Il Kosovo è il polmone della cosiddetta “cintura delle Aquile“, ovverosia il triangolo Tirana–Pristina–Skopje, ed è il luogo in cui si incontrano e scontrano gli interessi e le agende di tutte quelle potenze aventi come obiettivo la costruzione di sfere di influenza e spazi vitali nella penisola balcanica. Avere un avamposto a Pristina equivale ad avere una voce in capitolo nel micro-cosmo albanese, ergo a possedere delle leve multidirezionali con cui esercitare una pressione strategica sull’intero paragrafo centromeridionale dei Balcani.
Non deve sorprendere, alla luce della realtà brevemente illustrata, che il Kosovo sia il baricentro della grande strategia degli Stati Uniti per i Balcani sin dalle guerre iugoslave, che la sua identità musulmana abbia attirato, nel tempo, l’attenzione delle principali potenze-guida del dār al–Islām (incluso l’Iran) e che, oggi, sia divenuto uno dei principali teatri di scontro tra Turchia e Israele. A quest’ultimo proposito, due eventi accaduti negli scorsi giorni sembrano indicare che la dirigenza kosovara, posta dinanzi al bivio tra Ovest ed Est, non abbia dubbi sulla direzione da intraprendere.
Pristina riconosce Gerusalemme capitale
Le pressioni (e le minacce) turche sulla dirigenza kosovara in materia di relazioni con Israele non hanno sortito l’effetto desiderato: superata una fase di necessario temporeggiamento, Pristina, nella giornata del 14 marzo, ha aperto la propria ambasciata a Gerusalemme.
Inaugurando la propria sede diplomatica nella Città Santa, il Kosovo ha prestato fede agli impegni presi con l’accordo di normalizzazione parziale con la Serbia dello scorso settembre. Impegni doppiamente imprescindibili perché, oltre ad essere stati assunti nei confronti degli Stati Uniti – caposaldo della sicurezza nazionale sin dall’epoca delle guerre iugoslave –, assicuravano un do ut des vincente: riconoscimento (di una capitale) in cambio di riconoscimento (di statualità).
La decisione, come anticipato da Recep Tayyip Erdogan a inizio mese, avrebbe avuto delle conseguenze. All’indomani dell’inaugurazione dell’ambasciata kosovara a Gerusalemme, il partito della minoranza turca ha voluto “spaventare” Albin Kurti, il cui partito, dopo aver stravinto alle ultime parlamentari, è in procinto di recarsi alle camere per la fiducia e abbisogna del maggior numero possibile di voti. Il punto è che, secondo quanto dichiarato da Fikrim Damka, capo del Partito Democratico Turco del Kosovo, lo schieramento determinante dei suoi deputati non dovrebbe essere dato per scontato perché “non abbiamo ancora deciso se voteremo in favore o meno del governo Kurti”.
In breve, il partito della minoranza turca ha lanciato un messaggio all’indirizzo di Kurti: il supporto all’esecutivo sarà condizionato. E le condizioni potrebbe averle già dettate Erdogan nel dopo-Gerusalemme: “revocare la decisione ricordando che la Turchia è stata una delle prime nazioni a riconoscere il Kosovo come stato indipendente nel 2008″. Un dietrofront, però, pare improbabile – in gioco, invero, vi sono la credibilità e il riconoscimento stesso del Kosovo.
La svolta all’interno della Nato
Nei giorni che hanno preceduto la decisione di aprire l’ambasciata a Gerusalemme, allargando il numero di nazioni che la riconoscono quale capitale unica e indivisibile di Israele, Pristina ha messo il pubblico a conoscenza di un fatto altrettanto importante, storicamente e politicamente: la futura partecipazione di un plotone della Forza di Sicurezza del Kosovo (KSF, Kosovo Security Force) alla missione dell’Alleanza Atlantica in Kuwait.
I soldati, che opereranno sotto l’egida dello United States Central Command (CENTCOM), si ritroveranno a giocare un ruolo pioneristico: una volta toccato il suolo kuwaitiano, infatti, diventeranno parte, a tutti gli effetti, della prima operazione di mantenimento pace all’estero di Pristina.
Gerusalemme e Kuwait City, cosa ci dicono?
L’inaugurazione dell’ambasciata a Gerusalemme, avvenuta – da sottolineare – nonostante la contrarietà di un partner fondamentale quale è la Turchia, e l’annuncio circa la volontà di diventare un componente partecipante dell’Alleanza Atlantica, trasformandosi da un ricettore passivo di aiuti ad un contribuente attivo, sono eventi madidi di notevoli significati (ed effetti) politici:
- Rafforzamento della statualità. Inviando personale all’estero in funzione di accompagnamento alle forze armate di stati universalmente riconosciuti, il Kosovo invia un promemoria a coloro che continuano a negare e/o non accettare la sua statualità: non soltanto esiste, ma sta divenendo un elemento di primo piano della comunità internazionale.
- Riconferma dello schieramento geopolitico. Aderendo ad una missione internazionale targata Nato, Pristina rammenta ai propri rivali, in primis Belgrado, di essere parte integrante di un’alleanza militare che, a sua volta, è la manifestazione di una realtà geopolitica (e civilizzazionale) molto più vasta: l’Occidente.
- Trasformazione militare. Partecipare ad un’operazione militare sul campo, seppure di tipo mantenimento della pace, equivale a gettare le fondamenta per la professionalizzazione della KSF, destinata ineluttabilmente a superare l’attuale natura (forza di sicurezza) evolvendo in una vera e propria forza armata.
- Appartenenza civilizzazionale. Aprendo l’ambasciata a Gerusalemme e inaugurando ufficialmente relazioni bilaterali con Israele, il Kosovo ha stabilito simultaneamente due record: primo Paese europeo e primo Paese musulmano a sanzionare verbalmente e concretamente il nuovo status della Città Santa. L’argomento è strettamente legato alla questione dell’identità: preferendo Israele (e gli Stati Uniti) alla Turchia, con la quale il popolo kosovaro condivide un passato plurisecolare, il polmone della cintura delle Aquile ha palesato indirettamente la propria direttrice civilizzazionale e accelerato il processo di occidentalizzazione del proprio io nazionale.
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