Paese che vai, magistrati che trovi. Ed i rapporti tra chi combatte il crimine e chi lo giudica non sono idilliaci neppure in Kosovo, Paese che vorrebbe entrare a far parte dell’Unione europea. Basta una frase del tenente colonnello Nexhmi Krasniqi, comandante della Kosovo Police di Prizen (nel sud del Paese Balcanico), per chiarire i termini della questione: “Chi compie tanti reati – afferma nell’intervista rilasciata a Luca Tatarelli, inviato del Nodo di Gordio in Kosovo – se non sconta la pena è una sconfitta innanzi tutto per chi è stato danneggiato e poi per la stessa polizia”.
I problemi, sostanziali mentre i rapporti formali sono buoni, non riguardano soltanto la criminalità comune. Lo scorso anno – spiega Tatarelli – la Kosovo Police ha investigato 28 casi legati al terrorismo jihadista, arrestando 21 persone. Ma per 15 casi le indagini sono state chiuse con l’assoluzione di 46 persone. Per il tenente colonnello, comunque, la situazione sta migliorando perché sono state introdotte pene severe, sino all’ergastolo, per i foreign fighters. Lo stesso comandante, però, ammette con l’inviato del Nodo di Gordio, che tre jihadisti provenienti dalla zona di Prizen sono morti in Siria. Ancora più preoccupante la dichiarazione successiva: “La notizia è arrivata ai parenti ma non a noi”.
Il reportage di Tatarelli evidenzia altri aspetti che rendono problematico l’ingresso del Kosovo nell’Ue. A partire dalla situazione occupazione, con un dato ufficiale di disoccupazione che, per i giovani tra i 25 ed i 35 anni, ha raggiunto il 65%. Il ricorso al lavoro nero è sempre più abituale mentre cresce la voglia dei giovani di abbandonare il Kosovo per andare a cercare la fortuna all’estero. Mentre le rimesse di chi è già emigrato ed ha trovato lavoro all’estero, servono per mantenere le famiglie rimaste in Kosovo ed a tamponare le falle delle finanze kosovare.Sul tavolo resta, irrisolta, la questione serba. Nel suo reportage, Tatarelli spiega che Mitrovica resta sempre divisa in due tra serbi ed albanesi, divisi da un ponte (Austerlitz) presidiato dai carabinieri italiani della MSU (Multinational specialized unit) guidati dal colonnello Paolo Coletta. La strategia italiana, che punta sul basso profilo, sta ottenendo risultati decisamente migliori rispetto alla precedente presenza dei francesi, caratterizzata da numerosi scontri proprio sul ponte.
A complicare la situazione contribuisce, infine, la corruzione dei funzionari e la debolezza economica. L’inviato del Nodo di Gordio sottolinea che le organizzazioni internazionali rappresentano il più grande, e caro, stipendificio del Kosovo, a fronte di salari decisamente bassi riconosciuti ai lavoratori kosovari. Una disparità di trattamento che esaspera le tensioni e che si nota soprattutto nei supermercati dove pochi ricchi possono permettersi di acquistare prodotti italiani o francesi mentre la gran parte della popolazione deve accontentarsi di prodotti macedoni, greci, serbi e cinesi.