Il Kosovo continua a far parlare di sé. I cittadini della piccola nazione balcanica dovranno infatti tornare alle urne tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Questo sviluppo deriva dalla decisione del Parlamento di Pristina, con 89 voti a favore su 120, di determinare il proprio scioglimento anticipato. La crisi politica aveva avuto inizio con le dimissioni del premier Ramush Haradinaj, formalizzate il 19 luglio scorso. L’ex primo ministro aveva lasciato l’incarico dopo essere stato convocato dal Kosovo specialist chambers, un tribunale speciale del sistema giudiziario kosovaro con sede all’Aia. Questo organo giudiziario indaga sui crimini di guerra commessi nel corso del conflitto in Kosovo.
Una storia politica turbolenta
Haradinaj aveva già ricoperto la carica di premier nel 2005 e anche in quell’occasione aveva dovuto dimettersi, dopo appena cento giorni, in seguito alla convocazione presso il Tribunale speciale dell’Onu per l’ex Jugoslavia. In questa sede era stato assolto per ben due volte dall’accusa di aver commesso crimini di guerra. L’uomo politico è un ex comandante dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck), molto attivo nel corso del conflitto del 1998-1999 e accusato da Belgrado di atrocità. Arrestato a Parigi,nel gennaio 2017, era stata poi negata la sua estradizione verso Belgrado che voleva processarlo. Il presente esecutivo aveva visto la luce in seguito alle consultazioni del 2017, vinte da una coalizione formata dal Partito Democratico del Kosovo (Pdk) e dall’Alleanza per il Futuro del Kosovo (Aak), movimenti di ispirazione europeista e di centrodestra ed il Movimento Nisma, di centro-sinistra. Questo schieramento aveva conquistato 39 seggi e il 33,74 per cento dei voti procedendo alla formazione del governo.
Il Kosovo ha proclamato la propria indipendenza nel 2008 e vive una difficile condizione geopolitica. La sua autodeterminazione è stata riconosciuta da circa 100 nazioni, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania ed Italia mentre altre, tra cui spiccano la Russia e la Cina, si sono rifiutate di riconoscere lo stato come indipendente aderendo alla posizione espressa da Belgrado. La Serbia considera l’ex provincia come parte integrante del proprio territorio ed è opposta ad ogni sua possibile autodeterminazione. Il Kosovo, a causa dei veti internazionali, non fa parte delle Nazioni Unite e di altre importanti organizzazioni internazionali, restando in una sorta di zona grigia della politica mondiale. I suoi cittadini, inoltre, sono rimasti gli ultimi, nell’area balcanica, a necessitare del visto Shengen. Questo fattore, unito allo scarso riconoscimento internazionale del proprio passaporto, ostacola gli spostamenti dei cittadini.
Prospettive
La crisi politica a Pristina rischia di avere ripercussioni sulle dinamiche balcaniche. Le relazioni con Belgrado restano molto tese, seppur nell’ambito di un dialogo che è mediato dall’Unione Europea. Bruxelles mira a facilitare il raggiungimento di un accordo tra i due stati circa lo status della provincia. Haradinaj, a causa della sua passata militanza nelle file dell’Uck, era particolarmente inviso all’esecutivo serbo ma, in caso di mancata incriminazione, potrebbe ripresentarsi alle urne come candidato. Il partito di sinistra Vetevendosje, di connotazione nazionalista e contrario al dialogo con la Serbia, e’ un altro importante attore della politica locale. Questo movimento esprimeva il sindaco della capitale Pristina ed è stato il singolo partito piu votato alle consultazioni del 2017. Lo schieramento fa della lotta alla corruzione uno dei punti cardini del proprio programma e ha minacciato, in passato, la volontà di indire un referendum popolare per l’annessione del Kosovo all’Albania. Uno sviluppo che provocherebbe conseguenze drammatiche per la regione.
La forza di Vetevendosje è stata però indebolita, a livello parlamentare, da una scissione subita da parte di alcuni suoi deputati, confluiti nel Partito Socialdemocratico (Psd). Resterà da vedere quanto questa scissione potrà incidere sul risultato elettorale. La comunità internazionale seguirà comunque le consultazioni anticipate con una certa trepidazione a causa delle possibili ripercussioni locali ed internazionali che potrebbero derivarne. Non bisogna dimenticare, sullo sfondo, la difficile situazione della Bosnia dove le autorità della Repubblica Srpska, una delle due unità territoriali che compongono lo stato, hanno minacciato più volte l’autodeterminazione. La formazione di un esecutivo stabile e dialogante a Pristina potrà infatti influire su un generale processo di distensione nei Balcani. In caso opposto le conseguenze potrebbero essere di cattivo presagio per una regione reduce da anni di cruenti conflitti di matrice nazionalista.