dell’intera classe politica libanese. Nell’inchiesta però sono finiti anche nomi molto vicini ai leader politici sciiti. Uno, tra tutti, è quello di Ali Hassan Khalil, ex ministro delle Finanze e braccio destro del presidente della Camera e leader di Amal, Nabih Berry. Una circostanza che ha fatto infuriare i leader delle fazioni sciite. Per loro l’inchiesta potrebbe soltanto essere un pretesto per far ricadere su Hezbollah ed Amal le responsabilità della tragedia dell’estate scorsa. In un contesto del genere, le tensioni non sono destinate a finire e mantenere la pace in Libano non sarà impresa semplice.